Archivio mensile:febbraio 2013

Capitolo 8

foto capitolo 8

 

Sono sicura che qualcosa mi abbia toccato, stanotte. Sono nel letto con gli occhi sbarrati, il respiro affannato, anche se sto cercando in tutti i modi di controllarlo, di simulare un sonno che se ne è andato.

Non stavo sognando, o perlomeno non stavo parlando mentre dormivo, come mi è capitato di fare un paio di volte ultimamente. Non bisogna fare rumore. Ma qualcosa mi ha sfiorato il viso e poi è sceso dal letto, l’ho percepito distintamente e ho spalancato gli occhi, stavo per urlare ma il passaggio dalla fase REM al risveglio completo è stato talmente repentino che mi sono bloccata. Dio, che mal di testa.

Sembro uno stoccafisso. Ma quando arriva l’alba? Ruoto lo sguardo intorno ma non ho il coraggio di muovere la testa, quindi non vedo quasi nulla, maledetta miopia. Ho il viso talmente teso che la ruga in mezzo agli occhi comincia a farmi male. Stringo il lenzuolo nei pugni. Cosa faccio se c’è qualcosa nella stanza? Cosa posso fare?

Devo ricordarmi di tenere il coltello in camera da domani sera. Se ci arrivo, a domani sera.

Mettiamo che ci sia qualcosa, qualcuno… qualcosa nella stanza. Perché non fa rumore? Perché non lo sento respirare? Sono sicura di non essermelo inventato, la sensazione è stata nettissima. Succedeva lo stesso col mio gatto, quando abitavo a casa dei miei. Ogni tanto saliva sul letto per controllare se dormivo, se c’era spazio accanto a me per un pisolino. Non lo sentivo avvicinarsi… ma lo sentivo scendere dal letto, spingere con le zampe posteriori per raggiungere il pavimento, e stanotte ho percepito esattamente la stessa cosa. Ma non poteva essere un gatto. Sfido qualunque felino ad aprire la porta usando la maniglia.

Come faccio, come faccio, come posso fare se c’è qualcosa nella stanza?

Sento gli uccellini cantare, il sole sta per sorgere! Sì, percepisco un leggero chiarore entrare dalla finestra.

Aspetta, aspetta un attimo: se gli uccelli cantano vuol dire che non ci sono dischi nei paraggi! Quindi in teoria non c’è niente in giro… cosa mi ha toccato, allora? Cazzo… muoviti, sole, muoviti!

Tutti i muscoli mi fanno male. Ho bisogno di girarmi, di far uscire la mano da sotto il lenzuolo, afferrare gli occhiali, indossarli, guardare intorno e colorare di nero il culo di qualche grigio, nel caso. Ma la rabbia e la razionalità non hanno ancora preso il posto del terrore che ho addosso. Sto sudando, non capisco se è per la tensione o per il caldo. La stanza è ancora troppo buia, anche se gli uccellini ci stanno dando dentro. Che bel suono. Cerco di concentrarmi su questo per rilassarmi, tanto devo aspettare almeno un’altra mezz’ora prima di capire se c’è un’ombra di troppo nella camera.

Dove sei, uh? Dove sei!

Ecco che monta la rabbia, molto bene. Ruoto di nuovo lo sguardo ma non noto niente. Lentamente, moooolto lentamente, giro la testa verso la porta della camera. Ora la luce mi permette di distinguerla molto bene, mi sembra chiusa, non ci vedo bene ma mi sembra chiusa.

Uhm.

Non devo abbassare la guardia. Abbassare la guardia significa prenderlo nel culo, e non è ancora tempo. Guardo di nuovo gli oggetti presenti nella stanza. Cosa può fungere da arma contundente? Non c’è nulla a portata di mano. L’unica cosa che mi viene in mente è il bastone appendiabiti, che però è chiuso nell’armadio. Meglio di niente. Dovrò essere veloce. E silenziosa. Ok, ora il chiarore è sufficiente. La mia mano destra esce da sotto il lenzuolo e afferra gli occhiali. Con cautela avvicino le stanghette alle labbra e le allargo. Infilo gli occhiali e finalmente le forme degli oggetti diventano distinguibili. Lo stereo. Il televisore. La lampada. Il soffitto. La porta, che è chiusa.

