Archivio mensile:giugno 2013

Capitolo 26

foto capitolo 26

 

 

Aveva fatto rumore, una delle sere in cui era uscito alla ricerca di cibo.

Ma si è nascosto in un angolo buio ancora prima di sentire avvicinarsi il sibilo del disco volante. L’alieno che ne è sbarcato aveva l’aria parecchio confusa. Si è aggirato per qualche minuto senza riuscire a individuare la fonte del rumore, nel frattempo mio fratello era riuscito a cambiare nascondiglio tre volte. E il diavolo, nel buio, gli ha mostrato una delle sue tentazioni: tra le macerie e la spazzatura ammucchiati nel retro di una casa ecco una bella mazza da baseball con palla abbinata. Non sa nemmeno lui perché li ha raccolti. Si è semplicemente limitato ad aspettare che l’alieno gli passasse abbastanza vicino e andasse oltre, dopodiché ha lanciato la palla verso l’altro lato della strada. La palla non è nemmeno caduta: l’alieno l’ha polverizzata mostrando un tempo di reazione degno di un centometrista, ma tra il rumore e i detriti generati non ha sentito arrivare la mazzata sul coppino e a quanto pare il coppino alieno è mooooolto fragile. Mio fratello ha raccolto il polverizzatore di cui la bestiaccia era armata e lo ha puntato verso l’astronave, da cui un altro alieno stava scendendo in soccorso del compagno. E così ha scoperto che il polverizzatore funziona anche se usato da un umano. Nessun altro è sceso. Allora ha raccolto il coraggio a quattro mani ed è salito a bordo ma si è accorto molto in fretta che non sarebbe stato in grado di guidarla (sarebbe stato un ottimo risarcimento per l’automobile), quindi ne è sceso ed è tornato indietro. Per quanto ne sa, il disco è ancora parcheggiato lì. Tutti gli occhi puntano su Botolo e non capisco se vogliano fargli guidare quell’astronave o se vogliano sfondargli la testa. Il poveretto, sentendo l’attenzione su di sé, si accuccia ancora di più contro di me. Lo rassicuro con una carezza. Avere un’astronave di scorta però potrebbe non essere una cazzata. Il problema è che abbiamo un alieno solo. Ma pensa: mai avrei creduto che il piccolo Botolo sarebbe diventato la nostra potenziale arma di distruzione di massa.

Finalmente mi rilasso un po’, se non fisicamente almeno psicologicamente. I ragazzi aprono una confezione di sottaceti trovata nella cantina di chissà chi, e per la prima volta in mesi posso godere dei benefici di una dieta variata. Poi Patrizia e Alberto si accucciano una accanto all’altro in un cantuccio in cerca di un po’ di riposo, mentre Teo si mette ad armeggiare con dei cavi elettrici vicino al contatore. Botolo si accosta a lui incuriosito e lo osserva lavorare ai contatti. Teo non sembra poi così spaventato dall’estraneo, ma dopo qualche secondo lo scaccia con le mani in modo scherzoso; Botolo si allontana leggermente ma viene attirato da alcuni cavi i cui attacchi non sembrano completamente sicuri. Non mi dà il tempo di richiamarlo all’ordine: con un dito tocca un cavo proprio nel punto in cui è scoperto e prende una scossa talmente forte che per un momento le luci si abbassano. E succede una cosa sorprendente: non solo Botolo non sembra aver subito scottature o arresti cardiaci di nessun tipo, ma è cresciuto di colpo di almeno 15 centimetri! Afferro il braccio di mio fratello: anche lui ha notato il cambiamento ma è evidente che non sa bene come gestire l’informazione. Io invece ho una sorta di illuminazione. Se il cervello non mi si sta brasando, forse ho anche capito come fare il culo a questi fottuti alieni di merda.

Oh, sì.

Oh, sì.

Konrad Lorenz aveva ragione. Che figo incommensurabile.

