Capitolo 4

foto capitolo 4

Non vedevo l’ora di tornare a casa, quella sera. Ero uscita dall’ufficio a massima curvatura, un po’ perché dovevo cenare a casa dei miei ed ero in ritardo, un po’ perché non ne potevo proprio più di procedure di qualifica dei fornitori, corsi di formazione sul comportamento etico delle imprese e piani di evacuazione dell’edificio. Col senno di poi, non era neanche male come lavoro. Non sono più tornata in ufficio dopo quella sera. Sono salita sulla metropolitana e tutto sembrava ancora normale. Ero quasi arrivata alla mia fermata, quando sul treno c’è stato un piccolo calo di tensione. Lì per lì non ci avevo fatto neanche caso. È stato quando sono riemersa dalla stazione che tutto ha preso una piega… beh, surreale.

Sembrava il più fico dei film d’azione: gente che scappava urlando e coprendosi la testa con qualunque oggetto avesse in mano, automobili che finivano una addosso all’altra, rumore di esplosioni e crolli. Credo di essere rimasta ferma sul marciapiede ad assistere a questo delirio per diversi minuti. Sembravano tutti impazziti. E io non ci capivo niente. Poi ho visto il primo disco volante e non ci potevo credere; ricordo di aver pensato: “Lo sapevo che un giorno sarebbe successo!”. Non che avessi particolari indizi di un’imminente invasione aliena, ma se ti piace la fantascienza, insomma, ora sarei una stronza a dire che un po’ ci speravo, però ecco, diciamo che non ero poi così sorpresa, tranne quando li ho visti sparare e bucare gli edifici da parte a parte e atterrare e sbarcare e polverizzare le persone con quelle che sembravano normali pistole, ecco, quando li ho visti fare questo mi sono cagata addosso, quasi metaforicamente parlando, e sono entrata subito in modalità sopravvivenza. Per prima cosa il cervello ha eseguito un inventario della mia dispensa. Mi serviva cibo. E l’istinto mi ha portato a correre nella direzione opposta rispetto a casa mia: verso il supermercato. Ora, il supermercato in questione è molto particolare: disposto su due piani, al piano terra si compone di prodotti non alimentari, mentre al piano interrato si trova ogni tipo di prelibatezza. Entrando mi sono resa conto subito che nessuno dei clienti, né degli operatori, aveva la minima idea di cosa stesse succedendo fuori. Sembrava un normale mercoledì, 7 di sera. Cercando di dissimulare, mi sono diretta a passo spedito verso lo scaffale della pasta, ma ho cambiato subito idea: la pasta viene venduta in confezioni da mezzo chilo di un certo ingombro. Il riso invece viene venduto a chili, in confezioni più sottili. Ho estratto la sporta dalla borsa e l’ho riempita di confezioni di riso, poi ne ho prese altre, tutte quelle che potevo reggere con le braccia.

Alla cassa ho pagato. Fuori c’era l’apocalisse e io ero lì col bancomat in mano. Da non credere. La mia più grande paura in quel momento era che gli altri si accorgessero di quello che stava accadendo e mi sfilassero le scorte di cibo dalle mani. Ho caricato la sporta in spalla e sollevato i sacchetti. Avevo addosso qualcosa come 20 chili di riso. Non appena ho messo piede fuori dalla porta un’esplosione fortissima ha colpito la strada davanti a me e un’automobile ci è finita dentro. Ho guardato in alto: il disco volante che aveva appena colpito si stava allontanando. Mi sono messa a correre verso casa tenendomi vicina ai muri, attraversando le strade solo dopo aver verificato che non ci fossero astronavi in vista, rifugiandomi all’ombra delle automobili parcheggiate ogni volta che sentivo quel sibilo odioso o che esplodeva qualcosa nelle vicinanze, maledicendomi perché non aveva senso trascinarsi addosso tutto quel peso quando in realtà c’è un supermercato ESATTAMENTE sotto casa mia e avrei potuto andare lì a prendere il riso ma presa dal panico non ci avevo pensato.

Ci ho messo circa 5 minuti, piangendo, a trovare le chiavi del portone del condominio nella borsa e altri 2 minuti, sclerando, per far entrare la chiave nella serratura (tremavo troppo). Ho salito di corsa 4 piani di scale e finalmente sono entrata in casa blindandomici dentro. Non ho acceso nemmeno la luce e forse è stato questo a salvarmi, quella sera. Mi sono precipitata sul telefono e ho chiamato il cellulare di mia madre. Poi quello di mio padre. Poi il numero di casa, poi ancora il cellulare di mia madre. Non uscite di casa, volevo dire loro, restate dentro. Poi di nuovo il cellulare di mio padre. Poi casa. Poi ho smesso di provare. Non perché avessi perso le speranze, né perché i cellulari fossero staccati, e men che meno perché ho pensato che i miei se la sarebbero cavata. Ho smesso perché qualcuno stava prendendo a pugni la porta di casa e abbassando ripetutamente e furiosamente la maniglia, come se volesse entrare.

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