Archivio mensile:gennaio 2013

Capitolo 4

foto capitolo 4

Non vedevo l’ora di tornare a casa, quella sera. Ero uscita dall’ufficio a massima curvatura, un po’ perché dovevo cenare a casa dei miei ed ero in ritardo, un po’ perché non ne potevo proprio più di procedure di qualifica dei fornitori, corsi di formazione sul comportamento etico delle imprese e piani di evacuazione dell’edificio. Col senno di poi, non era neanche male come lavoro. Non sono più tornata in ufficio dopo quella sera. Sono salita sulla metropolitana e tutto sembrava ancora normale. Ero quasi arrivata alla mia fermata, quando sul treno c’è stato un piccolo calo di tensione. Lì per lì non ci avevo fatto neanche caso. È stato quando sono riemersa dalla stazione che tutto ha preso una piega… beh, surreale.

Sembrava il più fico dei film d’azione: gente che scappava urlando e coprendosi la testa con qualunque oggetto avesse in mano, automobili che finivano una addosso all’altra, rumore di esplosioni e crolli. Credo di essere rimasta ferma sul marciapiede ad assistere a questo delirio per diversi minuti. Sembravano tutti impazziti. E io non ci capivo niente. Poi ho visto il primo disco volante e non ci potevo credere; ricordo di aver pensato: “Lo sapevo che un giorno sarebbe successo!”. Non che avessi particolari indizi di un’imminente invasione aliena, ma se ti piace la fantascienza, insomma, ora sarei una stronza a dire che un po’ ci speravo, però ecco, diciamo che non ero poi così sorpresa, tranne quando li ho visti sparare e bucare gli edifici da parte a parte e atterrare e sbarcare e polverizzare le persone con quelle che sembravano normali pistole, ecco, quando li ho visti fare questo mi sono cagata addosso, quasi metaforicamente parlando, e sono entrata subito in modalità sopravvivenza. Per prima cosa il cervello ha eseguito un inventario della mia dispensa. Mi serviva cibo. E l’istinto mi ha portato a correre nella direzione opposta rispetto a casa mia: verso il supermercato. Ora, il supermercato in questione è molto particolare: disposto su due piani, al piano terra si compone di prodotti non alimentari, mentre al piano interrato si trova ogni tipo di prelibatezza. Entrando mi sono resa conto subito che nessuno dei clienti, né degli operatori, aveva la minima idea di cosa stesse succedendo fuori. Sembrava un normale mercoledì, 7 di sera. Cercando di dissimulare, mi sono diretta a passo spedito verso lo scaffale della pasta, ma ho cambiato subito idea: la pasta viene venduta in confezioni da mezzo chilo di un certo ingombro. Il riso invece viene venduto a chili, in confezioni più sottili. Ho estratto la sporta dalla borsa e l’ho riempita di confezioni di riso, poi ne ho prese altre, tutte quelle che potevo reggere con le braccia.

Alla cassa ho pagato. Fuori c’era l’apocalisse e io ero lì col bancomat in mano. Da non credere. La mia più grande paura in quel momento era che gli altri si accorgessero di quello che stava accadendo e mi sfilassero le scorte di cibo dalle mani. Ho caricato la sporta in spalla e sollevato i sacchetti. Avevo addosso qualcosa come 20 chili di riso. Non appena ho messo piede fuori dalla porta un’esplosione fortissima ha colpito la strada davanti a me e un’automobile ci è finita dentro. Ho guardato in alto: il disco volante che aveva appena colpito si stava allontanando. Mi sono messa a correre verso casa tenendomi vicina ai muri, attraversando le strade solo dopo aver verificato che non ci fossero astronavi in vista, rifugiandomi all’ombra delle automobili parcheggiate ogni volta che sentivo quel sibilo odioso o che esplodeva qualcosa nelle vicinanze, maledicendomi perché non aveva senso trascinarsi addosso tutto quel peso quando in realtà c’è un supermercato ESATTAMENTE sotto casa mia e avrei potuto andare lì a prendere il riso ma presa dal panico non ci avevo pensato.

Ci ho messo circa 5 minuti, piangendo, a trovare le chiavi del portone del condominio nella borsa e altri 2 minuti, sclerando, per far entrare la chiave nella serratura (tremavo troppo). Ho salito di corsa 4 piani di scale e finalmente sono entrata in casa blindandomici dentro. Non ho acceso nemmeno la luce e forse è stato questo a salvarmi, quella sera. Mi sono precipitata sul telefono e ho chiamato il cellulare di mia madre. Poi quello di mio padre. Poi il numero di casa, poi ancora il cellulare di mia madre. Non uscite di casa, volevo dire loro, restate dentro. Poi di nuovo il cellulare di mio padre. Poi casa. Poi ho smesso di provare. Non perché avessi perso le speranze, né perché i cellulari fossero staccati, e men che meno perché ho pensato che i miei se la sarebbero cavata. Ho smesso perché qualcuno stava prendendo a pugni la porta di casa e abbassando ripetutamente e furiosamente la maniglia, come se volesse entrare.

