Archivio mensile:luglio 2013

Capitolo 30

foto capitolo 30

Non sto sognando: c’è un alieno in casa.

Lentamente tendo la mano tremante verso l’interruttore della luce e inevitabilmente tutti si svegliano di colpo. Non appena si accorgono della presenza estranea, Patrizia si copre la bocca un attimo prima di lanciare un urlo di terrore, Alberto non sembra focalizzare subito, poi emette un flebile “oh cazzo…”. Teo è paralizzato dallo spavento, mentre mio fratello si mette a sedere e si agita come un tarantolato, cercando a tentoni il polverizzatore senza staccare lo sguardo dall’alieno, lo trova e glielo punta addosso, ma non fa in tempo a sparare perché l’essere gli sferra un calcio sul braccio, disarmandolo, poi a sua volta estrae un polverizzatore e lo punta verso gli altri componenti del gruppo, ma non su di me: anzi, si posiziona tra me e loro, come se volesse difendermi. Non capisco. Mio fratello alza le mani in segno di resa, solo allora l’alieno abbassa l’arma, poi si volta a guardarmi. E stavolta lo riconosco: non deve agitare il sedere né esibirsi il quel ghigno strano che sembra un sorriso: è l’alieno ballerino!

L’espressione sul mio viso deve essere eloquente, tanto che l’extraterrestre si azzarda a poggiare una mano sulla mia spalla. È quanto di più rassicurante posso ottenere, visto lo spavento iniziale. Tutti sono sorpresi: mio fratello mi chiede quanti cavolo di alieni conosco, gli rispondo che è una storia lunga, lui ribatte che è sempre una storia lunga, ma non è il momento delle polemiche e solo quando cala il silenzio l’alieno tende una mano verso il mio viso. Uoh, poca confidenza! Faccio un passo indietro, ma lui insiste e mi poggia due dita sulla fronte, all’altezza del sopracciglio sinistro. Improvvisamente mi sento rilassata, vedo tutto nero e sento un suono che contribuisce a calmarmi, come una nenia soporifera; lentamente quel suono si trasforma in una voce e quella voce mi dice:

 Non avere paura, non voglio fare del male a nessuno di voi.

Cosa vuoi da me?

Sono venuto a cercarti per metterti in guardia. I nostri re sanno cosa stai facendo: li stai derubando di tutti i loro figli. Per questo ti hanno derubato del tuo. Vogliono che tu sappia come ci si sente, vogliono farti soffrire. Non voglio che facciano del male a te. Anche io sono tuo figlio, ma loro non lo sanno. Posso aiutarti se vuoi.

Cosa significa che sei mio figlio?

Significa che noi eleggiamo a nostra madre il primo essere che incontriamo quando nasciamo. Tu sei la madre di tutti i cuccioli che hai portato via. Non importa dove saremo e cosa ci diranno di fare: noi saremo sempre fedeli a te. È una questione… come la chiamate voi? Religiosa. I re non pensavano che funzionasse anche con esseri di una razza diversa dalla nostra. Ora sono molto spaventati: vogliono cancellarvi dall’universo e prendere possesso di questa piccola e insignificante palla blu.

Rivoglio Botolo.

Puoi riaverlo. Ma devi offrire loro qualcosa in cambio. Se restituisci i cuccioli che hai preso, forse loro te lo restituiranno. Non posso prometterlo, dipende da come tuo figlio si sta comportando ora.

Cosa devo fare?

 Abbiamo avuto ordine di uccidere tutti gli umani, uno a uno, fino all’ultimo. È un ordine che hanno ricevuto anche i cuccioli, ma non obbediranno. Se lasci che loro li riprendano, io avrò modo di guidarli dall’interno e liberare il pianeta dall’invasione.

Non ne abbiamo presi tanti, non saranno sufficienti.

Invece sì. Non sei l’unica ad averli portati via. I vostri sistemi di comunicazione devono funzionare ancora molto bene.

Ci devo pensare.

Lo so. Io aspetterò. Punto sempre lo sguardo su di te e quando ti vedrò agire saprò che hai preso la tua decisione. Ricordati che puoi fidarti di me. Mi sei mancata molto. Sono felice di averti ritrovato.

