Archivio mensile:marzo 2013

Capitolo 13

foto capitolo 13

 

Credo mi siano usciti i bulbi oculari dalle orbite, tanto non posso credere a quello che sto vedendo. Quando è entrato? Da quanto tempo mi sta guardando? Da dove salta fuori? Che giorno è oggi, non è lunedì? Non dovrebbero venire qui domani? E poi cos’ha da guardare? Giuro, è la scena più assurda dell’universo, letteralmente. Il tutto, peggiorato dalla canzone successiva della playlist del mio iPod, che nel frattempo non ha smesso di funzionare e mi sta sparando nelle orecchie “Last But Not Least” della Zac Brown Band.

I go left when I should go right

I chase the dark when I see light

I trip and fall down every time I try

To walk that line

The sun comes up I look for rain

I search for joy and I find the pain

I swear I will not forget again

voglio dire, ma che cazzo, non c’entra nulla! Sembra una scena di Hellzapoppin’!

Il grigetto mi arriverà sì e no a mezza coscia, mi guarda incuriosito coi suoi grandi occhi obliqui inclinando la testa da destra a sinistra. Sembra strafatto. Non so se emette qualche verso, in ogni caso non potrei sentirlo perché Zac intanto mi sta dicendo che ero l’ultima, ma non per importanza.

Nonostante il piccoletto non sembri armato, sono terrorizzata e non so cosa fare. Non so nemmeno se muovermi o fingere di essere una pianta. Potrei chiudere la bocca, intanto, o riprendere a respirare. No, meglio l’opzione pianta, una pianta ninja.

L’alieno china leggermente la testa, sembra deluso. Poi la rialza, mi guarda dritto negli occhi e ciondola le braccia, poi piega un paio di volte le ginocchia e accenna un paio di passi in avanti scuotendo il sedere. La sua espressione cambia leggermente, quasi stesse sorridendo. Io continuo con la pianta ninja, è una soluzione che mi dà sicurezza. Il nanetto mi fissa per qualche minuto, poi si gira su se stesso e si dirige a piccoli passi verso l’ingresso.

Lo seguo con lo sguardo, mica vorrà girare per casa mia e toccare la mia roba? Mi do una manata sulla chiappa per spegnere il lettore mp3 e decido che se allunga una delle sue schifosissime zampe su uno qualunque dei miei preziosissimi oggetti giuro che faccio definitivamente incancrenire questa maledetta guerra intergalattica. Invece no, vedo che la porta di casa è aperta e lui si dirige all’uscita, afferra la maniglia ed esce richiudendo la porta senza fare il minimo rumore. Da quanto tempo è aperta quella porta? È entrato qualcun altro? Esco dalla camera mooooolto lentamente e sporgo appena la testa per verificare che la cucina sia libera. Non sembra esserci nulla di grosso, quindi mi riaffaccio con più decisione: non vedo alieni. Guardo anche in alto, non si sa mai, ne ho visti troppi di film con mostri attaccati al soffitto. Afferro il coltello che avevo lasciato sul tavolo e torno nell’ingresso per dirigermi verso il bagno. Scivolo lentamente, cerco di respirare normalmente ma non è semplice, fa caldissimo e sto sudando come un maiale. Perché non ho uno specchietto a portata di mano? Potrei guardare nel riflesso invece di rischiare la capoccia. Oh, è inutile fare questi ragionamenti, se in bagno non c’è nessuno il prossimo oggetto che finisce nello zaino di emergenza è lo specchietto da borsetta che ho lasciato nel secondo cassetto. Mi sporgo di nuovo e non vedo nulla. Non c’è nessuno qui.

Mi fiondo sulla porta d’ingresso e guardo nello spioncino: sparito. Non so se è andato su o giù, se era da solo o c’era qualcun altro con lui, se è stata un’iniziativa individuale o se è stato mandato da qualcuno. Non sento rumori sospetti, non dovrebbero esserci dischi nelle vicinanze. Non capisco.