Capitolo 3

foto capitolo 3

Credo che la mia famiglia sia morta. Non ho più ricevuto notizie da loro, quella sera ho provato a chiamare mamma ma non mi ha risposto. So che era insieme a papà perché avrei dovuto cenare con loro e quando ci eravamo sentite un paio d’ore prima mi aveva detto che lo stava aspettando per andare a fare la spesa. Le sue ultime parole sono state “Va bene, va bene, ciao”. Le avevo chiesto se poteva comprarmi del miele di acacia, da usare come dolcificante del tè al posto dello zucchero (è meno invasivo e non copre il sapore naturale dell’infuso). Non ricordo le ultime parole di papà, ci eravamo sentiti un paio di giorni prima e credo che fossero “Ciao, bimba”. Mi salutava sempre così prima di chiudere una conversazione telefonica.

Non ho mai provato a chiamare mio fratello. Sono sempre stata convinta che fosse in grado di cavarsela in ogni circostanza e voglio continuare a credere, a sperare che stia benone e che non mi cerchi perché sa che potrebbe mettermi in pericolo, come sa che io non lo contatto per lo stesso motivo. L’ho cercato su internet, ma il suo profilo Facebook non è più stato aggiornato e non ha mai risposto alle mie e-mail. Potrebbe non avere una connessione. Mi manca da morire.

Da quando è scoppiato questo casino, la mia unica finestra sul mondo è il web. Molti giornalisti di tutto il mondo non sono più riusciti a uscire dalle loro redazioni e non fanno altro che passarsi informazioni, difficilmente verificabili, che poi vengono comunque pubblicate. L’unica cosa certa è che il Presidente degli Stati Uniti è stato uno dei primi a lasciarci la pelle, insieme ad almeno la metà dei capoccia della CIA. Il Vicepresidente si è salvato per il rotto della cuffia, trascinato all’ultimo secondo in un bunker antiatomico la cui posizione è sconosciuta (non credo che sia nell’Area 51: se fossi un alieno, quello sarebbe il primo posto in cui andrei a cercarlo), da cui periodicamente lancia dei messaggi che, più che incoraggiamenti alla resistenza o suggerimenti su come cavarsela là fuori o spiegazioni su come i governi del mondo vogliono procedere nella gestione della crisi, sembrano richieste d’aiuto. Nel giro di 2 mesi sembra invecchiato di 10 anni. Ad ogni modo, è solo a causa di uno dei suoi messaggi, in cui rilasciava dichiarazioni alquanto sibilline su una certa “contrattazione non andata a buon fine”, che il web si è scatenato cercando di interpretare il significato di quelle parole, senza che poi si sia arrivati a capire davvero quale sia stata la causa scatenante di questa guerra intergalattica. Si è ipotizzato di tutto: gli alieni volevano alcuni umani per poter effettuare degli esperimenti genetici e noi non glieli abbiamo voluti dare; gli alieni volevano una qualche nostra risorsa perché gli serve come benzina per tornare a casa; il governo degli Stati Uniti ci ha venduto; no, sono stati i russi; no, sono stati i cambogiani; no, non siamo stati venduti ma ceduti ad un quadrante diverso della galassia e la federazione interstellare si sta organizzando per difenderci (adoro i fan di Star Trek); e via coglionando.

Non ho espresso ad alta voce quello che IO penso sia successo: gli alieni sono arrivati, hanno individuato i leader mondiali, hanno detto loro “consegnateci il pianeta e non vi faremo del male”, loro hanno risposto “parliamone un attimo” e gli alieni non ne hanno voluto parlare. Spesso la spiegazione più semplice è quella corretta. Fatto sta che siamo nella merda fino al collo, detto francamente.

Riorganizzarsi non è facile. Ci abbiamo già provato ed è andata parecchio male. Da quanto ho capito leggendo le ultime, siamo appena passati oltre la fase “guerra casa per casa”. All’inizio un sacco di utenti postavano video e foto di quello che accadeva intorno a loro, mentre tentavano di procurarsi del cibo o mentre cercavano disperatamente di raggiungere i propri cari. Veri e propri reportage di guerra. Poi tutto è diventato sempre più claustrofobico: filmati di persone che si affacciavano alla finestra, a loro rischio e pericolo, per riprendere la distruzione in diretta del loro quartiere; fino ad arrivare ai tweet di quei poveracci che si sono ritrovati, come me, gli alieni fuori dalla porta: “They’re here”.