Ho bisogno di una connessione internet. Guardo il mio cellulare: batteria ancora carica, connessione disponibile se porto il mio culo all’esterno delle cantine. Poi posso anche buttarlo nel cesso, non mi servirà più. Mi agito tantissimo, mio fratello non capisce perché.

Ma che cazzo: ho la madre di tutte le informazioni.

Devo dirlo a tutti. Devo dire loro di non staccare la corrente. Devo dire loro di non cercare di ucciderli. Non ha senso, non serve a nulla.

Devo dire loro che possiamo attirarli dalla nostra parte.

Devo dire a tutti come creare la nostra armata personale.

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Capitolo 25

foto capitolo 25

 

Poggio una mano sul suo braccio per convincerlo ad abbassare l’arma: funziona, ma non subito. Mi guarda come se fossi pazza quando tendo l’altra mano verso Botolo che cammina verso di me fino ad afferrarmela e accostarsi alla mia anca, quasi volesse nascondercisi dietro. Poi il suo viso cambia, diventa riflessivo. Il suo sguardo si concentra sul disco volante. Sta almanaccando qualcosa, lo sento. Probabilmente sta cercando di capire come sfruttare la situazione che si è venuta a creare. Mi indica di seguirlo e, proprio dietro l’angolo, c’è Teo, l’amico che mi ha telefonato. Sono contentissima di vederlo, abbraccio anche lui e, mentre ci dirigiamo verso le cantine, a gesti mi fa capire che mio fratello ha perso il proprio cellulare tempo fa e che ha utilizzato il suo per chiamarmi. Improvvisamente mi viene in mente che non ho più il caricabatterie con me, è rimasto in un monolocale che ora non c’è più. Beh, forse non avrò più bisogno di telefonare. La porta principale delle cantine viene chiusa alle nostre spalle e tutte le fessure coperte con degli stracci scuri. Ci inoltriamo in quello che è un vero e proprio labirinto all’interno del condominio dentro il quale tutti noi riusciamo a muoverci con disinvoltura, visto che è stata la sede di alcuni dei nostri giochi d’infanzia più fantasiosi (tipo nascondino advanced o semplicemente “vediamo chi ha il coraggio di inoltrarsi più di tutti gli altri nel buio”, che ho spesso vinto con una certa facilità, non per vantarmene). Ci sono anche un ragazzo e una ragazza che non conosco: mi viene spiegato che è possibile bisbigliare lì dentro, che loro si chiamano Patrizia e Alberto e che si erano trasferiti nel condominio qualche giorno prima del Primo Attacco. Che culo. Mi chiedo come siano messi col mutuo. Botolo viene guardato con un certo sospetto, quindi mi affretto a raccontare brevemente le nostre traversie in modo che loro non lo temano e lui non si senta in pericolo. Non sono sicura di convincerli, ma credo che il piccolo alieno riuscirà a farsi amare; d’altronde non mangia, non beve, non sporca e finora è stato completamente leale.

Finalmente io e mio fratello riusciamo a sederci in un angolo dove lui mi racconta la sua storia. Al momento del Primo Attacco era in coda in tangenziale, di ritorno dal lavoro. Si sentiva sotto pressione perché aveva avuto una giornataccia e temeva di arrivare a casa tardi per la cena programmata con i miei. Non ha capito subito cosa stesse succedendo: ha visto lampi di luce venire dai lati della strada, poi qualcosa di grosso, nero e poco illuminato è comparso all’orizzonte e ha iniziato a sparare su tutte le automobili davanti a lui. La sua auto è stata scaraventata nella scarpata a causa dello spostamento d’aria dovuto all’esplosione della macchina accanto, è rotolata per una decina di metri e si è fermata a ruote in su (che culo; scommetto che sta ancora pagando le rate); è strisciato fuori dal finestrino e si è nascosto in un cespuglio dietro il guardrail. Solo allora si è accorto di essere ferito alla fronte, ma si considera molto fortunato, vista la dinamica del sinistro. Ci ha messo quasi tutta la notte ad arrivare nel nostro quartiere, strisciando nel buio non appena sentiva arrivare un disco volante. Avrebbe voluto chiamare qualcuno, ma solo a metà strada si è accorto di aver lasciato il cellulare in macchina.