Questa è stata la parte facile. Adesso mi devo alzare.

Ok, ok, facciamolo come se fosse una danza. Martha Graham, Martha Graham versione ninja. Con un movimento fluido mi libero del lenzuolo, rotolo sul letto, scendo dalla parte dell’armadio, apro l’anta, afferro il bastone appendiabiti, mi volto, mi accovaccio e lo punto sotto il letto: non c’è nulla, mi volto ancora verso l’interno dell’armadio, non voglio fregature, ma non c’è nulla neanche lì. Ci ho messo meno di tre secondi, zero rumore, sono una strafiga.

Una strafiga paranoica, a quanto pare.

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Capitolo 7

foto capitolo 7

 

 

“Eserciti di tutto il mondo, unitevi!”, era lo slogan. Che stronzata.

In realtà non c’è stato un minimo di organizzazione e non si è capito chi doveva coordinare la risposta umana alle ostilità aliene. Oppure l’organizzazione c’era eccome, ma è andato subito tutto a catafascio. Forse più la seconda. Comunque, se è vero che alcuni dei paesi più avanzati della terra avevano previsto delle misure in caso di attacco alieno, queste non hanno funzionato. E con questo non voglio innescare nessuna polemica, sto solo riportando i fatti.

Due giorni dopo il primo attacco, tutte le nazioni che avevano a disposizione i mezzi per farlo si sono coordinate via internet e hanno sferrato quello che, a posteriori, si è rivelato essere il più grande suicidio di massa della storia. Gli eserciti si sono mossi via terra e via aria. Chi aveva un’arma, l’ha usata. I nordcoreani hanno pensato bene di scagliare addosso agli invasori una bomba atomica. Siccome non è servito a nulla, gliene hanno tirate altre 3. Mi rotolerei per terra tenendomi la pancia, ma non c’è un cazzo da ridere. Capito perché la gente preferisce non uscire di casa? Ma non sto polemizzando. Sono stati sprecati milioni di proiettili, tonnellate di benzina, innumerevoli F16, migliaia di carri armati di ultima generazione e non abbiamo ancora capito quante vite umane (molte a causa del fallout) per ottenere un unico risultato: li abbiamo fatti incazzare il doppio.

Così, visto che durante l’invasione “ufficiale” non siamo morti tutti e che abbiamo avuto anche la sfacciataggine di ribellarci e rispondere al fuoco, con una seconda ondata di attacchi gli alieni ci hanno asfaltato. Ci hanno messo quasi una settimana e si sono impegnati con precisione chirurgica. Hanno abbattuto tutto quello che si poteva abbattere, polverizzato tutto quello che si poteva polverizzare. Il minimo rumore li faceva arrivare. Il minimo movimento li faceva quantomeno insospettire. Sono iniziate le ronde settimanali. Nessuno si è più avventurato all’esterno.

Per quanto riguarda me, col senno di poi posso dire di essermi comportata con giudizio. Avevo scritto un elenco di tutto quello che mi serviva e che poteva fare rumore: ad esempio, collegare il caricabatterie del cellulare alla presa della corrente, aprire il frigorifero, chiudere il divano-letto (che cigolava). Quando mi accorgevo che qualcuno veniva attaccato nelle vicinanze, mi azzardavo a smarcare una per una le voci della lista e, poiché i boati coprivano il rumore che facevo, direi che mi è andata parecchio bene. Ho persino aperto la porta di casa, una mandata per ogni esplosione che sentivo. Può sembrare rischioso ma ho pensato che, se avessi avuto bisogno di uscire (scappare?) per un qualunque motivo, non avrei fatto rumore girando la chiave nella toppa; e che se l’alieno che viene a trovarmi ogni martedì avesse cercato di aprirla come la prima sera, mi sarei fatta comunque trovare pronta, zaino in spalla, armata di coltello da carne e con ai piedi le mie comodissime scarpe da tennis.

