Archivio mensile:maggio 2013

Capitolo 21

foto capitolo 21

Come addestrare un alieno a fare quello che tu vuoi lui faccia, il tutto senza parlare e cercando di non incazzarsi? Chiunque potrebbe rispondere “Come con gli animali, mica puoi parlare con gli animali!”.

Invece no. Non si tratta di insegnargli a tenere una palla in equilibrio sul naso, né a fare il giocoliere. Si tratta di fargli eseguire gli ordini, senza che si aspetti un croccantino come premio per aver obbedito.

Abbiamo iniziato con qualcosa di semplice: al mio porgere la mano, Botolo ha imparato ad afferrarla e a camminare in giro per casa con me. Quando decidevo che era sufficiente, lasciavo la presa e gli puntavo un dito contro: doveva stare fermo dov’era. Beh, il messaggio non è arrivato subito a destinazione: le prime volte continuava a seguirmi, allora dovevo mostrargli continuamente il gesto, afferrarlo per le spalle per tenerlo fermo, insomma già per così poco mi ha fatto quasi impazzire. Poi siamo passati al gesto “vieni qui”, cioè sventolare la mano a palmo in giù. Su questo l’ho fregato: sventolavo la mano ma lui stava fermo (tipo perché avevo appena speso le ultime due ore a fargli capire che non doveva muoversi). Allora gliela porgevo come se volessi passeggiare per la casa come due fidanzatini. Botolo riconosceva il comando e, non appena cominciava a camminare verso di me, sventolavo la mano verso il basso; quando mi raggiungeva, invece di afferrargli la mano, lo accarezzavo sulla testa. All’inizio il nuovo comando lo metteva un po’ in crisi, ma poi ha imparato a distinguerlo dagli altri.

Il disastro invece è stato cercare di fargli associare il mio portarmi un dito perpendicolarmente davanti alle labbra con il silenzio, che è un concetto astratto che si esprime solo quando… non c’è. Sfido chiunque, nel silenzio più assoluto, a far capire a qualcuno con cui non puoi parlare che non deve fare il minimo rumore. Confesso che in un paio di occasioni mi sarebbe piaciuto avere a portata di mano una spranga, e usarla. La frustrazione ha toccato livelli quasi irraggiungibili per qualunque altro umano. Poi ho avuto un’idea geniale: notando che i suoi passi facevano rumore (un leggero cik cik cik), gli ho fatto indossare dei calzini. E questo ha dato origine alle scene più ilari della storia: un alieno che scivolava ogni tre passi, che si reggeva ai muri per camminare, che si sfilava i calzini in preda alla rabbia e li lanciava lontano. Mi spanciavo dalle risate, avevo proprio le lacrime agli occhi e rischiavo di soffocare. Ma ogni volta che lui si rialzava in piedi e riprendeva a camminare, non dimenticavo di portare il dito alle labbra. Alla fine questo gesto è diventato una minaccia: non fare cik cik cik con i piedi o ti metto i calzini. Ha funzionato. Ora è un bravo grigetto silenzioso. Mi è dispiaciuto un po’ ridere di lui, ma tant’è.

Non ho avuto tempo di insegnargli molto altro. D’altronde differenze culturali, di linguaggio verbale e non verbale, forse anche politiche, religiose e quant’altro, ci separano irrevocabilmente.

Comunque direi che possiamo ritenerci pronti. Insomma, diciamo che non mi aspetto grandi cose da questa visita del martedì. Tutto sta nel non fare rumore, come sempre; e nel sperare che Botolo non mi tradisca, non dovrei ma mi fido abbastanza di lui. Indosso le solite scarpe da tennis, metto il cellulare nella tasca posteriore dei jeans, carico lo zaino in spalla e guido Botolo per le spalle fino a posizionarlo all’ingresso della camera, un posto dove posso tenerlo adeguatamente sotto controllo. Mi colloco dietro la porta di casa col coltello da carne in mano e gli mostro il nostro gesto convenzionale “stai fermo lì”. Il sibilo non tarda ad arrivare, puntuale come le tasse. Dopo pochi secondi ecco il mio amico alieno fuori dalla porta. Ora capisco cosa viene a controllare tutte le settimane: l’intero palazzo è diventato un nido e lui avrebbe bisogno anche del mio appartamento ma non può polverizzare la porta perché la sua arma, troppo potente, sfonderebbe anche le tubature del bagno. Non sa che la porta è aperta; mi basta fare completamente silenzio e lui non entrerà mai. Speriamo che Botolo non mi metta nei casini. Per ora sembra tranquillo, è come se non avesse percepito la presenza dei suoi simili. Mi guarda coi suoi occhioni fiduciosi e non si muove, esattamente come gli ho detto di fare, fino a quando all’improvviso sposta lo sguardo sul mio sedere.

