Archivio mensile:aprile 2013

Capitolo 17

foto capitolo 17

 

 

Vendetta. Se girassi armata, intendo SERIAMENTE armata, ora sparerei a bruciapelo alla belva, qui. Invece mi sa proprio che ci rincontreremo all’inferno. Lo guardo bene per imprimerlo nella memoria. So aspettare. Faremo i conti al momento buono. In cassa ci sarò io e tu non avrai nessun buono sconto, anzi no, ne avrai tanti ma saranno tutti scaduti.

Il sibilo non tarda ad arrivare. Il cagnaccio si spaventa e scappa con la coda tra le gambe. Grazie, eh. Grazie per avermi messo in questo casino. Mi volto verso il rumore con l’espressione più sarcastica che l’istinto mi dice di tirare fuori. In fondo qual è il modo migliore di andare incontro alla signora con la falce? Una delle opzioni prevedeva che andasse tutto storto. Pazienza. Tanto non è che fosse ‘sta gran vita, ormai.

Guardo scendere il disco volante fino a un metro d’altezza dalla strada. Ho l’opportunità ora di godere dei suoi più intimi dettagli senza il filtro delle mie tende: bello luccicante, sembra un granchio color antracite metallizzato. Al posto di quelli che potrebbero essere specchietti retrovisori ha degli aggeggi che nello specifico sono puntati sulla mia persona. Troppo sforzo per un bersaglio così piccolo, ma non sarò io a dare suggerimenti su come polverizzarmi. Alla base invece deve avere una specie di campo di forza che lo tiene sospeso, perché l’aria in quella zona ha una reazione strana, è come se fluidificasse.

Sta lì sospeso per qualche minuto, poi noto una reazione nel punto centrale della carlinga: si apre una specie di sportello e una pedana cala fino a toccare terra. Poi non succede niente, tanto che resto un po’ interdetta: scenderà qualcuno o mi stanno invitando a salire? Beh, col cavolo, io non vado da nessuna parte. Infatti non mi schiodo di un millimetro, fino a quando un grigio non si decide a scendere, bontà sua. Forse hanno deciso di polverizzarmi con le pistole fotoniche. In effetti è una soluzione più economica. Ma l’alieno che ho davanti a me non sembra armato. Mi guarda a lungo, troppo a lungo, tanto che mi verrebbe da allargare le braccia e chiedere ad alta voce “Beh? Cazzo c’è?” ma non vorrei che lo prendesse come un gesto ostile da parte mia. China leggermente la testa da un lato poi piega due volte le ginocchia e scuote le braccia agitando il sedere.

Ecco chi sei! Ma certo, come ho fatto a non riconoscerti! Non sei AFFATTO uguale a tutti gli altri…

Diamine se è cresciuto, ora è più alto di me di almeno una spanna. Eppure non si è presentato nel mio salotto più di 3 giorni fa. Restiamo a guardarci per un tempo indefinito, se si aspetta una pacca sulla spalla può stare fresco, per quanto mi riguarda. Poi fa di nuovo quel ghigno strano, come se sorridesse. E risale sull’astronave. Il portello si chiude e l’astronave si alza di parecchi metri, gira su se stessa e se ne va ad altissima velocità.

Ne approfitto per correre più veloce che posso verso il mio condominio, fregandomene del rumore e dei calcinacci. Entro nel portone e ho un calo di zuccheri. Mi siedo sui primi gradini e cerco di prendere fiato. Gesù, penso, mentre percepisco che l’intestino riprende vita. Oggi ho giocato il jolly. Ho vinto la lotteria. Ho segnato lo slam dunk decisivo. Mi gira tutto intorno, devo calmarmi. Queste botte di adrenalina non mi fanno bene. Oh, non vedo l’ora di essere in casa per prepararmi un bel tè. Il pensiero del tè mi fa rimettere faticosamente in piedi. Ok, non giochiamo troppo con il destino. Ora risalirò con calma le scale senza fare rumore e rientrerò nel mio appartamento dopodiché potrò svenire ballare cagare fare tutto quello che mi viene in mente, quello che importa è che porto a casa la pelle anche stavolta.

Un gradino alla volta, silenziosamente risalgo. Nonostante lo sfinimento mi sento quasi euforica. E pensare che non sono una preda facile dell’entusiasmo. Arrivo fino al terzo piano e noto qualcosa di strano: la porta dell’appartamento sotto il mio è aperta. Mi avvicino ma solo perché la curiosità è una brutta bestia e mi accorgo che anche gli altri due appartamenti hanno la porta aperta. Entro in uno di questi e sulle prime mi sembra tutto normale, a parte un leggero disordine che, date le circostanze, può anche essere comprensibile. Poi mi affaccio sul salotto e resto di ghiaccio: quella che ho davanti ai miei occhi è la più inaspettata, grande e spaventosa covata che io abbia mai visto.