Io non so cosa farò. Sono solo una ragazza che vive sola, che è rimasta sola e che sta cercando di arrivare viva alla fine di ogni giornata. Sono consapevole che presto dovrò forzatamente tirare le cuoia, non per mano mia; è già un po’ di tempo che faccio i conti con questo. Ma quando verrà il momento di voltare i piedi all’uscio, beh, almeno un alieno dovrò averlo fatto fuori. Una vita per una vita. Eccheccazzo.

Capitolo 2

foto capitolo 2

 

Tengo pronto lo zaino nel caso dovessi lasciare l’appartamento e darmela a gambe. Dentro ci ho messo quello che potrebbe servirmi in caso di emergenza: mutande di ricambio, calzini, un asciugamano (come suggerisce la Guida Intergalattica per Autostoppisti), una bottiglia d’acqua, un coltellino svizzero e un cacciavite (non perché mi aspetti di svitare qualcosa, non sono mica McGyver, ma è l’unico oggetto che somigli a un’arma vera che ho trovato in casa. A parte il coltello per tagliare la carne. Ma quello lo tengo a portata di mano). Volevo metterci anche la torcia elettrica a dinamo che ho comprato dai cinesi, ma fa troppo rumore e l’ho tolta. Ho pensato di sostituirla con quella a batteria, ma ho scoperto piuttosto presto che gli alieni non apprezzano le luci accese di notte. Quindi nulla, al massimo userò la torcia del cellulare. Ho riservato altro spazio per: cerotti e bende; assorbenti; un paio di forbici; un rotolo di carta igienica; un plaid; un giubbotto sottile dotato di tasche. Non ho messo cibo, fa tutto troppo rumore. Aprire un pacchetto di cracker potrebbe segnare la mia fine. In qualche modo mi arrangerò.

Stranamente non ci è stata tagliata la corrente, né la fornitura d’acqua. Sul web ci sono state diverse discussioni sull’argomento e alla fine abbiamo concluso che no, gli alieni non hanno particolare interesse a tenerci in vita e no, non si sono dimenticati di tagliarci i rifornimenti. Se Guglielmo di Ockham aveva ragione, la spiegazione più semplice è che il nostro sistema elettrico, idrico e fognario in qualche modo serve anche a loro. Di conseguenza ci si può tranquillamente abbeverare dal rubinetto, ci si può lavare, si può fare il bucato (ma non con la lavatrice, la centrifuga fa troppo rumore), si possono mettere in carica tutti gli oggetti elettronici che abbiamo, si può anche cucinare perché il gas non manca (sconsiglio i cibi che sfrigolano, troppo rumore), si può usare internet perché la linea telefonica funziona (anche se è meglio staccare il telefono: se squilla, ripeto SE squilla, fa troppo rumore) MA non si può tenere la luce accesa la sera perché questo ci rende individuabili, come è facile comprendere. Al tramonto scatta il coprifuoco, tutti a nanna.

La mia misera vita quindi procede così: colazione a base di tè; bucato a mano (non ho idea di cosa succederà quando dovrò lavare le lenzuola); pulizia generale della casa (fuori c’è l’apocalisse ma non significa che dobbiamo vivere come bestie); collegamento a internet, unico contatto col mondo esterno, per intercettare le ultime news e partecipare ai forum di discussione (pc e cellulare sono sempre in carica); pranzo a metà pomeriggio a base di ciò che può bollire in acqua (i primi giorni avevo cotto le verdure al vapore, poi non sono più uscita di casa, quindi ora mi limito a mangiare pasta e riso bolliti, 40 grammi al giorno: ho dovuto razionare le scorte, ovviamente; quanto vorrei una bella bistecca); un po’ di yoga per mantenere i muscoli tonici; internet fino al tramonto. E poi cercare di dormire, anche se non si è fatto praticamente nulla per tutto il giorno.

Non c’è bisogno di uscire per procurarsi l’acqua, che scorre potabile dai rubinetti. Questa storia dell’acqua è strana: è l’unica cosa che può fare tutto il rumore che vuole senza scatenare l’ira aliena. I ragazzi di internet dicono che forse gli invasori non ne sono infastiditi perché l’acqua è un elemento naturale e in quanto tale non viene necessariamente associato alla presenza di umani. Non mi hanno convinta fino in fondo, ma tant’è.

L’unica cosa che so è che la seconda sera, quando c’è stata la pausa dopo il primo attacco ed era già chiaro che era meglio non farsi notare troppo se si voleva salvare la pellaccia, i miei vicini (un’adorabile coppia sull’orlo della pensione che occupavano l’appartamento alla sinistra del mio) hanno tirato lo sciacquone del gabinetto tipo 4 volte e non è successo nulla. È stato quando lei ha avuto un attacco isterico e si è messa a piagnucolare che è arrivato il disco volante e ha fatto saltare in aria l’appartamento.