Brutto alieno sporcaccione che non sei altro, cosa guardi?, mi chiedo.

E poi il mio cellulare si mette a vibrare.

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Capitolo 20

foto capitolo 20

 

La buona notizia è che sto meglio. Quando io e il botolo, qui, ci siamo svegliati mi sono limitata a prendere il paracetamolo (l’ho mandato giù con un tè ai frutti di bosco) e poi mi sono buttata sotto la doccia.

C’è solo una parola per descrivere cosa si prova a fare una doccia mentre un alieno ti guarda dall’esterno del box: inquietudine. Hitchcock mi fa una pippa, lui e la sua scena con la tizia che urla mentre viene accoltellata e tutto.

Ho raccolto i capelli in attesa che si asciugassero e mi sono collegata a internet per comunicare ai ragazzi tutte le informazioni riguardanti le covate e la corrente elettrica e l’acqua. Non c’è bisogno di dire che ho destato un interesse elevatissimo.

Dopodiché ho rassettato casa cercando di mettere in ordine anche le idee, ma lo sforzo è stato inutile: l’alieno mi seguiva ovunque e osservava attentamente qualunque mia mossa. Per di più è anche cresciuto durante la notte, almeno di 10 centimetri. Ed è cresciuto ancora il giorno seguente, e quello successivo.

Ieri era giovedì e avevo il terrore che potesse sentire una specie di richiamo primordiale e in qualche modo tradisse la mia presenza. Invece il disco volante è passato accanto alla finestra un paio di volte come sempre e il grigio non ha avuto alcuna reazione.

La cattiva notizia è che non so come comportarmi con lui. È che non capisco cosa gli passa per la testa. Non è particolarmente affettuoso, né vivace. Sta lì e mi guarda. Mi fa un po’ schifo toccarlo. Sembra uno di quei gatti senza peli, con tutto il rispetto per gli sphinx che sono delle bestiole dolcissime e adorabili. Ho provato a dargli da mangiare, ho cucinato 10 grammi di riso in più apposta per lui, ma l’ha rifiutato, brutto ingrato. Ho cercato di farlo bere avvicinando un bicchiere d’acqua alle sue labbra, ma ha reagito come se l’acqua puzzasse. Ho paura di stimolarlo. Non vorrei diventasse troppo intelligente, ammesso che non lo sia già. Quindi, mentre io discuto il da farsi coi ragazzi di internet, lui mi siede accanto senza darmi troppo disturbo.

La sera stendo una coperta a terra, lui si sdraia lì ma sono abbastanza sicura che non dorma. Assume quella posizione solo per imitare me. Mi addormento sul divano dopo ore di veglia, senza mai sentirlo muoversi.

Mi chiedo cosa succederebbe se dichiarassi al mondo di avere un alieno in casa. Potrebbe essere divertente, ma per ora non lo farò.

Nel frattempo sul web si sono davvero scatenati: dopo che ho condiviso le informazioni sono nati spontaneamente gruppi di persone che si avventurano alla ricerca di covate per fare una strage. È bastato il passaparola. Qualcuno ha girato la voce anche all’estero. Tutti si stanno organizzando, qualcuno ha anche iniziato, qualcun altro ci ha già lasciato la pelle. Non mi sento particolarmente in colpa, ho solo inoltrato l’informazione, le persone sono libere di fare quello che vogliono, nei limiti delle circostanze, e se ritengono che possa valerne la pena facciano pure. Nonostante questo, continuo a pensare che non sia una buona idea. Innanzitutto perché potrebbe scatenare la furia aliena per la terza volta e poi perché si tratterebbe comunque di piccole azioni dimostrative che non servirebbero a sferrare un duro colpo alla potenza extraterrestre, se non a livello morale. Insomma, tolte delle uova se ne possono mettere delle altre. E noi possiamo andare a spegnerle un milione di volte ma saremmo comunque punto e a capo. Ho cercato di farlo notare ma ovviamente ora non mi ascolta più nessuno, soprattutto dopo che uno dei ragazzi mi ha scritto sulla bacheca di Facebook “E allora quale alternativa proponi?” e io non ho saputo cosa rispondere. Vabbè, non posso mica sapere tutto. Ci devo pensare.

Potrei lavorarci con Botolo, qui. Ok, forse non dovevo dargli un nome, è il primo passo verso l’affezione e questo è moooooooooolto male. In realtà non voglio legarmi a lui, ma voglio che lui si leghi a me. In fondo è bastato poco per conquistare l’alieno ballerino e questo mi ha salvato la vita. Sì, farò così, devo portare Botolo dalla mia parte perché può tornarmi utile, e questo prima di martedì, quando il solito grigio verrà a bussare alla mia porta.

