Archivio mensile:agosto 2013

Capitolo 34

foto capitolo 34

 

 

Non ho nemmeno più la forza di farmi venire una crisi isterica. Sono preda della totale frustrazione. O forse sono solo stanca. O più probabilmente ho le palle girate. Fatto sta che non ho voglia di partecipare alla diatriba con i ragazzi su cosa fare per procurarci altro cibo. Per me dobbiamo rassegnarci e spingerci sempre più lontano, fine della discussione. Qualcuno ripropone l’idea di cambiare base operativa. Decidano quello che vogliono, non mi interessa più. Sono sfinita, mentalmente e fisicamente. Voglio tornare a casa mia. Bere un tè. Collegarmi a internet e leggere del gossip. Dormire su un letto vero. Mangiare una bistecca alla fiorentina. Maledizione.

Sono passati giorni da quando abbiamo consegnato parte dei cuccioli. Fred non si è più fatto vivo. Non sappiamo quale sia la situazione all’esterno, ormai usciamo pochissimo. Non possiamo continuare così, comunque. Siamo senza cibo da giorni e l’unica acqua che beviamo è quella che esce dai rubinetti degli appartamenti del condominio in cui erano state posizionate le uova. Non può finire così, non possono prenderci per sfinimento.

Mio fratello viene a chiedermi se voglio uscire con lui e Alberto, hanno deciso di cambiare tattica per la ricerca di cibo: vogliono provare a spingersi fino alle case che si trovano dietro il campo di calcio, non quelle mezze distrutte, quelle ancora oltre. È lontano, è vero, ma gran parte del percorso è al coperto e lo conosciamo già. Se troviamo il modo di non camminare sui calcinacci, potrebbe essere una buona idea. E se dovessimo trovare un nuovo rifugio lungo la strada, ci trasferiremo lì, visto che intorno alle cantine non è rimasto più nulla da mangiare. Per me sta bene, a patto che nella nuova base operativa ci sia acqua corrente: non ha senso trasferirsi in un luogo peggiore delle cantine.

Con estrema cautela usciamo all’esterno. A giudicare dalla posizione del sole è pomeriggio. L’aria sembra pulita, gli uccellini cantano. Mio fratello e Alberto sono armati degli unici polverizzatori in nostro possesso. Io ho ancora il mio coltello da carne da piantare nel cranio di qualche alieno del cazzo. Ognuno di noi porta con sé uno zaino vuoto. Non ci aspettiamo di riempirli, ma potremmo anche essere fortunati. Sia chiaro, non sono io quella fiduciosa nel gruppo. È Patrizia. Non ho nemmeno la forza di contraddirla o di mandarla a quel paese.

Seguiamo il percorso sotto i portici che conosciamo bene, ma stavolta ci prendiamo il tempo di rovistare all’interno dei negozi per cercare qualche genere di prima necessità. Alberto ha un colpo di fortuna: in un ripiano sotto la cassa della tabaccheria trova un caricabatterie universale per cellulari. Meglio di niente. Tutto sta nel trovare una presa a cui collegarlo. Continuiamo a dirigerci verso il nostro obiettivo: passiamo velocemente accanto al campo di calcio e ci nascondiamo sotto la pensilina dell’autobus dietro l’angolo. Poi ci rendiamo conto di aver fatto una cazzata, la pensilina è di plexiglass e non nasconde proprio niente. Sembriamo tre deficienti che aspettano il bus durante l’apocalisse. Ci viene quasi da ridere. Ho detto quasi, non esageriamo. Attraversiamo la strada e aggiriamo il condominio distrutto: per fortuna riusciamo a individuare un percorso che non ci faccia passare sulle macerie. Finalmente raggiungiamo le case che vogliamo esplorare. Troviamo diverse porte aperte, gli occupanti devono essere scappati senza curarsi degli sciacalli, quindi ci dividiamo. Nell’appartamento visitato da me trovo un paio di pacchi di pasta: li prenderei, ma come li cucino poi? Sulla porta compare Alberto che mi fa cenno di seguirlo. Entro con lui nell’appartamento visitato da mio fratello, che invece ha trovato diverse scatolette. Che culo! Riempiamo uno zaino avvolgendole in un lenzuolo in modo che non facciano rumore cozzando tra loro. Apro il rubinetto del lavandino della cucina ma non ne esce nulla. Decidiamo di non rischiare oltre, per oggi è andata bene, meglio rientrare. Torniamo all’esterno, la situazione sembra ancora stabile; ci dirigiamo verso il campo correndo, non vediamo l’ora di rientrare nelle cantine e mangiare. Quando siamo a metà strada succede qualcosa di strano. Non so cosa. Però non sento più gli uccellini. Mi fermo e mi guardo in giro. Anche mio fratello si ferma, mi guarda e allarga le braccia: non capisce. E nemmeno io capisco. Ma sento quell’orrendo sibilo avvicinarsi.