Gli chiedo di mamma e papà: scuote la testa e allarga le braccia. Gli ricordo che probabilmente erano al supermercato e lui mi dice sì, lo so, e dovresti vederlo adesso, il supermercato. Vengo presa dallo sconforto, ma lui subito cerca di consolarmi: forse erano per strada e si sono nascosti da qualche parte. È una versione che posso accettare, d’altronde fino a stamattina consideravo potenzialmente morto anche lui.

Non c’è connessione internet qui. Ci sono acqua corrente ed elettricità, e la cosa non mi stupisce, anche se ogni tanto la corrente sembra saltare. Teo pensa ci sia un contatto mal funzionante da qualche parte, ci sta lavorando. È difficilissimo procurarsi del cibo: mi spiegano che finora si sono limitati a forzare le cantine per vedere se qualcuno vi conservava scatolame e in ben sei casi è andata molto bene; ma ora le scorte si stanno esaurendo e ovviamente loro non sono in grado di cucinare lì dentro. Quindi si avventurano all’esterno, di notte, a turno, alla ricerca di qualche orto o di qualche albero da frutto. Muoversi al buio è molto più facile, l’importante è non fare rumore, altrimenti si rischia di fare la fine di Simone. Non voglio sapere i dettagli. Il polverizzatore, invece, come te lo sei procurato?, chiedo a mio fratello.

Questa, mi risponde, è una storia interessante.

Capitolo 24

foto capitolo 24

 

Il condominio dove abita(va)no i miei è un grande complesso composto da 4 torri di undici piani che si innalzano su un giardino condominiale che fa da copertura alle cantine e alle autorimesse; queste ultime sono interrate ma illuminate dalla luce naturale grazie a grosse aperture nel soffitto, che servono per lo più a mantenere un’areazione adeguata. Ammetto di essere affezionata all’autorimessa: grazie alle rampe ho imparato ad andare in bicicletta (basta catafottersi dall’alto, mantenere il manubrio dritto e pedalare forsennatamente quando la spinta data dalla discesa è sul punto di finire), giocato a nascondino fino allo sfinimento e usato i pattini a rotelle perché la pavimentazione era particolarmente adatta alle mie curve assai poco spericolate, ma che mi facevano sentire una grande.

Il disco si cala lentamente in una delle aperture e atterra nell’autorimessa. Sono abbastanza sicura che non siamo stati molto silenziosi. Oh, pazienza, il mezzo di trasporto è quello che è. Non so cosa aspettarmi. Ci sarà qualcuno? Se sì, saranno umani o forestieri? Che sia diventato il quartier generale alieno? In tal caso sarei leggermente nelle canne. Comunque non mi sembra una buona idea giocarmela con Botolo a “carta, forbice, sasso, lucertola, Spock” per decidere chi dei due deve scendere per primo. E poi sarebbe un casino spiegargli le regole. L’alieno apre il portellone. Ok, è il momento della verità.

Con moooooolta cautela scendo dall’astronave e muovo qualche passo all’esterno. Silenzio. È il tramonto, quindi posso ancora percepire eventuali ombre in movimento, ma non vedo nulla. Avanzo lungo la carreggiata con più decisione ma mi blocco quando, proprio all’incrocio con l’ultima rampa dell’autorimessa, mi sembra di vedere un paio di teste spuntare da dietro il muro. Non è un’impressione, le vedo per davvero. Non so cosa fare. Poi decido di camminare ancora, fino alla successiva apertura nel soffitto: in questo modo sarò completamente esposta alla luce naturale; devo giocarmi il tutto per tutto, posso trovare nemici o alleati, quindi: all in.