Capitolo 19

foto capitolo 19

 

È tutto il giorno che ci guardiamo, seduti sul pavimento. Sono crollata a terra dallo sfinimento appena chiusa la porta alle mie spalle e il cucciolo di alieno, per imitazione forse, si è seduto di fronte a me.

Al primo richiamo intestinale ho tirato fuori uno dei limoni dallo zaino, l’ho tagliato e ne ho avidamente bevuto il succo. Poi ne ho tirato fuori un altro e ho ripetuto l’operazione. Poi un altro ancora, ma stavolta l’ho poggiato a terra e, spingendolo con un dito, l’ho fatto rotolare verso il piccolo. Non che volessi giocarci, ma ero curiosa di vedere la sua reazione: l’ha fermato con le manine e lo ha spinto indietro, facendolo rotolare verso di me. L’abbiamo rifatto n volte, finché non ha perso interesse e ha cominciato a guardarsi in giro. A quel punto ho pensato che sarebbe stato meglio conservare i limoni in frigo ma… semplicemente non sono riuscita ad alzarmi da terra. Così siamo rimasti qui, fermi a guardarci. A fatica mi tolgo le scarpe, mi fa male dappertutto, oggi ho accumulato troppa tensione.

Il problema è che sta calando la sera e non so cosa succederà quando sarà completamente buio e non vedrò cosa combina la bestiola, qui. E se cercasse di uccidermi mentre dormo? Non ci avevo pensato. Potrei chiuderlo fuori casa, tanto non arriva alla maniglia e non potrebbe entrare. Domani sarà un altro giorno e ne riparleremo. L’idea mi piace. Se solo riuscissi a schiodarmi da terra. Non ne ho proprio le forze. Né lui sembra volersi spostare dalla posizione in cui si trova.

È buio, ormai. Tutto sembra tranquillo, non si sentono rumori o sibili di sorta, nella penombra distinguo la sua piccola sagoma ma faccio sempre più fatica, ormai il mio respiro si è regolarizzato e i miei muscoli sono rilassati, devo avere di nuovo la febbre ma non importa, devo mantenere la concentrazione e passare solo questa nottata, l’importante è non addormentarsi, stay focused, non posso correre il rischio di farmi ammazzare da un neonato alieno, sarebbe una figuraccia intergalattica, letteralmente, l’importante è non addormentarsi…

 

Mi sveglio di soprassalto chiedendomi che cavolo ci faccio sul pavimento, poi realizzo e mi rendo conto che a) mi sono addormentata ma sono viva, b) che non vedo niente e non so che fine abbia fatto l’alieno. È ancora notte fonda, non ho idea di quanto tempo abbia trascorso tra le braccia di Morfeo (alquanto scomode, tra l’altro) e di sicuro non andrò in giro a tentoni. Però devo sapere dov’è e cosa sta facendo. Non posso accendere la luce né d’altro canto rimanere nel dubbio. Mi viene in mente che ho ancora il cellulare nella tasca posteriore dei pantaloni. Lo estraggo e cerco di valutare se è davvero il caso di usarlo oppure no. Mi serve poca luce per pochi secondi. Il problema è che devo direzionarla e ho il terrore che si veda dall’esterno. In realtà sono seduta sul pavimento dell’ingresso, non c’è nessuna finestra che accede direttamente su questo ambiente, insomma, potrei anche rischiare. Decido di tenere lo schermo del cellulare rivolto verso l’alto e di coprirlo con una mano, in modo che la luce sia davvero flebile. Premo il tasto del menu principale e il locale si illumina leggermente.

Non ho bisogno di direzionare la luce, né di guardarmi troppo intorno. L’alieno è rimasto lì dove l’avevo lasciato, seduto a terra a guardarmi. Ad un tratto non so cosa gli prende, forse ho un aspetto davvero orribile, fatto sta che si alza e fa qualche passo verso di me, fino a poggiarmi la mano sul ginocchio. Mi intenerisco, ma solo un pochino, e poi è meglio non fidarsi. Ma prima che la luce si spenga fa ancora qualche passo e si siede accanto a me, china la testa, la poggia sulla mia gamba, chiude gli occhi.

Allora dormono anche loro! Devo dirlo ai ragazzi di internet. Anzi, forse è meglio di no, dovrei anche spiegare come l’ho scoperto. Non voglio diventare un’allevatrice di alieni. Questo è un’eccezione. Un esperimento alla Konrad Lorenz, ecco.

Sono troppo stanca per qualunque altra considerazione. La luce si spegne, non sento sibili in avvicinamento quindi posso considerarmi in una botte di ferro. Quasi.

Poggio la testa al muro e mi riaddormento.

Capitolo 18

foro capitolo 18

 

Non mi piace, non mi piace per niente.