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Capitolo 33

foto capitolo 33

 

Non mi corre incontro.

Ora, non so come facciano gli alieni a esprimere entusiasmo, ammesso che conoscano il concetto, ma qui siamo ai limiti della freddezza.

Botolo si ferma quasi subito dopo la rampa e si volta verso l’astronave. Che gli abbiano fatto il lavaggio del cervello? Che l’abbiano convinto che la cosa migliore per lui sia rimanere con i suoi simili? Altri due passi verso di me, poi di nuovo fermo, si gira ancora verso il disco.

C’è qualcosa che non va. È come se gli avessero garantito la libertà ma lui non si fidasse.

Un grosso alieno con la pelle chiara compare all’ingresso del disco. Non riesco a capire se è lo stesso del jumbo jet e non è chiaro se sia uno di quei maledetti re, ma deve essere un tizio importante visto che alle sue spalle compare una scorta di ben 6 grigi armati di tutto punto. Anche loro avanzano lentamente lungo la rampa e il biancone porta un braccio davanti a sé, invitando Botolo ad allontanarsi.

Il piccolo si volta verso di me e finalmente cammina con un passo leggermente più deciso. Per rassicurarlo, mi inginocchio e tendo le braccia verso di lui. Non posso crederci, ha funzionato! Tutti quei cuccioli in cambio del mio piccolo Botolo! Gli occhi mi si riempiono di lacrime di gioia che non mi danno modo di notare il movimento alle spalle del mio alienino che si ferma a metà strada, mi guarda intensamente e poi china tristemente la testa da un lato, come se fosse dispiaciuto e rassegnato.

Solo allora mi accorgo che il presunto re sta puntando un polverizzatore contro Botolo, e lo usa, e Botolo si polverizza in miliardi di particelle davanti ai miei occhi, dopodiché tutti gli alieni presenti emettono un lunghissimo e acutissimo ululato, come se stessero esprimendo tutto il loro dolore, ma non riesco a sentirli perché anche io sto urlando tutto il mio terrore e la mia disperazione e il mio odio verso questa gente che non sa cosa sia la pietà, e sono sconvolta dalla scena a cui ho appena assistito: l’esecuzione di un essere buono e indifeso. Come veder uccidere a sangue freddo un bambino.

Qualunque cosa significhi, gli alieni concludono la loro messa in scena, risalgono sul disco e si allontanano, lasciando me piegata dal dolore in mezzo all’erba e Teo in lacrime, chinato su di me in un abbraccio impacciato e consolatorio.

Forse abbiamo sbagliato tutto, forse sarebbe stato meglio utilizzare i cuccioli come ostaggi e giocare le carte più sporche in nostro possesso, tipo minacciare di ucciderli uno a uno o organizzare delle esecuzioni di massa sulla pubblica piazza, tanto qui non stiamo avendo a che fare con esseri dotati di sentimenti, stiamo parlando con delle cazzo di bestie.

Cerco di calmarmi e di smettere di piangere. Non ci resta che ritornare verso la base a portare la cattiva notizia. O la buona, visto che i cuccioli sono stati presi, apparentemente sono in salvo e forse costituiscono il primo nucleo della quinta colonna. Ma non voglio che i miei singhiozzi siano monitorati fino alle cantine, potrei mettere in pericolo tutti gli altri. Per questo passiamo un paio d’ore nascosti in quello che resta di una tabaccheria, in attesa che la crisi isterica mi passi. Poi inizia a calare il tramonto, quindi decidiamo di tornare alla base seguendo il solito percorso al coperto.

 

Faceva cik cik cik con i piedi.