Non appena arrivo alla luce del sole, una delle teste si alza repentinamente verso l’alto. Poi il proprietario della testa in questione si sporge completamente dal muro. Resta fermo per qualche secondo a guardarmi: beh, per lo meno è umano. Si avvicina di qualche passo, dapprima lentamente, poi accelerando sempre di più finché sembra proprio correre incontro a me. Solo quando anche lui passa sotto una delle aperture per l’areazione lo riconosco: è mio fratello, il mio dolcissimo, bellissimo fratellino!

Il cuore mi esplode nel petto, gli corro incontro anche io e gli salto addosso senza ritegno. Lo stringo fortissimo e sento le lacrime scendermi sul viso. Mi solleva, poi mi mette giù, mi guarda e si porta un dito davanti alla bocca. Ha ragione, ma non ce la faccio. Gli riempio la faccia di baci, poi lo allontano e lo guardo, non ci posso credere, lo bacio di nuovo, lui ride, poi lo riguardo: ha una cicatrice sul lato sinistro della fronte che prima non aveva, è lunga qualche centimetro e gliela sfioro con le dita. Le lacrime ricominciano a scendere ma lui mi passa le dita sulle guance e mi abbraccia ancora. Oh, quanto mi dispiace! Non avremmo dovuto essere lontani, separati nel casino! Voglio riparare, stare sempre con lui d’ora in avanti. L’affetto che ora mi sta mostrando così apertamente era sempre rimasto sotto la cenere. Il contatto fisico era proibito ma, quando avevo una discussione con i miei, lui riusciva sempre a mettere la parola fine con una battuta fulminante con la quale dava ovviamente ragione a me. E io lo coccolavo preparandogli la pasta col ragù, che lui divorava senza pietà senza esprimere ulteriori apprezzamenti, tranne il sorridermi con la bocca sporca di sugo. Un’alleanza fortissima e dissimulata. Deve essersela passata parecchio male per abbracciarmi così.

Per la prima volta dopo tanto tempo mi sento felice e anche lui mi guarda con gli occhi che gli brillano. Ma tutte le tensioni degli ultimi mesi riemergono con violenza sul suo viso quando lo vedo cambiare espressione mentre guarda alle mie spalle: Botolo sta timidamente avanzando attraverso il portellone, e questa deve essere una grossa sorpresa per mio fratello. Non faccio in tempo a mitigare la situazione; quando mi volto di nuovo verso di lui mi accorgo che tra le mani stringe nient’altro che un polverizzatore e lo punta proprio all’altezza della fronte dell’alieno.

Uoh! E quello, come te lo sei procurato?

Capitolo 23

foto capitolo 23

 

Nel giro di pochi secondi siamo circondati. Botolo non si muove. Fissa lo schermo e sembra in attesa di qualcosa. Non capisco. Non capisco e sto andando nel panico. Se fossimo in un film ora sarebbe il momento giusto per il discorsetto dei cattivi, arrendetevi, non vi sarà fatto alcun male, blah blah. Ma non è un film, sono sola contro non so quanti alieni e anche quello che è con me non sta collaborando.

“Se non vuoi tirarli giù, almeno andiamo via”, lo imploro. E va bene, lo ammetto, me la sto facendo sotto. Sento distintamente che le altre astronavi stanno caricando il colpo, il rumore è assordante.

No, cazzo.

Con un gesto repentino e improvviso, Botolo tocca un punto dello schermo, proprio davanti al suo naso, proprio un attimo prima che gli altri sparino: il nostro disco si alza di circa 50 metri, mentre gli altri si abbattono tra di loro, senza aver avuto il minimo sentore di quello che sta succedendo.

Scoppio a ridere. E bravo Botolo! Best prank ever!