Ora che succederà? Andrà a dirlo ai suoi amici? Mi scatenerà addosso l’inferno? Arriveranno a frotte? Mi divoreranno così, cruda e urlante?

Le ginocchia mi cedono, mi viene il magone ma piangere è rumoroso.

Piuttosto, devo rialzarmi subito e correre in bagno, rilascio degli sfinteri. Beh, almeno non sono paranoica.

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Capitolo 12

foto capitolo 12

 

Come dicevo, mi sono rotta le palle. Sono stufa di passare le giornate chiusa in casa, con questo caldo, il tempo scandito dalle visite aliene alla finestra o al pianerottolo. La scorsa settimana ho visto un video su Youtube che mi ha fatto piegare dal ridere: 4 ragazzi si sono improvvisati ballerini e hanno reinterpretato la coreografia del video “Men in Black” di Will Smith. L’hanno registrato nel più completo silenzio e poi ci hanno montato sopra la canzone e gli effetti speciali: sul finale uno di loro si trasformava in un alieno vero, uno dei nostri intendo, non quelli del film, e gli altri tiravano fuori dal nulla delle finte clave e lo massacravano di botte. Ho scoperto poi che il video fa parte di un movimento nato sul web, “I want to live again” e ci sono un sacco di altri video fatti in questo modo: mi sono lasciata intenerire da un ragazzo che ha creato un lip sync di “When you say nothing at all” di Ronan Keating per mandarlo alla sua fidanzata chiusa in un bunker in Illinois (spero che abbiano una connessione internet sennò tanto sforzo per nulla). Così ho deciso di farne uno anche io. È una settimana che ci lavoro su e oggi voglio registrarlo. Ho scelto “Beauty and a beat” di Justin Bieber, non perché io sia una Belieber, anzi, ma la canzone ha un tono spensierato e la coreografia è divertente. Beh, nei vari video che ho spulciato la coreografia c’è solo sul ritornello e sul beat, quindi sulle strofe ho dovuto inventarmi qualcosa.

Posiziono il portatile sul divano e regolo l’inclinazione dello schermo in modo che la webcam incorporata mi riprenda a figura intera. Faccio partire la registrazione, tanto poi taglio tutto quello che non mi serve. Metto gli auricolari dell’iPod nelle orecchie, porto il filo alle mie spalle e infilo il lettore nella tasca posteriore dei jeans, faccio partire la canzone. Quando inizia la grancassa piego a ritmo il ginocchio e quando Nicki Minaj canta un lungo GIASTEEEEEEEEEEEIIIIIIIIIIIIIN punto un dito della mano verso il pavimento e lentamente alzo il braccio verso il cielo. Al SCIOIUOFF, TUNAIT AI WANNA SCIOIUOFF comincio a sfoderare qualche mossa molto cool anche se un po’ old school che avevo imparato al corso di hip hop frequentato anni fa e vado avanti così fino al bridge, quando Justin canta OOOOOOOOOOOOOLL AI NIIIIIIIIIIIIID e lì rallento e ci abbino dei movimenti lenti che invece ho imparato al corso di danza del ventre, tipo onde che partono dalle braccia e scendono fino alle ginocchia per poi tornare su, un po’ ipnotiche e di grande effetto, salvo partire con la coreografia ufficiale sul beat: saltino a piedi uniti, poi apro ginocchio destro poi il sinistro poi entrambe le gambe con un altro saltino, apro gli avambracci con un segnale di “ora basta” (anche questo è molto old school, eh, Justin?) poi in alto per pompare il pubblico, porto avanti la spalla destra poi fingo di portare avanti anche la sinistra ma è solo una scusa per far fare delle ondine al braccio sinistro (andata e ritorno), poi spalla sinistra verso l’alto e con un movimento fluido giro il busto verso destra e porto in avanti sia il braccio che il piede sinistro, mi rimetto in posizione frontale e incrocio le braccia, alterno su e giù i gomiti mantenendo la posizione poi punto prima il braccio sinistro poi quello destro in avanti come se dovessi sparare a qualcuno e poi ci sono i 5 saltini con i piedi alternati che mi piacciono tanto. Rotazione all’indietro del braccio sinistro per seguire il suono del sintetizzatore e ritornare frontale, mani unite con gomiti alti e colpo delle ginocchia, di nuovo i 2 colpi di pistola e i saltini e poi riprende la strofa col passo della finta bicicletta con un piede solo. Sono abbastanza fiera di come sto ballando, forse non dovrò rifarlo diecimila volte prima di decidere che è un video dignitoso. Continuo a ballare fino alla reppata di Nicki su cui, praticamente da ferma, sfrutto gli accenti della musica con dei movimenti fusion e mi sento fichissima. Quando la reppata finisce e Justin canta IS OOOOOOOOOOOOLL BAI IUUUUUUUUUUUU riprende la finta bicicletta, poi doppio step alternato aprendo le braccia e chiudendole facendo sbattere un pugno contro il palmo dell’altra mano, poi mi tocco una spalla con la mano, poi l’altra, poi punto il dito in avanti e cammino in avanti quasi saltellando finché non riprende il beat: mi giro verso sinistra tenendo le braccia piegate e unite all’altezza del petto, con la mano destra indico prima a sinistra poi a destra, richiudo le braccia e do un colpo in avanti di petto e poi di ginocchia, poi lancio il piede destro per aiutarmi a girare verso destra e scendo per ballare la parte in ginocchio ed è lì che mi accorgo che nella stanza c’è un piccolo alieno che mi sta guardando.