Questo non vuol dire che ciò non abbia comportato dei rischi: in quei giorni i grigi entravano quasi in ogni casa. Somigliava moltissimo a una pulizia etnica. Per questo, quando il bastardo si è presentato per la terza volta alla mia porta, ero sicura che toccasse a me. Ero pronta a tutto, anzi, davo per scontato che quel giorno avrei tirato le cuoia. Ma lui non ha più “bussato”, si è limitato a stare lì, pronto a cogliere qualsiasi rumore, mentre i suoi compagni scorrazzavano per l’edificio. Io intanto cercavo di non respirare, di non sudare, di non battere le ciglia. Da allora tutti i martedì si ripete la stessa scena: io che mi preparo ad un’eventuale fuga e che mi piazzo per tempo dietro la porta di casa con in mano il mio bel coltellaccio; loro che arrivano e invadono il palazzo per un paio d’ore; lui che si posiziona dietro la mia porta: sospetta che ci sia qualcuno, ma non cerca più di entrare.

Perché vengono qui tutte le settimane? È evidente che non stanno cercando nulla. Il loro comportamento mi è incomprensibile, ma è destinato a rimanere un mistero, visto che l’unico modo di saperne di più è uscire da qui, cosa che non ho la minima intenzione di fare, ovviamente. Mi limito a osservarli dallo spioncino, alle spalle dell’alieno, mentre salgono e scendono le scale e si danno indicazioni l’un l’altro, impegnati in qualcosa che suscita in loro grande fermento. Cosa cavolo vengono a fare in un condominio costruito negli anni ’60, mai ristrutturato e abitato per lo più da sfigati come me?

Capitolo 6

foto capitolo 6

 

 

C’è sempre un momento, nell’arco della giornata, in cui mi annoio da morire. Allora mi preparo un tè (tra l’altro oggi ho giocato un jolly non da poco: rovistando nella dispensa ho trovato un cofanetto di legno contenente 4 selezioni di tè aromatizzati che mi è stato regalato da mio fratello qualche Natale fa. Quando l’ho aperto sembravo John Travolta in Pulp Fiction in quella scena in cui apre la valigetta con la combinazione 666 e viene pervaso da una luce dorata. Come lui, ho dovuto trattenere l’esaltazione. Ho scelto il tè nero all’arancia e spezie. Non male, anche senza zucchero) e, mentre lo sorbisco godendomela oltremodo, passo un po’ di tempo sbirciando fuori dalla finestra attraverso le tende. È così che ho scoperto che nell’appartamento di fronte al mio, dall’altra parte della strada, c’è qualcuno. Ho visto chiaramente le tende muoversi, poi una mano le ha scostate e un viso si è affacciato a guardare la strada. È durata forse un paio secondi: abbastanza da capire che si tratta dell’appartamento del dirimpettaio che era solito fumare sul balcone tutte le sere guardandomi mentre lavavo i piatti, ma non abbastanza da intuire se è stato lui ad affacciarsi o sua moglie. Non so come valutare questa informazione. I miei complimenti per aver salvato la pellaccia, per carità. Spero solo che non combinino qualche casino, tipo fare rumore, mettendo in mezzo anche me.