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Capitolo 29

foto capitolo 29

Non posso crederci.

Luridi figli di puttana, mi avete portato via il mio Botolo, pezzi di merda, vi smembro a mani nude, bastardi.

Volete farmi incazzare? È questo che volete? Farmi incazzare? Ci siete riusciti.

La mia vendetta calerà su di voi a una velocità tremenda e con effetti devastanti, non mi vedrete nemmeno arrivare.

Vi aspetta una lenta e sadica tortura, voglio leggere il terrore nei vostri occhi, voglio distruggervi uno per uno senza pietà, vedervi soffrire le pene dell’inferno, scoprire se piangete dal dolore oppure no.

Voglio che tramandiate di generazione in generazione il ricordo di me e della mia furia vendicatrice.

Questo, oh sì, questo è uno di quei momenti in cui potrei citare Ezechiele 25:17.

Mi sento un’erinni, brutta uguale anche. Sono furibonda.

Minchia.

Mio fratello mi ha rinchiusa a sclerare in una delle cantine più infognate del condominio. Non lo biasimo: dopo un’ora di pianti e strepiti voleva abbattermi con un pugno. Credo mi abbia segregato perché faccio troppo casino. Sfido, io: vorrei spaccare tutto. Dio, quanto sono incazzata!

È tra me e loro, ormai. Altrimenti non si spiegherebbe perché mi hanno attaccata sul piano personale. La volete mettere sul personale, allora? Ok, mettiamola sul personale: vi faccio il culo.

Sono fuori di me, ragazzi. Datemi un’accetta e vi spacco quella brutta testa di cazzo che vi ritrovate sulle spalle. Stronzi.

Ho l’odio che mi sprizza da tutti i pori. Non penso che mi calmerò molto in fretta.

Quando mio fratello sente solo silenzio provenire dalla mia gabbia saranno passati due giorni, o forse no, ma a me sembrano due giorni. Apre la porta e si affaccia con circospezione. Io sono seduta a terra, la faccia devastata dal pianto. Si accovaccia davanti a me e mi porge due mele. Non ho fame, ma se voglio reggermi in piedi sarà meglio che mangi qualcosa. Lo troveremo, mi dice. Questo spirito di collaborazione mi commuove. Per lui, in fondo, Botolo era un alieno come un altro.

Mi aiuta a rialzarmi e mi accompagna dove si trovano anche gli altri: sono tutti dispiaciuti, e sperano che non venga fatto alcun male al mio alienino. Oddio, sto per sclerare di nuovo. Se già la sola idea che me l’abbiano portato via mi ha quasi fatto impazzire, quella che possano torturarlo potrebbe uccidermi.

Mi accovaccio su un giaciglio posticcio in cerca di un po’ di riposo, forse dormire mi aiuterà a recuperare un po’ di lucidità. Anche gli altri si apprestano a riposare, quindi spegniamo le luci.

Il buio contribuisce a calmarmi, dopo un po’ i muscoli si rilassano e cado in un sonno profondo. Mentre dormo percepisco l’aria colpire il mio viso, ma solo per qualche secondo. Sento dei rumori attutiti ma continuo a pisolare. Poi qualcosa mi tocca la spalla. Penso di essere stata urtata per caso da uno dei ragazzi che ha dovuto alzarsi per qualche motivo. Ma poi sento di nuovo un colpo sulla spalla e allora mi sveglio completamente. Qualcuno, nel buio e nel silenzio, sta cercando di attirare la mia attenzione. Spalanco gli occhi e mi metto a sedere. Non vedo nulla e ho bisogno di capire cosa sta succedendo. Inforco gli occhiali ma solo perché il fatto di indossarli mi aiuta a ragionare. Avrei bisogno di una luce, anche piccola, ma non so dove trovarla. La batteria del mio cellulare è deceduta qualche giorno fa, ma forse può fare un ultimo sforzo: lo cerco a tentoni, lo trovo a terra in un angolo, lo accendo. Ecco l’intro, ma la luce che emette non è sufficiente a schiarire l’ambiente e le mie idee. Solo quando compare la scritta “Batteria scarica, collegare il telefono alla rete elettrica” la stanza si illumina un po’ di più ed è allora che vedo distintamente delle lunghe gambe nude davanti a me. Non sono gambe umane. Porto il cellulare più in alto e alla fine delle gambe c’è un corpo e più su ancora un viso alieno.