Annunci

Capitolo 16

foto capitolo 16

 

Non capisco se quello che ho davanti era già un barbone o lo è diventato a causa delle circostanze avverse. È un ometto basso che indossa dei vestiti che una volta dovevano calzargli a pennello ma che ora gli stanno larghi. Noto che è spaventato, e non solo perché ha il mio coltello puntato in mezzo agli occhi. Istintivamente ha portato le mani in alto, ma io non mi fido. Faccio un passo verso di lui e lui indietreggia. Poi mi guarda implorante, scuote la testa e lentamente porta un dito davanti alle labbra.

Facciamo silenzio, mi chiede.

Annuisco, ma non abbasso l’arma.

Mi indica i limoni e fa un gesto come dire “prendine quanti ne vuoi”. Andiamo meglio. Senza smettere di guardarlo afferro i limoni che mi sembrano nelle condizioni migliori e li metto nello zaino. Potrei anche andarmene, ma non mi fido di questo tizio. Lui sembra accorgersene e muove entrambe le mani con i palmi rivolti verso il basso. Poi solleva una mano puntando l’indice in alto e disegnando dei cerchietti.

Se vuoi fare un giro, fai pure.

Abbasso il coltello. Gli indico di spostarsi, di stare lontano da me. Lui fa due passi indietro. Mi guardo intorno e cerco di capire se nel negozio è rimasto qualcosa che può servirmi. Ovviamente il reparto scatolame è andato, come quello pasta e farina. Le confezioni di tè invece sono ancora sullo scaffale e questo è buono e giusto. Metto nello zaino tutte quelle che ci entrano. Prendo anche un paio di confezioni di assorbenti, che non fanno mai male. Mi dirigo verso il reparto carni e vedo che i frigoriferi sono stati svuotati. Poi mi accorgo che c’è una porta che conduce al retro del negozio, verso i magazzini e le celle frigorifere; vado da quella parte ma l’ometto ci si piazza davanti lanciandomi uno sguardo deciso.

Qui non puoi entrare.

Ok, capisco, è invasione di territorio, però che cazzo. Chiudo le dita di una mano e le porto alla bocca.

Dammi qualcosa da mangiare.

Il tizio scuote la testa; mi esibisco nel mio sguardo “ma per favore!” e gli punto di nuovo il coltello contro, avanzando di due passi. O mi dai qualcosa o ti faccio fuori e prendo tutto. Il pusillanime alza le braccia tremante e mi fa cenno di aspettarlo lì. Oltrepassa la porta e torna dopo qualche secondo con un pacco di pasta in mano. Non voglio la pasta. Lui rientra per ricomparire con un pacco di riso. Glielo strappo dalle mani; per infilarlo nello zaino sono costretta a rinunciare a due confezioni di tè, maledizione. Direi che la missione è andata a buon fine, mi volto e vado verso l’uscita.

Fuori la situazione è ancora tranquilla. Uccellini. Molto bene. Mi preparo psicologicamente a percorrere la strada verso casa. Respiro profondamente. Primo passo fuori. Secondo passo. Lentamente, in silenzio. Sto attraversando la strada e sono a metà percorso quando sento un rumore che non mi aspettavo: zampe sull’asfalto. Alla mia destra compare un cane, uno di quei cani che sono un incrocio tra un grosso pastore tedesco e qualcosa di ancora più grosso. Si ferma a qualche metro da me e mi osserva. Io resto completamente ferma. Non so se il trucco della pianta ninja funziona con i cani. Mi sa di no, perché il bestione comincia a mostrare i denti e poi a ringhiare. Non può avercela con me, io non ho fatto nulla. Mi volto di scatto alla mia sinistra, pensando che stia arrivando qualcuno. Invece no, la strada è libera. Mi giro di nuovo verso il cane, che continua a ringhiare: ce l’ha proprio con me! Tendo una mano verso di lui, sperando che si calmi. Buoooooono cucciolone, lui. Mi avvicino di un paio di passi, magari l’idea di ricevere una coccola può placare il suo ringhio. Bello cagnone, lui. Avanzo ancora e lui arretra di un passo, poi si siede sulle zampe posteriori e si lecca la punta del naso. Bravo patatone che hai smesso di ringhiare. Gli sorrido leggermente e sto per sussurrargli qualcosa prima di accarezzarlo quando di colpo si rimette in piedi e comincia ad abbaiare a pieni polmoni.

Lo sapevo che mi avresti fottuto, brutta bestiaccia maledetta.