 

Capitolo 32

foto capitolo 32

 

Il posto è deciso: un campo da calcio dove mio fratello e Teo si allenavano da piccoli quando facevano parte della squadra del quartiere. Non è abbastanza grande da contenere tutti i cuccioli, ma la distanza dalle nostre cantine e dall’acciaieria è tale da non far intuire quale sia la nostra “base operativa”. Portiamo lì i cuccioli a gruppi di dieci, silenziosamente, seguendo un percorso studiato per non farci notare, passando attraverso edifici abbandonati e sotto i portici di fronte al supermercato. Non è la strada più veloce, ma è quella più sicura: difficilmente possono vederci dall’alto e i rumori sono ridotti davvero al minimo. Ci mettiamo quasi una settimana a spostarli tutti, quasi dimenticandoci le nostre piccole missioni alla ricerca di cibo. In un paio di occasioni il trasferimento dura più del dovuto a causa delle ronde di alcune astronavi, durante le quali ci nascondiamo all’interno di quelli che una volta erano stati bar o negozi di abbigliamento in attesa che il sibilo si allontani. Quando il campo è quasi pieno, contiene circa metà dei nostri cuccioli. Per ora va bene così, non concediamo troppo. Dopo un acceso consulto (per quanto accese possano essere 5 persone che litigano a bassissima voce negli anfratti più remoti delle cantine condominiali) abbiamo deciso che saremo solo io e Teo a gestire lo scambio. Io devo esserci per forza: rivoglio Botolo, e questo è il mio modo di contrattare, ma ho comunque bisogno di qualcuno al mio fianco e Teo non ha voluto sentire ragioni. Gli altri ci aspetteranno all’acciaieria in attesa di istruzioni. Se non torneremo entro ventiquattro ore, beh…

Bene, il momento della verità è arrivato. Sperando di non doverli usare come scudi umani, io e Teo ci posizioniamo dietro alcuni cuccioli. Teo ha con sé un vasetto di vetro che una volta conteneva pesche sciroppate (la fame è brutta, prima di questo casino non le avrei mai mangiate… e infatti non le ho mangiate neanche durante, mi fanno troppo schifo, mi sono limitata a guardare gli altri mentre se le pappavano e ho la nausea solo a pensarci, bleah) e, dopo esserci scambiati un pollice alzato per dare il via alle danze, lo lancia contro un muretto miracolosamente rimasto in piedi dopo gli attacchi. Il rumore del vasetto che va in frantumi e il sibilo del disco volante in avvicinamento sono quasi simultanei. L’astronave cala lentamente davanti a noi, si stabilizza a terra e ne scendono i soliti due alieni, ovviamente armati ma incuriositi dalla situazione insolita. Dopo qualche momento di impasse, spingo un gruppetto di cuccioli nella loro direzione. I piccoli avanzano con decisione verso il veicolo, passano accanto ai grigi che li guardano perplessi e salgono senza indugio sull’astronave. Ne spingo altri quattro verso di loro e la scena si ripete. I due si consultano tra loro, poi mi guardano, annuiscono, salgono sul disco e se ne vanno, lasciandoci lì ad aspettare un’eventuale reazione che non tarda ad arrivare: dopo un paio di minuti un’astronave enorme, ovale e grande quanto un jumbo jet si palesa in lontananza; nonostante la stazza, manovra agilmente verso di noi (l’aspetto veramente impressionante è che fa tutto in silenzio e mi chiedo quante volte sia passata sopra le nostre teste senza che ce ne accorgessimo; che inquietudine) e cala sul campo di calcio restando sospesa a una decina di metri dal terreno (non ha spazio per atterrare, evidentemente). Poi un enorme portellone si apre, una specie di piattaforma viene calata dalla parte frontale e un alieno, più alto e con la pelle più chiara di quelli che ho visto finora, quasi bianca, avanza allargando le braccia in atteggiamento accogliente. Che sia uno dei loro “re”, come li ha chiamati Fred? È difficile da capire, ma è come se tutti i cuccioli rispondano a un richiamo istintivo: ordinatamente prendono a muoversi verso la piattaforma e salgono sul disco, sparendo al suo interno. Nel giro di qualche minuto sono tutti a bordo, quindi la piattaforma viene ritirata, il portellone si chiude e l’astronave decolla e si allontana. Io e Teo restiamo soli in mezzo al campo di calcio, senza sapere bene cosa fare. Abbiamo portato a casa la pellaccia, ma speravo in qualcosa di più. Beh, in realtà non so cosa mi aspettassi. La mia paura ora è che qualcuno ci stia guardando dall’alto, senza farsi notare, e ci segua nel nostro rientro alla base. Ma non ho il tempo di esprimere questa mia preoccupazione a Teo perché sentiamo di nuovo un fastidioso sibilo avvicinarsi e un disco atterra davanti a noi senza darci nemmeno il tempo di decidere se è il caso di scappare. Il portello si apre e un piccolo alieno avanza lentamente lungo la rampa muovendo qualche passo barcollante verso di noi. Nonostante sembrino tutti uguali, mi occorre solo un millesimo di secondo per riconoscerlo.