Capitolo 11

foto capitolo 11

 

Non so cos’è successo. Non riesco proprio a capire. Oggi non è giovedì. E sono sicura di non aver fatto il minimo rumore, come avrei potuto?, stavo dormendo! Non ho avuto incubi, né ho parlato nel sonno.

Quindi come cazzo è che c’è un disco volante esattamente fuori dalla finestra della mia camera, con le armi puntate verso il mio appartamento?

Mi sono svegliata perché ho sentito il sibilo e mi è sembrato strano, non è giorno di ronda. Ho infilato gli occhiali e in quel momento un’ombra è calata sulla stanza. Ovviamente non mi sono mossa e sono rimasta seduta sul mio letto a guardare fuori cercando di respirare il più lentamente possibile per evitare che il minimo movimento delle tende facesse intuire a chi era fuori che lì dentro ci fosse qualcuno. Saranno passate almeno 3 ore e il disco non accenna ad andarsene. Non so cosa fare, cerco di stare perfettamente ferma ma comincia a farmi male il collo. Pongo attenzione a eventuali rumori che possano venire dall’interno del palazzo ma non sento nulla.

Cosa

diavolo

vogliono

da me.

Ansia. Sono quasi tentata dall’aprire la finestra e gettargli addosso qualcosa di stupido, non so, calzini sporchi, solo per vedere la reazione. Almeno usciremmo dall’impasse, non a mio favore probabilmente, ma gli darei qualcosa di cui parlare in futuro. “Ehi Zoloborg, te lo ricordi l’essere viscido che ci ha tirato addosso quella roba puzzolente?”, “E chi se lo dimentica, Groingo? Bel tentativo, comunque!”. Ah-ah. Viscidi sarete voi.

