Capitolo 18

foro capitolo 18

 

Non mi piace, non mi piace per niente.

Il pavimento è interamente ricoperto di uova alte una cinquantina di centimetri, semitrasparenti e luminescenti, come se al loro interno ci fosse uno spettacolo di laser colorati. Sono collegate tra loro attraverso strani canali che si dirigono verso il bagno: seguendo il percorso che compiono scopro che sono agganciati alla rete idrica ed elettrica. Ecco perché non hanno staccato i rifornimenti… Ecco perché evitano di polverizzare tutto, se non strettamente necessario: rischiano di colpire le tubature e gli impianti che tengono in vita i loro piccoli! Ecco perché l’altro giorno c’era un disco volante fuori dalla finestra… non ce l’aveva con me, stava controllando la covata! Ed ecco perché si palesano tutti i martedì: vengono a prendere i nuovi nati, o forse a lasciare altre uova! Tutto si fa più chiaro nella mia mente. Devo dirlo ai ragazzi di internet. E comunque, è disgustoso.

Mi chino lentamente a guardare una delle uova: si può vedere, come posso chiamarlo, il feto al suo interno. Somiglia a un feto umano ma con la testa più grossa e gli occhi inquietantemente grandi e aperti. È uno spettacolo orribile. Non è un’invasione, ma una vera e propria colonizzazione.

All’improvviso la mia attenzione viene attirata dall’uovo accanto a quello che stavo guardando: c’è del movimento. Il feto si sta agitando, è come se stesse facendo gli addominali. Poi si calma appena e vedo che il livello di liquido contenuto nell’uovo si sta abbassando. Osservo i canali di collegamento, ma da lì non sta passando nulla, quindi non stanno svuotando l’uovo dall’esterno. A un’analisi più attenta noto che è il feto stesso che sta bevendo tutta l’acqua fino a svuotarlo. Una volta finito, l’uovo comincia ad accartocciarsi su se stesso. Mi allontano, sembra la scena più brutta di Alien e di sicuro non voglio ritrovarmi un face-hugger intorno alla capoccia. Che schifo. Anche da quella distanza si può notare che il feto sta letteralmente mangiando il guscio che lo conteneva. Quando finisce, resta solo un cucciolo di alieno alto sì e no 25 centimetri, un po’ bagnato e con l’aria perplessa.

Mi guarda inclinando leggermente la testa. Solo adesso mi ricordo che ho ancora in mano il coltello da carne. Il primo istinto è quello di piantarglielo in fronte. Sì, penso che farò così. Oggi ho incontrato troppi grigi e non mi sento abbastanza lucida da prendere in considerazione altre opzioni. Però aspetta… aspetta. Potrei tagliare i collegamenti qui, staccargli i rifornimenti e fare fuori tutta la cucciolata. Questa è un’idea grandiosa! Quante saranno? Un migliaio di uova? Vuol dire un migliaio di alieni all’inferno. Se potessi premere il pulsante “Like” nel mio cervello, lo farei. Sono un fottuto genio.

Cerco il contatore (non mi metterò certo a tagliare quei canali con un coltello mentre sono attraversati dalla corrente elettrica), torno verso l’ingresso e mi guardo in giro. Ma sento uno strano rumore alle mie spalle, come dei piccoli passi. Mi giro e mi ritrovo faccia a faccia con l’alienino, che a quanto pare ha deciso di seguirmi. Mi guarda incuriosito, poi si avvicina e tende una mano verso di me. Faccio un passo indietro, che cavolo vuole? Si ferma e abbassa lo sguardo, come se fosse deluso. Poi mi guarda ancora e tende di nuovo la manina verso di me. Ok, non è armato, vediamo cosa vuole fare. Mi inginocchio davanti a lui, ma questo è il massimo grado di interazione che riceverà dalla sottoscritta. Il piccolo appoggia la mano sul mio ginocchio e poi mi guarda coi suoi occhioni sproporzionati e odiosi. Non sento dolore, non sento calore, nessun messaggio telepatico raggiunge il mio cervello, sento solo il tocco. Quindi non sta cercando di corrompermi con effetti speciali che noi umani mai avremmo immaginato. Mi guarda e basta. Maledetto istinto materno. Come faccio a piantargli un coltello in mezzo alla fronte? Devo farlo per forza. Aspetta un momento. Tutta l’idea potrebbe rivelarsi pessima: staccare l’acqua e la corrente alla covata e far trovare un cadavere di cucciolo sarebbe come dire “Surprise, motherfuckers! Indovinate chi è rimasto nel palazzo!”. Meglio non rischiare. Ok piccolo, oggi anche tu giochi il jolly.

Mi avvio verso l’uscita, salgo le scale e arrivo davanti alla porta di casa mia. E sento sempre quei piccoli passi che mi seguono. Prima di entrare in casa mi fermo a guardare il cucciolo che mi raggiunge, dopo aver salito i gradini a fatica, e che mi appoggia ancora la sua mano sul ginocchio.

So già che me ne pentirò.

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2 thoughts on “Capitolo 18

  1. yetbutaname ha detto:

    è come l’ochetta Martina
    chissà come lo si cucina
    ciao

  2. Nina ha detto:

    oddio che cosa inquietante che hai appena detto! cioe’, l’ochetta martina ok, ma cucinarlo… brrrr

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