Essere silenziosi è diventato prioritario per la sopravvivenza. Non è facile, ma si può imparare. Stare fermi aiuta parecchio, ma somiglia molto al rigor mortis e alla lunga è stancante. Quindi bisogna liberarsi di tutte quelle abitudini che ora rischiano di metterci in pericolo. È sufficiente adottare lo stile di vita del bradipo. Ad esempio, apro i cassetti moooolto lentamente; muovo tutti gli oggetti con estrema cautela; digito sulla tastiera del pc un tasto alla volta, con tocco leggero; il cellulare è impostato su “vibrazione” e staziona su un cuscino che possa assorbirne il tremito; le zip sono pericolose, vanno chiuse lentamente; cammino indossando solo i calzini; ci metto quasi 2 ore per cucinare un po’ di riso;  e ho scoperto che posso ascoltare la musica in cuffia, se tengo il volume molto basso. Non ce ne rendiamo conto ma ci sono un sacco di cose che fanno chiasso in una casa, e anche le persone possono essere rumorose (quanto vorrei poter starnutire a piena potenza!). Ci sono giorni in cui mi limito a respirare.

Per questo non so bene come valutare la presenza del dirimpettaio. Posso controllare me stessa e le mie azioni, ma non posso controllare gli altri e chiedere loro… beh, di non farsi notare. Chissà quante altre persone sono tappate in casa, qui intorno. Non molte, credo: subito dopo il primo attacco, qualcuno ha provato ad avventurarsi per strada, forse alla ricerca di cibo. Non hanno percorso molti metri, da quello che ho visto oltre le tende e ho sentito con le mie orecchie. In quanto a rumore, sembra quasi che gli alieni non si sappiano controllare. A parte il fastidiosissimo sibilo delle loro astronavi, posso testimoniare che, quando decidono di utilizzare una delle loro armi, è meglio avere a portata di mano dei tappi per le orecchie. I colpi sparati dai dischi volanti sono violentissimi e in grado di scavare una voragine negli edifici sfondandoli da parte a parte. Il tutto opportunamente farcito di boati, urla, sibili ed esplosioni. Vale lo stesso per le loro pistole, i cosiddetti “polverizzatori”, che sono in grado di ridurre una persona in particelle e con lei tutto quello che si trova alle sue spalle nel giro di qualche metro. Uno spreco di potenza, vista la fragilità del corpo umano.

Spero che ai miei genitori non sia toccata questa brutta fine. Ma è una speranza vana. Che siano stati vittime di un qualche incidente la prima sera o che siano stati polverizzati mentre scappavano dietro il reparto detersivi, poco cambia. Spero che non abbiano avuto il tempo e la lucidità di avere paura. Anche se è triste ammetterlo, spero che siano morti subito, soffrendo il meno possibile. Spero che siano stati insieme, che si siano tenuti per mano. Spero che, in fondo al loro cuore, sapessero che i loro figli se la sarebbero cavata (io ho tutte le intenzioni di vendere cara la pelle). Spero che mio padre ne abbia preso a calci almeno un paio. Spero che non abbiano dovuto nascondersi da qualche parte in attesa di un aiuto che non sarebbe mai arrivato.

Spero che non siano stati costretti ad assistere alla Seconda Ondata.

Capitolo 5

foto capitolo 5

 

Non so come ho fatto a trattenere l’istinto di chiedere “Chi è?”: sarebbe stata una domanda cretina, visto che il soggetto che si trovava oltre la porta stava facendo di tutto per sfondarla. Mooolto lentamente sono tornata nell’ingresso di casa. Continuavo a stringere il telefono in mano, talmente forte che ad un certo punto l’ho sentito scricchiolare. Mi sono avvicinata alla porta ma non sapevo se guardare nello spioncino oppure no. Chi c’era dall’altra parte? Qualcuno che conoscevo? Qualcuno che aveva bisogno di aiuto? Perché non parlava? Perché non suonava il campanello? Perché cercava di aprire la porta?

Poi i colpi si sono interrotti ed è sceso il silenzio. Tutto è diventato immobile. Io nell’ingresso, al buio, col telefono in mano. Oltre la porta nessun rumore, né respiro affannato, né passi che si allontanavano. Fuori, solo l’eco di esplosioni e urla. Interminabili secondi sono passati. Ho fatto un passo in avanti e ho appoggiato una mano alla porta. Respirato profondamente. Accostato l’occhio al vetro.