Il pavimento è interamente ricoperto di uova alte una cinquantina di centimetri, semitrasparenti e luminescenti, come se al loro interno ci fosse uno spettacolo di laser colorati. Sono collegate tra loro attraverso strani canali che si dirigono verso il bagno: seguendo il percorso che compiono scopro che sono agganciati alla rete idrica ed elettrica. Ecco perché non hanno staccato i rifornimenti… Ecco perché evitano di polverizzare tutto, se non strettamente necessario: rischiano di colpire le tubature e gli impianti che tengono in vita i loro piccoli! Ecco perché l’altro giorno c’era un disco volante fuori dalla finestra… non ce l’aveva con me, stava controllando la covata! Ed ecco perché si palesano tutti i martedì: vengono a prendere i nuovi nati, o forse a lasciare altre uova! Tutto si fa più chiaro nella mia mente. Devo dirlo ai ragazzi di internet. E comunque, è disgustoso.

Mi chino lentamente a guardare una delle uova: si può vedere, come posso chiamarlo, il feto al suo interno. Somiglia a un feto umano ma con la testa più grossa e gli occhi inquietantemente grandi e aperti. È uno spettacolo orribile. Non è un’invasione, ma una vera e propria colonizzazione.

All’improvviso la mia attenzione viene attirata dall’uovo accanto a quello che stavo guardando: c’è del movimento. Il feto si sta agitando, è come se stesse facendo gli addominali. Poi si calma appena e vedo che il livello di liquido contenuto nell’uovo si sta abbassando. Osservo i canali di collegamento, ma da lì non sta passando nulla, quindi non stanno svuotando l’uovo dall’esterno. A un’analisi più attenta noto che è il feto stesso che sta bevendo tutta l’acqua fino a svuotarlo. Una volta finito, l’uovo comincia ad accartocciarsi su se stesso. Mi allontano, sembra la scena più brutta di Alien e di sicuro non voglio ritrovarmi un face-hugger intorno alla capoccia. Che schifo. Anche da quella distanza si può notare che il feto sta letteralmente mangiando il guscio che lo conteneva. Quando finisce, resta solo un cucciolo di alieno alto sì e no 25 centimetri, un po’ bagnato e con l’aria perplessa.

Mi guarda inclinando leggermente la testa. Solo adesso mi ricordo che ho ancora in mano il coltello da carne. Il primo istinto è quello di piantarglielo in fronte. Sì, penso che farò così. Oggi ho incontrato troppi grigi e non mi sento abbastanza lucida da prendere in considerazione altre opzioni. Però aspetta… aspetta. Potrei tagliare i collegamenti qui, staccargli i rifornimenti e fare fuori tutta la cucciolata. Questa è un’idea grandiosa! Quante saranno? Un migliaio di uova? Vuol dire un migliaio di alieni all’inferno. Se potessi premere il pulsante “Like” nel mio cervello, lo farei. Sono un fottuto genio.

Cerco il contatore (non mi metterò certo a tagliare quei canali con un coltello mentre sono attraversati dalla corrente elettrica), torno verso l’ingresso e mi guardo in giro. Ma sento uno strano rumore alle mie spalle, come dei piccoli passi. Mi giro e mi ritrovo faccia a faccia con l’alienino, che a quanto pare ha deciso di seguirmi. Mi guarda incuriosito, poi si avvicina e tende una mano verso di me. Faccio un passo indietro, che cavolo vuole? Si ferma e abbassa lo sguardo, come se fosse deluso. Poi mi guarda ancora e tende di nuovo la manina verso di me. Ok, non è armato, vediamo cosa vuole fare. Mi inginocchio davanti a lui, ma questo è il massimo grado di interazione che riceverà dalla sottoscritta. Il piccolo appoggia la mano sul mio ginocchio e poi mi guarda coi suoi occhioni sproporzionati e odiosi. Non sento dolore, non sento calore, nessun messaggio telepatico raggiunge il mio cervello, sento solo il tocco. Quindi non sta cercando di corrompermi con effetti speciali che noi umani mai avremmo immaginato. Mi guarda e basta. Maledetto istinto materno. Come faccio a piantargli un coltello in mezzo alla fronte? Devo farlo per forza. Aspetta un momento. Tutta l’idea potrebbe rivelarsi pessima: staccare l’acqua e la corrente alla covata e far trovare un cadavere di cucciolo sarebbe come dire “Surprise, motherfuckers! Indovinate chi è rimasto nel palazzo!”. Meglio non rischiare. Ok piccolo, oggi anche tu giochi il jolly.

Mi avvio verso l’uscita, salgo le scale e arrivo davanti alla porta di casa mia. E sento sempre quei piccoli passi che mi seguono. Prima di entrare in casa mi fermo a guardare il cucciolo che mi raggiunge, dopo aver salito i gradini a fatica, e che mi appoggia ancora la sua mano sul ginocchio.

So già che me ne pentirò.