In quel momento ho avuto l’impressione che il rumore non fosse troppo gradito.

Sono quasi 2 mesi che non parlo con nessuno.

Capitolo 1

foto capitolo 1

Oggi è giovedì, giorno di ronda. Mi sveglio col sorgere del sole, come tutte le mattine ormai. Fuori c’è solo silenzio, anche la natura sta ferma il giovedì. Forse loro sono già nei pressi, devo sbrigarmi. Mi vesto velocemente, lego i capelli, inforco gli occhiali, metto via le lenzuola che ho usato per dormire sul divano.

Non so se ho tempo per la colazione. Faccio una breve ricognizione della casa, breve perché abito in 30 metri quadri, e tutto mi sembra uguale a settimana scorsa. Le tende che coprono le finestre rendono difficile guardare in casa da fuori. Non le sposto per guardare all’esterno: tutto deve essere come una settimana fa.

Il sole si è appena alzato, sono circa le 7 del mattino e mi sembra presto per la ronda. Decido di concedermi il lusso di preparare un tè. Mentre l’acqua si scalda, conto i filtri che mi sono rimasti: tra meno di un mese comincerò a utilizzare 3 volte lo stesso filtro come Paperon de’ Paperoni. Sarebbe carino metterci dello zucchero. Magari la prossima volta.

Indosso le scarpe da tennis e controllo se nello zaino c’è tutto. Il cellulare è carico e lo metto in una delle tasche posteriori dei jeans. Non so perché lo faccio. Non telefona più nessuno. Sono tutti morti. Comunque meglio averlo con sé, non si sa mai.

Sono pronta, non mi resta che aspettare. Intanto, appoggiata al lavandino della cucina, bevo il mio tè, l’ultimo piacere che mi è rimasto nella vita. Sa di vaniglia e cannella, e pensare che una volta la vaniglia mi faceva schifo. Mi chiedo se sia rimasto qualcuno nei palazzi di fronte al mio, se hanno capito quali sono le regole da rispettare per non farsi beccare. Se qualcuno di loro è tornato a casa, si intende… Deve esserci qualcun altro nei dintorni, non posso essere rimasta solo io.

Siamo tutti nascosti come topi. All’ultimo censimento settimanale su internet abbiamo risposto in 23.756. Poco meno di ventiquattromila persone sono vive e hanno una connessione telefonica. Stimandone altre ventiquattromila senza connessione si può dire che a Milano siamo rimasti vivi in 50.000. Ora, non voglio polemizzare, ma secondo me è stata colpa della Seconda Ondata. Potevamo farci i cazzi nostri, invece no. Lasciamo perdere, non ho voglia di innervosirmi stamattina. Oggi andrà bene, come settimana scorsa, e mi sto godendo il mio buonissimo tè sugar free alla vaniglia. Bisogna pensare positivo. Mi è rimasto solo questo.

Poso la tazza, la laverò dopo, forse. Torno nella stanza che fa sia da salotto che da camera da letto. Mi siedo sul divano e aspetto, sono un po’ nervosa ma devo restare lucida. Chiudo gli occhi e ascolto il suono del mio respiro. Se mi concentro riesco a sentirli arrivare quando sono ancora lontani. E infatti non si fanno attendere: il sibilo si sta avvicinando. È un rumore odioso, tipo quello del gesso sulla lavagna, ma un’ottava più alto, accompagnato da uno sfregamento come se qualcuno stesse usando pattini da ghiaccio su una lastra di vetro. Resto immobile, mentre il sibilo si fa sempre più forte, sempre più forte fino a scomparire improvvisamente quando il disco volante rallenta di colpo e inizia il suo giro di sorveglianza della zona, pattugliando le strade intorno a casa mia. Devo stare completamente ferma, il minimo movimento potrebbe far agitare le tende, che è come gridare “EHI, SONO QUI!”, e non devo fare il minimo rumore perché sarebbe come gridare “EHI, SONO QUI, FATEMI FUORI!”. È già successo, non a me ovviamente, ma a qualcuno di quelli che abita nel vicinato, che è saltato per aria con tutto l’appartamento.

Il disco vola accanto alle mie finestre e solo quando oscura la luce del sole mi accorgo che sto respirando troppo in fretta, ho il fiatone e non va bene. Devo calmarmi. Il disco va oltre e arriva in fondo alla via, per poi girare su se stesso e tornare indietro. Ogni volta che passa qui davanti mi sembra che rallenti un po’.

Non credo sia suggestione. Sono intimamente convinta, anche se non posso averne le prove, che il loro passaggio costante in questa zona non sia un caso; sono sicura, anche se continuano a fingere di coltivare qualche dubbio, che in qualche modo loro sanno benissimo che io sono qui.