Non c’era nessuno. Vedevo solo le scale e le porte degli appartamenti vicini. Chiunque fosse, probabilmente aveva rinunciato e se ne era andato. O forse no. Ad un’occhiata più attenta potevo vedere delle ombre muoversi, come se qualcuno stesse girovagando per i piani del palazzo proiettando oscurità sulle pareti. Ad un tratto un’esplosione fortissima all’esterno mi ha fatto voltare verso la finestra. Stavolta avevano colpito davvero vicino. Potevo sentire le urla delle persone come se fossero a 20 metri da me. Poi ho sentito un boato, come se un palazzo stesse crollando, poi un’altra esplosione. La cosa inquietante era che dalla finestra del bagno si vedeva solo buio, mentre dalla camera, nella parte opposta dell’appartamento, percepivo dei bagliori che si accendevano e si spegnevano a ritmo irregolare. Se tengo le luci spente magari non sapranno che sono qui, ho pensato. Sono ritornata alla porta e ho accostato di nuovo l’occhio allo spioncino. Stavolta due grandi occhi alieni mi fissavano dalla parte opposta. Il mio diaframma si è bloccato, forse anche il cuore ha smesso di battere e gli occhi non mi si sono sparati fuori dalle orbite solo per un caso fortuito. Gesù santissimo. Mi vede attraverso lo spioncino? Mi legge la mente? Percepisce la mia presenza? Poi ho smesso anche di pensare. Non volevo dare nessun indizio della mia esistenza. Un ninja. Sparire come un ninja. I ninja, per definizione, non ci sono.

Mi sono annullata mentre, in preda al terrore, non riuscivo a staccarmi dalla soglia; mi sono scostata leggermente solo quando l’alieno ha ripreso a battere i pugni sulla porta e a manovrare furiosamente la maniglia. Cazzo, è più alto di me, ho pensato. È grigio e più alto di me. Testa grossa, occhi grandi e obliqui, corpo slanciato e massiccio. L’ho sentito ringhiare, e ho visto che ha proprio sollevato un labbro e mostrato i denti, in preda alla frustrazione.

I colpi si sono fermati solo quando è apparso un altro alieno alle sue spalle che ha attirato in qualche modo la sua attenzione e con un leggero movimento della testa gli ha comunicato che era il momento di andare. Quando ho sentito il sibilo di un disco volante allontanarsi sono crollata a terra in preda alla tremarella. Non avrei dovuto fare la stronzata di abbandonare kick-boxing in favore della danza del ventre nella speranza di trovare un fidanzato. Sono più alti e forti di noi, in barba al senso comune. Più difficili da sopraffare nel corpo a corpo. Questi ci panano il culo e se lo cucinano al forno, è stata la mia considerazione finale.

 

L’alieno è tornato, verso la fine della Seconda Ondata. Avevo ancora la porta chiusa, per fortuna. Da allora viene a trovarmi tutti i martedì. I nostri “incontri” sono diventati più piacevoli. Ha smesso di colpire l’uscio, ma continua ad avere il sospetto che ci sia qualcuno nell’appartamento. Non sarò io a convincerlo del contrario. Lo fisso dallo spioncino per tutta la durata della visita (che in genere dura un paio d’ore), mentre i suoi compari gironzolano per il palazzo alla ricerca di chissà cosa. Lui non lo sa, ma gli basterebbe abbassare la maniglia per entrare. Comunque non capisco perché non polverizzi la porta. Eppure è armato, si vede chiaramente. Anche io sono armata, oh sì. Ho un bel coltello da carne che ho trovato nel secondo cassetto della cucina, che utilizzavo per tagliare il petto di pollo per cucinarlo col curry e che non aspetta altro di venire conficcato nel cranio di qualche fottutissimo alieno di merda. Indovinate chi è in cima alla lista dei preferiti?