Capitolo 31

foto capitolo 31

 

L’alieno stacca le dita dalla mia fronte e torno in me. Sento un’intensa sensazione di pace invadermi completamente. Mi mostra ancora quel ghigno, getta uno sguardo veloce a tutti gli altri e se ne va, uscendo silenziosamente dalle cantine. I ragazzi mi guardano incuriositi, in attesa di sapere cosa è successo e cosa ci siamo detti, ma non so da che parte cominciare.

L’offerta è allettante ma non può calarla sul tavolo così e sperare che la accetti al volo. Condivido i miei pensieri con il gruppo e durante la discussione i dubbi aumentano. Innanzitutto possiamo fidarci? Avere tutti quei cuccioli è la nostra unica arma di ricatto, se li consegniamo non avremo più nulla. Non solo, se gli alieni riuscissero a plagiarli e metterli contro di noi dovremmo difenderci anche da quelli che consideravamo nostri alleati. E anche ammesso che questo non accada, i cuccioli eseguiranno gli ordini dell’alieno ballerino? Come farà lui a coordinare un attacco su scala mondiale? Forse non dovremmo porci il problema, troverà un modo. L’altra questione è: sarà vero che il numero dei nostri è sufficiente a combattere una guerra civile? I nemici sono milioni, li ho visti nello spazio e, anche supponendo che gli umani consegnino TUTTI i cuccioli che hanno preso, non credo che potremmo arrivare a quelle cifre.

In ogni caso non ho alcuna intenzione di rinunciare ai miei alieni e aspettare che accada qualcosa, non mi piace l’idea di fare da spettatore. Dobbiamo essere parte attiva della rivolta, ma se restiamo soli non abbiamo alcuna possibilità di vittoria.

Decidiamo di prenderci una pausa di riflessione. Visto che ormai si è fatto giorno, mio fratello e Teo escono a cercare del cibo, Alberto e Patrizia invece decidono di andare all’acciaieria a contare i nostri ragazzi per capire se uno spostamento può essere gestibile oppure no.

Resto sola con i miei pensieri. Mi spiace non avere Botolo qui con me. Non sarebbe di alcun aiuto ma avrei una preoccupazione in meno. Devo trovare un modo per riprendermelo; forse dovrei seriamente prendere in considerazione la proposta che mi è stata fatta stanotte, potrebbe davvero essere l’unica possibilità di sferrare un attacco decisivo contro gli invasori. Comunque mi sono stufata di chiamare l’alieno ballerino “alieno ballerino”. Lo chiamerò Fred, come Fred Astaire. Mi piace Fred. È un nome amichevole. Maledizione, sto facendo lo stesso errore che ho fatto con Botolo, mi sto affezionando. D’altronde non posso certo dire che lui non abbia fatto di tutto per conquistare la mia fiducia. Se non sbaglio i conti, finora avrebbe potuto farmi fuori almeno tre volte, e abbastanza facilmente. Se è un doppiogiochista, se la sta giocando veramente bene.

Dopo un paio d’ore mio fratello e Teo rientrano a mani vuote. Sono molto frustrati, si mettono a discutere a bassa voce per decidere se abbia senso spingersi più lontano nella ricerca o se non sia più furbo trasferire la nostra base altrove: qui intorno non c’è più nulla da mangiare, a parte i sassi e l’erba. In ogni caso le missioni esplorative si prolungherebbero, diventando più rischiose. Non mi piace l’idea di abbandonare le cantine; non sono un granché come rifugio, devo ammetterlo, ma sono protette e psicologicamente sono il nostro unico punto fermo. Siamo ancora presi dallo scambio di opinioni quando Alberto e Patrizia rientrano. Hanno cercato di contare i cuccioli ma erano davvero tanti, siamo nell’ordine di qualche migliaio. Se l’idea iniziale era quella di addestrarli, usarli come esca per procurarci armi e dischi volanti, e poi sfruttarli per attaccare un’astronave madre o comunque rompere il culo a qualche alieno, beh, potremmo metterci un’era geologica per assegnare a ognuno un veicolo di quel tipo; senza contare che, a furia di collezionare astronavi, potremmo diventare facilmente individuabili. La situazione è praticamente ingestibile.

Se vogliamo un modo veloce per riprenderci il pianeta l’unica opzione è un attacco spietato e a sorpresa su tutti i fronti, e possiamo farlo solo se seguiamo il consiglio di Fred. Per quanto l’idea ci spaventi e per quanto le probabilità di riuscita siano basse, conveniamo che non abbiamo scelta.

Possiamo solo accettare la proposta e studiare un nuovo piano.