Capitolo 15

foto capitolo 15

 

I primi passi sono stati facili. Guardando fisso davanti a me mi sono diretta verso le scale e ho iniziato a scenderle un gradino alla volta, poggiando lentamente il piede e tenendo i sacchetti della spazzatura lontani dal corpo per evitare di sbatterci contro. Quattro piani sono tanti. Sto procedendo moooooooolto lentamente e di questo passo ho calcolato che arriverò giù tra circa un’ora. Ma va bene così, va bene così. Non sono molto fluida, devo ammetterlo; ho persino paura di girare la testa e vedere cose che non mi piacciono, di qualunque tipo esse siano. Passo accanto alla finestra del pianerottolo ammezzato e guardo la situazione dall’alto: nessuno in strada, silenzio spettrale tranne qualche uccellino, mi piacciono gli uccellini, potrei persino riabilitare il significato ecosistemico dei piccioni; qualche astronave in lontananza, pattuglie probabilmente. Fa molto caldo, anche fuori casa. Forse è questo caldo che mi ha fatto ammalare, la mancanza di ricambio d’aria.

Continuo a scendere, terzo piano. Comincia a farmi male il braccio sinistro, è troppo teso e i sacchetti non sono leggerissimi. Devo resistere. Coraggio, sono solo all’inizio! Devo cercare di andare più veloce, non posso farmi cogliere dal cagotto in mezzo alla strada! Calma, un passo alla volta, un gradino alla volta. Mi gira la testa. Mi fermo, cerco di rilassare i muscoli, respiro profondamente. Dai, sono quasi al secondo piano. Sento un po’ d’aria attraversare l’ambiente e questo mi aiuta. Continuo a scendere. So che posso farcela. Secondo piano. Primo piano. Piano terra. Ok, ora arriva la parte difficile.

Il portone è aperto, molto bene. Mi affaccio senza sporgermi troppo, ho solo bisogno di sapere se posso entrare al supermercato o sto rischiando la pelle per nulla. Limoni, mi occorrono limoni o morirò di disidratazione. Cioè, cazzo, è un’invasione aliena, vorrei morire in un modo un po’ più epico che annegare nella mia stessa merda! La grande news è che le porte scorrevoli del super sono spalancate. La cattiva notizia invece è che i 40 metri che ci separano sono disseminati di vetri, calcinacci e roba sanguinolenta che non voglio sapere cos’è. Sarà impossibile non fare rumore.

Guardo in alto, sperando di non veder arrivare dischi volanti, ma non posso aspettare troppo. Decido di basarmi sui rumori della natura, finché sento il cinguettio degli uccelli posso stare relativamente tranquilla. Cerco di individuare un percorso tale per cui io non debba passare su quelle macerie e mi accorgo che, se cammino rasente al muro, forse ne calpesto meno. Ok, o la va o la spacca.

Comincio a camminare sulle punte dei piedi in direzione del negozio. I primi 10 metri sono abbastanza facili, non ci sono molti calcinacci. Faccio ancora qualche passo prima di passare accanto al portone del condominio accanto a quello in cui abito io; alzo lo sguardo e vedo che l’edificio ha due voragini al suo interno, una all’altezza di quello che una volta era il terzo piano (ecco da dove arrivano tutti i detriti sulla strada), l’altra più in alto, diciamo che l’ultimo piano è stato spazzato via. Lancio un’occhiata anche al mio condominio e vedo che il tetto ha subìto la stessa sorte, oltre alla voragine lasciata all’altezza dell’appartamento dei miei vicini. Riprendo a camminare fino alla fine della strada, ora devo solo attraversarla e dopo 5 metri sarò dentro. Mi fermo e mi guardo intorno: non c’è nessuno e gli uccellini continuano a cantare. Lascio dietro l’angolo i sacchetti della spazzatura, lo so, non si lascia la spazzatura in mezzo alla strada, ma il mio senso civico ha smesso di funzionare qualche settimana fa. C’est la guerre.

Scendo dal marciapiede e cammino col passo più felpato che mi riesce ma l’istinto mi porta ad accelerare, in mezzo alla strada mi sento così esposta! Arrivo dall’altra parte e finalmente posso dirigermi verso l’ingresso del supermercato. Le porte, che una volta erano scorrevoli, ora sono spalancate, anche perché un bel cacciavite è stato incastrato nel sensore di movimento. Entro, guardinga.

Non si sente alcun rumore. La corrente è stata staccata, le celle frigorifere sono spente e il loro contenuto sta marcendo, infatti l’odore dell’ambiente non si può definire invitante. Vado subito verso destra, dove so che erano conservate frutta e verdura, ed eccoli lì: limoni! Gialli come il sole, che belli, quanto li ho desiderati! Ne tocco qualcuno e vedo che hanno iniziato a marcire da poco, forse per colpa di questo caldo. Che bella invenzione, gli OGM! Ne afferro un paio per metterli nello zaino quando mi accorgo che qualcuno mi sta guardando. I limoni mi cadono dalle mani e punto il coltello davanti a me.