Mentre le altre astronavi precipitano al suolo una dopo l’altra, noi ci allontaniamo. Per fortuna Botolo non perde la concentrazione perché dopo nemmeno un minuto siamo inseguiti da 3 intercettori. Vorrei contribuire ma non so cosa fare, allora urlo a caso “Manovra evasiva, manovra evasiva!” anche se non so cosa sto dicendo. Ci sparano addosso, ma il mio piccolo amico è bravissimo a schivare i colpi (che finiscono a terra, sfondando tutto quello che si trova al suolo) e sguscia tra un palazzo e l’altro alternando volo radente a decolli improvvisi. Non mi è mai piaciuto volare, ma temo di dovermi adattare alla situazione. La precisione di Botolo nelle manovre mi impressiona. Arriva addirittura a puntare con decisione contro un grosso condominio e a sparargli contro creando una voragine al suo centro un secondo prima di passarci attraverso. Il primo dei nostri inseguitori è talmente colto di sorpresa che si schianta contro quello che resta dello stesso edificio. Appena riemersi dall’altro lato, ci portiamo repentinamente in alto, poi indietro, poi di nuovo giù, alle spalle degli altri due dischi che ci hanno inseguito attraverso il buco creato nel palazzo e a cui Botolo non lascia il tempo di rimanovrare: toccando i due punti dello schermo dove sono visualizzati, fa partire due colpi che li fanno esplodere in mille pezzi. That’s my boy!

Non si vede più nessuno nei paraggi, quindi ne approfittiamo per dileguarci a quella che sembra la velocità più vicina alla luce. L’astronave compie una larghissima virata in salita e nel giro di pochi secondi ci ritroviamo negli strati più alti dell’atmosfera: la vista diventa mozzafiato, non appena le macerie spariscono. Il nostro bellissimo pianeta blu, preso d’assalto da un gruppo di bastardi. Mi sento come in Star Trek: Kirk che vuole vendicarsi dei Klingon e il suo piccolo Spock, qui, che cerca di ragionare. Ho sempre sognato di andare nello spazio, un giorno, ma non mi aspettavo che sarei riuscita a farlo, né che mi sarei innamorata così violentemente del panorama. Ora che la mia casa è stata invasa, penso di amarla ancora di più, con più ardore e passione.

E devo tenere stretto questo sentimento positivo, perché improvvisamente prendiamo la curva sbagliata e finiamo nel quartiere malfamato della metropoli: davanti a noi appare un tappeto di astronavi,  enormi e talmente numerose da offuscare la luce della luna. Porcaputt, altro che “gruppo di bastardi”, questi saranno milioni. Non so come ma Botolo riesce a dissimulare e, senza farsi notare, torna verso terra. Non devo farmi prendere dalla disperazione. Però si mette male, cazzo. Il mio piccolo amico attira la mia attenzione: probabilmente non sa dove andare. Beh, nemmeno io. Poi mi viene in mente che non ho ancora guardato chi mi ha telefonato nel momento più sbagliato della storia umana. Estraggo il cellulare dalla tasca e controllo il registro chiamate. Deve essere uno scherzo: sembra che Teo, un amico di mio fratello, abbia cercato di chiamarmi. Non so se crederci o no.

“Andiamo a casa dei miei”, suggerisco; Botolo fa apparire una mappa dell’hinterland di Milano sullo schermo: tocco un punto preciso ma non succede nulla finché non è lui a toccare lo stesso punto e il disco cambia repentinamente direzione.

È il momento di scoprire che fine ha fatto la mia famiglia.

Per la prima volta da quando è iniziata questa storia mi sento tremare.

Capitolo 22

foto capitolo 22

CHI. CAZZO. È. CHE. MI. TELEFONA. ORA.

Solo per un microsecondo posso sperare che l’alieno fuori dalla porta non abbia sentito nulla, ma la speranza è vana: lo vedo cambiare espressione e fare un passo indietro. Capisco subito che sta puntando il polverizzatore contro la porta e prendo la decisione più triste della mia vita, ma l’unica che può salvarmela: mi butto addosso a Botolo e lo scaravento a terra proprio un attimo prima che la porta salti per aria e con essa tutto il bagno e il muro di fronte. Osti, che boato fortissimo! Mi fischiano le orecchie ma non perdo la concentrazione, mi alzo subito in piedi, metto un braccio intorno al collo di Botolo, gli punto il coltello alla tempia e lo uso come scudo umano.