Poi la batteria del cellulare si scarica definitivamente.

Capitolo 28

foto capitolo 28

Mio fratello aveva ragione: il disco volante, una volta di proprietà degli alieni che lui ha fatto fuori, è ancora lì, parcheggiato in mezzo alla strada col portellone aperto. A quanto pare nessuno si è chiesto che fine abbia fatto, nessuno l’ha reclamato. Abbiamo tanti alieni che possono guidarlo, quindi abbiamo deciso di andare a prenderlo. Io e mio fratello strisciamo nel buio insieme a Botolo: ora che è cresciuto ci segue con molta più agilità. Mentre io e l’alieno saliamo a bordo, mio fratello, armato di polverizzatore, controlla che nessuno ci abbia seguito, poi si aggrega a noi. Botolo chiude il portellone e tocca alcuni punti sullo schermo. L’obiettivo è quello di parcheggiare il disco nell’autorimessa accanto al nostro e tenerli entrambi lì nel caso dovessero servirci e, per diana, abbiamo tutte le intenzioni di farne buon uso. Una volta decollati, è un viaggio di 2 minuti. Dall’alto è possibile vedere il poco che è rimasto in piedi nel quartiere, che ormai ha perso quasi tutti i suoi punti di riferimento. Il supermercato è raso al suolo, della banca è rimasto in piedi solo il muro che regge il bancomat (chissà se funziona ancora?), la chiesa non ha più il campanile e la biblioteca è l’unico edificio ancora facilmente riconoscibile, a parte il fatto che il colore dei muri, una volta azzurro, si è trasformato magicamente in color bacon bruciato. Botolo manovra evitando i palazzi rimasti ancora in piedi e si avvicina a una delle aperture per l’areazione.

È allora che qualcosa ci colpisce.

Il disco si inclina su un lato, Botolo non riesce più a manovrare e ci schiantiamo a terra. L’astronave striscia per diversi metri sul prato davanti al condominio e si capovolge un paio di volte per poi tornare nella posizione corretta, sdraiata sulla pancia; all’interno noi rotoliamo uno sull’altro, non ci feriamo per puro miracolo.

È surreale. Cosa può averci colpito? Se fosse stato un altro disco volante perché non ci ha distrutto e basta? Ci liberiamo dal groviglio di corpi, Botolo torna allo schermo e apre il portellone, mio fratello recupera il polverizzatore che gli era caduto dalle mani e decide di uscire per primo puntandolo davanti a sé. Lo seguiamo all’esterno ma ci blocchiamo quasi subito: un altro disco atterra a pochi metri da noi lasciandoci di stucco: sta succedendo qualcosa di nuovo e non so perché ma la novità non mi piace affatto. Il portellone si apre e ne scendono 3 alieni. Ci guardano con aria minacciosa ma non sembrano armati. Poi mi accorgo che uno di loro ha in mano quello che sembra un lungo cavo perché inizia ad agitarlo come se fosse una frusta.

La frustata parte e mi sfiora di pochi centimetri. Che sfigato, penso, hai una mira di merda. Ma poi sento un verso strano alle mie spalle, mi volto e mi accorgo che la frusta non è una frusta ma una rete e che sta avvolgendo dalla testa ai piedi Botolo che si agita furiosamente ma non riesce a liberarsi. Il cavo viene riavvolto e Botolo viene trascinato verso i tre, oddio non credo ai miei occhi, stanno portando via il mio Botolo che striscia a terra, cerca di afferrare l’erba ed emette urla strazianti ma non le sento perché anche io sto urlando e non so cosa sto urlando, so solo che lo afferro e cerco di tirarlo verso di me, non possono portarmelo via, è il mio alieno, mi sono presa cura di lui da quando era alto così, poi mi sfugge e cerco di rincorrerlo ma non mi muovo, e non mi muovo perché mio fratello sta usando tutte le sue forze per trattenermi dal fare cazzate e il volto di Botolo è sfigurato dal terrore e il mio dalla rabbia e vorrei chiedergli perdono ma non so come fare, che lingua usare, che gesto fare, e tendo le braccia in un ultimo disperato tentativo ma posso solo guardarlo mentre viene portato a bordo a forza e il portellone si richiude e il disco vola via e io resto accucciata sul prato a urlare e piangere e mio fratello mi stringe e non sa come fare per consolarmi.