Senza nessun preavviso, l’astronave si alza e si allontana, facendo entrare luce nella stanza. Uff! Riprendo a respirare normalmente, mi alzo dal letto, forse con troppa foga perché l’aria mossa dal lenzuolo che ricade sul materasso smuove leggermente le tende. Me ne accorgo appena in tempo, mi butto a terra mentre sento di nuovo il sibilo che si avvicina, sulla stanza torna la penombra, io striscio sul pavimento fino a nascondermi dietro il letto, fa’ che non mi abbiano visto, fa’ che non mi abbiano visto, fa’ che non mi abbiano visto e che le tende siano ferme, maledette tende! La situazione non è migliorata. Mi aspetto da un momento all’altro che il mio misero appartamento salti per aria, ma passano i minuti e non succede nulla. Se anche le tende si sono mosse tanto da farsi notare, ora saranno ferme! I miei polmoni sembrano mantici. Comincio a sentire un caldo pazzesco. DEVO aprire la porta della camera per arieggiare un minimo, altrimenti soffoco. Perché non se ne vanno? Non ce la faccio più. Mi sono svegliata 3 ore fa e sono già sfinita. Avranno dei raggi infrarossi per controllare il calore nella stanza? O solo sensori di movimento? O qualche altra diavoleria? Mi vedono? E se mi vedono, perché hanno deciso di risparmiarmi? Se non mi vedono, perché non se ne vanno? Mi stanno tirando scema! Che odio!

Calma… Calma… la rabbia è cattiva consigliera. Ma non posso restare seduta per terra, nascosta dietro un letto, per l’eternità perché ‘sti stronzi hanno il dubbio che ci sia qualcuno in casa e non se ne vogliono andare. Mandino qualcuno a controllare!

Oddio, e se mandano qualcuno a controllare? Ho lasciato il coltello da cucina sotto il cuscino. Cazzo.

Decido di fare un tentativo e mi sporgo al di sopra del bordo del letto, moooolto lentamente. Il disco non si muove. Non sento nessun rumore, se non il mio respiro. Loro sono lì, sospesi davanti alla mia finestra. Io sono qui, in ginocchio, nascosta dietro un letto, anche se non ha alcun senso ripararsi dietro alcunché, considerando che se decidessero di sparare salterebbe comunque tutto per aria.

Già, ma che cazzo. Tanto vale alzarsi e continuare a fare gli affari miei. Magari lentamente e senza far rumore. E se vogliono sparare, che sparino, mi sono rotta le palle.

Nel momento in cui mi alzo in piedi, l’astronave se ne va.

Certo che sono strani, ‘sti alieni.

Capitolo 10

foto capitolo 10

 

 

Di nuovo quel sibilo odioso. So già cosa succederà, ed è tremendamente deprimente. La moglie del dirimpettaio non ha nemmeno il buon gusto di stare zitta, anzi, lancia un urlo talmente stridulo che raggiunge gli ultrasuoni. Che palle.

Il disco volante si posiziona lentamente davanti alla finestra del tizio. Quanto sono cinematografici, ‘sti alieni! Tanto lui non può scappare da nessuna parte, rientrare in casa non avrebbe senso né tantomeno buttarsi di sotto.

Mi copro le orecchie con le mani e retrocedo verso il fondo della stanza.

L’uomo sa di essere condannato a morte, che quella è la sua ultima sigaretta. Mi stupisco quando lo vedo portarsela di nuovo alle labbra e aspirare, fissando il disco davanti a sé con aria di sfida. Gli alieni non hanno reazione, sembrano in attesa di una provocazione che non tarda ad arrivare: dopo aver espirato per l’ultima volta, ecco che il brillantone usa le dita per sparare il mozzicone contro l’astronave.

È il boato più forte che abbia mai sentito. Istintivamente mi butto a terra, temo che le finestre del mio appartamento saltino per lo spostamento d’aria, invece no. Il pavimento però trema come se ci fosse il terremoto. Quando mi rialzo il disco se ne è andato e il palazzo di fronte a me ha una voragine che lo passa da parte a parte, riesco a vederci attraverso e oltre c’è ben poco. Se non rischiassi la pelle facendo rumore applaudirei, devo dire che l’uscita di scena del mio dirimpettaio è stata niente meno che spettacolare. Chapeau.

