Capitolo 21

foto capitolo 21

Come addestrare un alieno a fare quello che tu vuoi lui faccia, il tutto senza parlare e cercando di non incazzarsi? Chiunque potrebbe rispondere “Come con gli animali, mica puoi parlare con gli animali!”.

Invece no. Non si tratta di insegnargli a tenere una palla in equilibrio sul naso, né a fare il giocoliere. Si tratta di fargli eseguire gli ordini, senza che si aspetti un croccantino come premio per aver obbedito.

Abbiamo iniziato con qualcosa di semplice: al mio porgere la mano, Botolo ha imparato ad afferrarla e a camminare in giro per casa con me. Quando decidevo che era sufficiente, lasciavo la presa e gli puntavo un dito contro: doveva stare fermo dov’era. Beh, il messaggio non è arrivato subito a destinazione: le prime volte continuava a seguirmi, allora dovevo mostrargli continuamente il gesto, afferrarlo per le spalle per tenerlo fermo, insomma già per così poco mi ha fatto quasi impazzire. Poi siamo passati al gesto “vieni qui”, cioè sventolare la mano a palmo in giù. Su questo l’ho fregato: sventolavo la mano ma lui stava fermo (tipo perché avevo appena speso le ultime due ore a fargli capire che non doveva muoversi). Allora gliela porgevo come se volessi passeggiare per la casa come due fidanzatini. Botolo riconosceva il comando e, non appena cominciava a camminare verso di me, sventolavo la mano verso il basso; quando mi raggiungeva, invece di afferrargli la mano, lo accarezzavo sulla testa. All’inizio il nuovo comando lo metteva un po’ in crisi, ma poi ha imparato a distinguerlo dagli altri.

Il disastro invece è stato cercare di fargli associare il mio portarmi un dito perpendicolarmente davanti alle labbra con il silenzio, che è un concetto astratto che si esprime solo quando… non c’è. Sfido chiunque, nel silenzio più assoluto, a far capire a qualcuno con cui non puoi parlare che non deve fare il minimo rumore. Confesso che in un paio di occasioni mi sarebbe piaciuto avere a portata di mano una spranga, e usarla. La frustrazione ha toccato livelli quasi irraggiungibili per qualunque altro umano. Poi ho avuto un’idea geniale: notando che i suoi passi facevano rumore (un leggero cik cik cik), gli ho fatto indossare dei calzini. E questo ha dato origine alle scene più ilari della storia: un alieno che scivolava ogni tre passi, che si reggeva ai muri per camminare, che si sfilava i calzini in preda alla rabbia e li lanciava lontano. Mi spanciavo dalle risate, avevo proprio le lacrime agli occhi e rischiavo di soffocare. Ma ogni volta che lui si rialzava in piedi e riprendeva a camminare, non dimenticavo di portare il dito alle labbra. Alla fine questo gesto è diventato una minaccia: non fare cik cik cik con i piedi o ti metto i calzini. Ha funzionato. Ora è un bravo grigetto silenzioso. Mi è dispiaciuto un po’ ridere di lui, ma tant’è.

Non ho avuto tempo di insegnargli molto altro. D’altronde differenze culturali, di linguaggio verbale e non verbale, forse anche politiche, religiose e quant’altro, ci separano irrevocabilmente.

Comunque direi che possiamo ritenerci pronti. Insomma, diciamo che non mi aspetto grandi cose da questa visita del martedì. Tutto sta nel non fare rumore, come sempre; e nel sperare che Botolo non mi tradisca, non dovrei ma mi fido abbastanza di lui. Indosso le solite scarpe da tennis, metto il cellulare nella tasca posteriore dei jeans, carico lo zaino in spalla e guido Botolo per le spalle fino a posizionarlo all’ingresso della camera, un posto dove posso tenerlo adeguatamente sotto controllo. Mi colloco dietro la porta di casa col coltello da carne in mano e gli mostro il nostro gesto convenzionale “stai fermo lì”. Il sibilo non tarda ad arrivare, puntuale come le tasse. Dopo pochi secondi ecco il mio amico alieno fuori dalla porta. Ora capisco cosa viene a controllare tutte le settimane: l’intero palazzo è diventato un nido e lui avrebbe bisogno anche del mio appartamento ma non può polverizzare la porta perché la sua arma, troppo potente, sfonderebbe anche le tubature del bagno. Non sa che la porta è aperta; mi basta fare completamente silenzio e lui non entrerà mai. Speriamo che Botolo non mi metta nei casini. Per ora sembra tranquillo, è come se non avesse percepito la presenza dei suoi simili. Mi guarda coi suoi occhioni fiduciosi e non si muove, esattamente come gli ho detto di fare, fino a quando all’improvviso sposta lo sguardo sul mio sedere.

Brutto alieno sporcaccione che non sei altro, cosa guardi?, mi chiedo.

E poi il mio cellulare si mette a vibrare.

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One thought on “Capitolo 21

  1. yetbutaname ha detto:

    culturali? mmmh, saranno le sole a colmarsi, se la storia va a buon termine
    nello sperare, spero

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