Capitolo 14

foto capitolo 14

Ora, non so dire se il rilascio degli sfinteri sia avvenuto per lo spavento o se fosse il primo segnale. Fatto sta che ho scoperto di essere malata. Ho la febbre alta da 2 giorni e ho pochissimo paracetamolo in casa. Ieri la ronda aliena è stata meno divertente del solito: ho avuto a malapena la forza di indossare le scarpe e di mettere sulle spalle lo zaino, poi ho afferrato il coltello e mi sono posizionata dietro la porta come sempre, ma mi veniva da svenire. Il grigio che si è presentato alla porta sbuffava più del solito, come se percepisse un odore disgustoso. Forse ero io? Boh. Comunque mi fissava attraverso lo spioncino e io non capivo se voleva entrare oppure no, non sapendo se era stato informato della mia presenza. Se fosse entrato, beh, non avrei saputo cosa fare. D’accordo essere armata, d’accordo voler vendere cara la pelle, ma mi veniva da vomitare e cercare di non far cadere il coltello si stava rivelando uno sforzo enorme. Comunque ci siamo fissati attraverso lo spioncino per le solite 2 ore, dopodiché lui e i suoi compari se ne sono andati, ho sentito il sibilo che si allontanava e poi sono corsa in bagno a rilasciare tutto quello che c’era da rilasciare.

Il problema è che non posso sapere se ho il cagotto perché ho la febbre o se la febbre è causata dal cagotto. Bel dilemma, al giorno d’oggi. Prendere il paracetamolo tuttavia sembra non servire a molto: la febbre mi passa momentaneamente ma il cagotto è sempre lì; ho aumentato le porzioni di riso, dicono tutti che il riso stringe, ma stavolta no, il riso non stringe. Mi ci vorrebbe un antibiotico, ma non ce l’ho in casa, solo paracetamolo, cerotti e compresse per i dolori mestruali (ci mancano solo quelli e poi abbiamo fatto l’en plein).

Insomma, dovrei uscire. È da stamattina che ci penso. La farmacia è a 300 metri da qui, troppo lontana e nessuno può darmi garanzia che sia aperta. Ma il supermercato è a 40 metri, ci sono buone possibilità che sia aperto (non ci credo che in 2 mesi nessuno abbia cercato di entrare per raccattare tutto il raccattabile) e in tal caso ci sarebbero ottime possibilità che nessuno abbia pensato di rubare l’unico prodotto che ora è vitale per me: limoni. Andiamo, chi è che, in caso di apocalisse cosmica, saccheggerebbe il reparto limoni al discount? Ho bisogno di limoni. Tanti. Anche mezzi marci, ma tanti. Devo organizzarmi bene.

Intanto c’è da dire che non devo necessariamente uscire dal palazzo: mi basta affacciarmi dal portone per verificare se il supermercato è aperto oppure no. Devo ricordarmi di lasciare aperta la porta di casa. Devo mettere lo zaino sul davanti, non sulla schiena, e devo lasciarlo aperto per metà, in modo da non fare rumore nell’aprire e chiudere la zip. Devo portare il coltello con me, non un granché come arma, ma non si sa mai (e soprattutto devo smetterla di lasciarlo in giro). Devo pensare se portare dei soldi con me. Fanculo i soldi, niente soldi. Il cellulare però me lo porto. Ok, poi: devo approfittare per portare fuori la spazzatura, i due sacchetti che ho accumulato. Non posso mica vivere nella monnezza. E poi li posso usare come sorprendente arma contundente (“Ehi Ploirg, e quella che ci ha tirato addosso la spazzatura?” “Bleah, che schifo, non me lo ricordare, ho preso un’infezione quella volta!”). Bastardi.

Limoni. Ho troppo bisogno di limoni, penso mentre indosso le scarpe da tennis. Dovrò essere veloce e felpata. Un vero ninja col cagotto, penso mentre tolgo dallo zaino la potenziale molotov e il plaid affinché sia più leggero e spazioso. Ce la posso fare, ce la devo fare, penso mentre aspetto che il paracetamolo mi faccia calare la febbre e mi renda più lucida, tanto da riconsiderare l’intera faccenda. Ma non c’è nulla da riconsiderare, prima o poi dovrò uscire da qui; è vero, ho ancora riso in abbondanza, ma cosa succederà quando sarà finito? Devo uscire per forza, penso mentre aspetto sul water che passi l’ennesimo attacco di dissenteria.

Bene, è giunto il mio momento. Non sono al top della forma ma sono costretta a giocarmi il tutto per tutto ora, affamata, malata, debole, depressa e sola. Ce n’è comunque abbastanza per rompere il culo a qualcuno. Infilo lo zaino, afferro il coltello con la destra, i due sacchetti della spazzatura con la sinistra e apro la porta senza fare il minimo rumore.