Non so cosa sto facendo, non so se le loro tempie siano zone del corpo particolarmente sensibili alle ferite, non so nemmeno se riuscirei davvero ad infilzare il loro cranio con una coltellata. Avrei dovuto studiare più xenoanatomia questa settimana, invece di fare l’addestratrice. Comunque sembra funzionare: l’alieno entra in casa con il polverizzatore puntato davanti a sé e, quando mi vede minacciare un suo simile, abbassa l’arma e mi ringhia contro. Beh, vaffanculo. Gli ringhio indietro, imitando il rumore che ha fatto lui e la cosa lo stupisce alquanto. Ne approfitto per avvicinarmi a lui, reggendo Botolo con il mio braccio: il piccolo non tocca terra coi piedi, sembra una bambola inanimata. L’alieno arretra, sembra che voglia lasciarmi uscire. Gli passo accanto ringhiandogli contro un’altra volta, poi esco dall’appartamento e inizio a scendere le scale. È impressionante il numero di alieni che incontro durante la discesa. La maggior parte di loro sono alti come Botolo, devono far parte della covata. Pochi altri invece sono molto alti e mi ringhiano contro quando passo ma non si azzardano a utilizzare armi vista la presenza di tutti i loro cuccioli. Meglio così, guadagno l’uscita e non so cosa fare. Intorno a me ci sono i soliti palazzi diroccati, macerie ovunque e un elemento nuovo: un bel disco volante parcheggiato davanti all’ingresso del mio condominio.

Pensiero stupendo.

Salgo senza indugi, sperando che a bordo non ci sia nessuno e comunque non smetto di puntare il coltello contro il mio ostaggio. Dopo pochi gradini mi ritrovo in un ambiente circolare, vuoto e non molto grande,  con un enorme schermo a cristalli liquidi davanti a me su cui è proiettata l’immagine del mio condominio. Nessuna consolle di comando, nessuna sedia.

Lascio andare Botolo e gli urlo “ANDIAMO VIA!”, le prime parole che pronuncio ad alta voce da quasi 3 mesi. Si porta subito davanti allo schermo e lo guarda per qualche lunghissimo secondo. “Allora!”, insisto.

Si limita a toccare un punto preciso dello schermo: improvvisamente l’ambiente diventa più luminoso, la piccola rampa viene ritirata, lo sportello si chiude e il disco volante si alza lentamente. Sullo schermo compaiono migliaia di comandi con simboli strani, mi avvicino ma non ci capisco niente. Mentre saliamo mi accorgo che uno degli alieni adulti ci sta osservando dalla finestra del pianerottolo del palazzo.

“Tira giù tutto!”. Botolo preme un altro punto dello schermo e il disco comincia a fare il rumore di un jumbo in fase di decollo, dopodiché viene sparato un colpo potentissimo contro l’edificio, che in pochi secondi crolla con tutto quello che c’è all’interno, alieni compresi.

Addio appartamento. Dovevo pagare ancora metà del mutuo. Vabbè.

Il disco continua a salire fino a portarsi a circa 60 metri d’altezza. Botolo mi guarda. Non lo so, non so dove voglio andare, la situazione è già stressante così, non c’è bisogno di aggiungere ulteriore pressione. Il disco ruota lentamente su se stesso e improvvisamente capisco perché l’alienino mi guarda con quella faccia. Non vuole sapere dove voglio andare. Vuole sapere cosa deve fare.

Davanti a noi ci sono circa 4 dischi volanti, altri 2 si stanno affiancando a questi e ce ne sono altri ancora, ne conto una decina, che si stanno avvicinando da tutte le direzioni.

Mi spiace, ma non ci sto. Stavolta sono armata come loro, non ho intenzione di negoziare, sono disposta a lottare con le unghie e con i denti, se necessario.

“Abbattili tutti” è il mio ordine.