Oggi ne ho viste abbastanza. Sono appena passate le 4 del pomeriggio e la depressione mi ha messo appetito. Cucino i miei 40 grammi di riso. Mentre mangio penso a tutte le persone che in mezzo a questo casino cercano di vivere comunque. La sigaretta è costata cara a quel tipo, ma chissà quanto piacere ha provato nel fumarsene una all’aperto come ai bei vecchi tempi! I giornalisti barricati nelle redazioni che cercano disperatamente di passare informazioni, i ragazzi di internet che distribuiscono dritte a tutto il mondo usando il passaparola, i dottori e gli infermieri che sono rimasti a lavorare negli ospedali, quelli che hanno finito le scorte di cibo e hanno talmente fame da essere costretti ad avventurarsi all’aperto… E io?

Io speravo di trovare qualcuno che mi amasse e che si prendesse cura di me, qualcuno con cui ridere, con cui costruire una famiglia. Improvvisamente mi rendo conto che non avrò mai figli… che senso avrebbe? Metterli al mondo per farli vivere nel terrore, roba da diventare psicolabili a 5 anni, altro che traumi infantili! Però che peccato. Mi sarebbe piaciuto andarli a prendere all’uscita da scuola, giocare con loro a nascondino, insegnare loro le tabelline, aspettare insieme il loro papà e corrergli incontro al suo rientro, preparare la cena per tutti… una vita normale, insomma. Non pensavo che l’avrei mai detto, ma mi sarebbe bastata una vita piatta e anche un po’ noiosa, invece di questo schifo.

Decido di farmi un cicchetto. Eccheccazzo, non mi godrò mai più non dico una famiglia, ma nemmeno un sabato sera fuori con le amiche, almeno un drink è il caso di berlo, piccolo però: voglio essere lucida se scoppia qualche altro casino. Vado in salotto ed estraggo un amaro dal mobile degli alcoolici (ho un mobile apposta in caso di emergenza. Beh, questa è un emergenza) e resto imbambolata così, con la bottiglia in mano. Alcool. Combustibile. Uhm. Frena, niente cicchetto. Potrei avere bisogno del contenuto di questa bottiglia il prossimo inverno, se ci arrivo, o come molotov, nel caso, e anche la bottiglia stessa è bella pesante, arma contundente, perfetto. Mi sto trasformando in una macchina da guerra. Un ninja armato di alcool. Decido di mettere la bottiglia nello zaino di emergenza. Sposto le mutande e l’asciugamano per riequilibrarne il contenuto e rimetto lo zaino al suo posto. Sbuffo. Maledetti alieni del cazzo, grazie a voi “normalità” ora significa combattere per la sopravvivenza. Prima di loro la più grossa sfida era trovare un lavoro a tempo indeterminato.

Stasera mi devo ricordare di mettere il coltello sotto il cuscino.

Capitolo 9

foto capitolo 9

 

Oggi fa un caldo boia, il meteo lo aveva preannunciato (il Meteosat funziona ancora ed evidentemente c’è qualcuno di buona volontà che interpreta i dati e li comunica al mondo). Eppure sono solo i primi di giugno, “anticipo d’estate”, l’hanno chiamato, ed è destinato a peggiorare. È un fottutissimo casino, cazzo. Non posso aprire la finestra, non posso certo aprire la porta, ed è troppo presto per accendere l’aria condizionata, che comunque farebbe troppo rumore. Come farò ad agosto? La vedo male. Raccatto un ventaglio da un cassetto e lo metto a portata di mano, per ora la caldazza è sopportabile. Se butterà male, mi infilerò nel frigo, chemmifrega.

Mi collego in rete per leggere le ultime. A Parigi sono organizzatissimi, si sono barricati in una zona a nord della città insieme all’esercito e sono decisi a vendere cara la pelle. Qualcuno twitta gli aggiornamenti: “Touche pas à ma planète” è il motto, vai così.

