Capitolo 29

foto capitolo 29

Non posso crederci.

Luridi figli di puttana, mi avete portato via il mio Botolo, pezzi di merda, vi smembro a mani nude, bastardi.

Volete farmi incazzare? È questo che volete? Farmi incazzare? Ci siete riusciti.

La mia vendetta calerà su di voi a una velocità tremenda e con effetti devastanti, non mi vedrete nemmeno arrivare.

Vi aspetta una lenta e sadica tortura, voglio leggere il terrore nei vostri occhi, voglio distruggervi uno per uno senza pietà, vedervi soffrire le pene dell’inferno, scoprire se piangete dal dolore oppure no.

Voglio che tramandiate di generazione in generazione il ricordo di me e della mia furia vendicatrice.

Questo, oh sì, questo è uno di quei momenti in cui potrei citare Ezechiele 25:17.

Mi sento un’erinni, brutta uguale anche. Sono furibonda.

Minchia.

Mio fratello mi ha rinchiusa a sclerare in una delle cantine più infognate del condominio. Non lo biasimo: dopo un’ora di pianti e strepiti voleva abbattermi con un pugno. Credo mi abbia segregato perché faccio troppo casino. Sfido, io: vorrei spaccare tutto. Dio, quanto sono incazzata!

È tra me e loro, ormai. Altrimenti non si spiegherebbe perché mi hanno attaccata sul piano personale. La volete mettere sul personale, allora? Ok, mettiamola sul personale: vi faccio il culo.

Sono fuori di me, ragazzi. Datemi un’accetta e vi spacco quella brutta testa di cazzo che vi ritrovate sulle spalle. Stronzi.

Ho l’odio che mi sprizza da tutti i pori. Non penso che mi calmerò molto in fretta.

Quando mio fratello sente solo silenzio provenire dalla mia gabbia saranno passati due giorni, o forse no, ma a me sembrano due giorni. Apre la porta e si affaccia con circospezione. Io sono seduta a terra, la faccia devastata dal pianto. Si accovaccia davanti a me e mi porge due mele. Non ho fame, ma se voglio reggermi in piedi sarà meglio che mangi qualcosa. Lo troveremo, mi dice. Questo spirito di collaborazione mi commuove. Per lui, in fondo, Botolo era un alieno come un altro.

Mi aiuta a rialzarmi e mi accompagna dove si trovano anche gli altri: sono tutti dispiaciuti, e sperano che non venga fatto alcun male al mio alienino. Oddio, sto per sclerare di nuovo. Se già la sola idea che me l’abbiano portato via mi ha quasi fatto impazzire, quella che possano torturarlo potrebbe uccidermi.

Mi accovaccio su un giaciglio posticcio in cerca di un po’ di riposo, forse dormire mi aiuterà a recuperare un po’ di lucidità. Anche gli altri si apprestano a riposare, quindi spegniamo le luci.

Il buio contribuisce a calmarmi, dopo un po’ i muscoli si rilassano e cado in un sonno profondo. Mentre dormo percepisco l’aria colpire il mio viso, ma solo per qualche secondo. Sento dei rumori attutiti ma continuo a pisolare. Poi qualcosa mi tocca la spalla. Penso di essere stata urtata per caso da uno dei ragazzi che ha dovuto alzarsi per qualche motivo. Ma poi sento di nuovo un colpo sulla spalla e allora mi sveglio completamente. Qualcuno, nel buio e nel silenzio, sta cercando di attirare la mia attenzione. Spalanco gli occhi e mi metto a sedere. Non vedo nulla e ho bisogno di capire cosa sta succedendo. Inforco gli occhiali ma solo perché il fatto di indossarli mi aiuta a ragionare. Avrei bisogno di una luce, anche piccola, ma non so dove trovarla. La batteria del mio cellulare è deceduta qualche giorno fa, ma forse può fare un ultimo sforzo: lo cerco a tentoni, lo trovo a terra in un angolo, lo accendo. Ecco l’intro, ma la luce che emette non è sufficiente a schiarire l’ambiente e le mie idee. Solo quando compare la scritta “Batteria scarica, collegare il telefono alla rete elettrica” la stanza si illumina un po’ di più ed è allora che vedo distintamente delle lunghe gambe nude davanti a me. Non sono gambe umane. Porto il cellulare più in alto e alla fine delle gambe c’è un corpo e più su ancora un viso alieno.

Poi la batteria del cellulare si scarica definitivamente.

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