Capitolo 27

foto capitolo 27

 

“Trovate una covata.

Non tagliate i cavi della corrente e dell’acqua: le uova uccise vengono sostituite con altre uova.

Cercate i cavi della corrente a cui la covata è collegata, seguiteli, arrivate al contatore.

Aumentate il voltaggio, in modo che i cuccioli crescano più velocemente.

Fatevi trovare lì quando le uova si schiuderanno.

Stabilite il primo contatto con tutti i cuccioli.

Non abbiate paura, sono disarmati e confusi. Grazie all’imprinting si affezioneranno immediatamente a voi.

Portateli in un posto sicuro, un magazzino, un hangar, quello che vi pare, purché sia abbastanza grande da contenerli tutti.

Addestrateli a fare quello che volete voi: inizialmente si limiteranno a imitare il vostro comportamento, poi impareranno a ubbidire agli ordini.

Usateli per attirare gli alieni adulti che deruberete di tutte le armi e dei dischi volanti.

Gli adulti non attaccheranno mai i cuccioli: potete anche usarli come “scudo alieno”.

Sono fedeli a voi e se glielo chiedete faranno fuoco senza pietà.

Sono in grado, per istinto, di guidare le astronavi, per vostra informazione.

Capiscono quello che gli diciamo.

Puntate sull’effetto sorpresa.

Siate veloci.

Più covate trovate, più alieni abbiamo dalla nostra parte.

Prima ci muoviamo, prima mettiamo fine a questa invasione insulsa.”

Invio.

 

Alberto mi fa cenno di seguirlo. È buio da un po’. Se ci muoviamo nell’ombra senza passare sotto la luce dei lampioni ancora funzionanti e se rimaniamo sull’asfalto senza calpestare foglie o detriti, possiamo muoverci abbastanza velocemente. Attraversiamo la strada e ci dirigiamo verso un’apertura nella recinzione perimetrale di un’ex acciaieria. Le strutture al cui interno un tempo si trovavano i forni sono ancora in piedi, sono enormi e si trovano in un posto isolato. Ci fermiamo per qualche secondo, per essere sicuri di non sentire nessun sibilo in avvicinamento. Poi ci arrampichiamo lentamente su una collinetta, la superiamo e ci avviciniamo a una delle strutture. Percorriamo diversi metri al buio lungo la parete, fino ad arrivare a un’enorme porta scorrevole, da cui una volta accedeva la locomotiva che trasportava le merci, che è rimasta leggermente aperta, dopo che i cinesi hanno smontato le apparecchiature interne per portarle in Asia, dove immagino le abbiano ricostruite e utilizzate fino all’invasione. Strisciamo all’interno.

Centinaia di migliaia di occhi si girano a guardarci: sono di tutti i cuccioli che abbiamo trovato nelle covate situate nel condominio sopra il nostro rifugio. La ronda qui passava il mercoledì, ed è stato interessante poi scoprire che

1)      una volta che le uova sono schiuse, non vengono sostituite da altre e

2)      una volta che i cuccioli sono nati, la ronda in quella zona non viene più effettuata.

Le teste sono illuminate dalla luce della luna che penetra dall’esterno attraverso aperture nel tetto di quello che resta dell’edificio. Alberto sale su quello che una volta doveva essere un tavolo da lavoro e mi aiuta a fare lo stesso. Da lì tutti i cuccioli lo vedono. Allarga le braccia e le porta verso l’alto, e tutti i cuccioli fanno lo stesso. Utilizza questa posizione come punto di partenza per una serie di figure di karate che loro imitano alla perfezione (è stato istruttore per 6 anni, mi ha spiegato).

Sorrido. Non so cosa veda lui, se dei bravi imitatori o degli allievi al terzo dan.

Io vedo un esercito con i controcazzi.