Entro in Facebook, e subito noto un certo movimento. Un tizio ha inviato una disperata richiesta di aiuto, cerca un medico perché la moglie deve partorire. Ha scritto il proprio indirizzo, ha detto che aveva chiamato l’ospedale ma gli avevano riso in faccia, se voleva poteva portare lui la moglie da loro, ché loro non sarebbero usciti per nessun motivo al mondo. Un medico si è collegato per dargli suggerimenti per permettere alla poveraccia di partorire in casa. Ora l’uomo ha attivato una specie di videochat per ricevere le indicazioni in diretta, si vede il letto, la moglie a gambe larghe e tutto. La donna si è aggrappata alla testata del letto, è terrorizzata, respira affannosamente. Il marito entra nell’inquadratura, appoggia degli asciugamani puliti sul letto e degli strumenti che non riesco a distinguere fino a quando il medico non gli chiede a bassa voce se ha lasciato bollire il taglierino e le forbici per più di dieci minuti (taglierino? Cristo santo!). Ecco che la donna spinge… spero che ce la faccia! Da qui non si capisce di quanto è dilatata, il medico le dice di seguire l’istinto e di assecondare il proprio corpo, che espellerà il bambino praticamente da solo. Come no. Ecco un’altra spinta. Se sono così ravvicinate è perché il momento… infatti il marito dice, cercando di frenare l’entusiasmo per non farsi sentire, “Ecco la testa! Coraggio!”. Mi tappo la bocca per non esclamare un “Dai che ce la fai!” e invece il medico rovina tutto spiattellando la stronzata del secolo: “Se possibile, non urlare”. Proprio così, “se possibile”. Eccerto, un pallone da basket mi sta uscendo dalla vagina, ma io sono la moglie del fondatore di Scientology e quindi non urlerò. Ma vaffanculo.

Ecco la spinta definitiva: la donna corruga il viso, si contorce in uno sforzo immane e lancia il più potente, fragoroso, tonante urlo della storia. Il bambino esce, il neopapà lo afferra, lo capovolge, gli accarezza la schiena e io sto per piangere di gioia anche se non c’entro un cazzo, quando resto agghiacciata dalla potenza dei polmoni del neonato, che si farà sentire fino in Cina se continua così! Dio, fa che siano in un bunker e non in un appartamento al nono piano! Il papà è contentissimo e non si rende conto del casino che sta facendo il bambino… poi lo vedo impallidire e voltarsi di colpo verso l’ingresso della camera. Un rumore assordante mi attraversa le orecchie, vedo polvere e calcinacci invadere la stanza. L’uomo e la donna urlano e si appiccicano al muro alle loro spalle scalciando. Qualcosa urta il ripiano su cui è appoggiata la webcam, che cade a terra e si capovolge. Sento implorazioni, il pianto del bambino, vedo ombre muoversi freneticamente. Chiudo il collegamento. Che giornata di merda.

Riempio un bicchiere di acqua. Prima di avvicinarlo alle labbra, lascio aperto il rubinetto e ci butto sotto la faccia, la testa, il collo. Mi viene da vomitare. Strizzo i capelli e li raccolgo a chignon per non sgocciolare sul pavimento. Cerco di mandare i cattivi pensieri fuori dalla finestra ed è così che vedo, attraverso le tende, che il mio dirimpettaio è uscito sul balcone. In effetti fa un caldo incredibile e le sue finestre tra l’altro sono rivolte a sud. Cavolo, il suo appartamento deve essere un autentico forno se ha deciso di correre il rischio e mostrare la sua enorme faccia di culo al mondo. Si accende persino una sigaretta! Not a single fuck is given today. Devo ammettere che lo invidio un po’. È lì che aspira, tutto tronfio. Io invece ho una strana sensazione, ma non riesco a capire cos’è. C’è qualcosa che mi disturba nella serenità di quell’uomo. Poi capisco: è il silenzio. C’è troppo silenzio. E deve accorgersene anche lui, visto che alza il mento per espirare il fumo, guarda in alto e in un nanosecondo la sua espressione cambia.