Capitolo 32

foto capitolo 32

 

Il posto è deciso: un campo da calcio dove mio fratello e Teo si allenavano da piccoli quando facevano parte della squadra del quartiere. Non è abbastanza grande da contenere tutti i cuccioli, ma la distanza dalle nostre cantine e dall’acciaieria è tale da non far intuire quale sia la nostra “base operativa”. Portiamo lì i cuccioli a gruppi di dieci, silenziosamente, seguendo un percorso studiato per non farci notare, passando attraverso edifici abbandonati e sotto i portici di fronte al supermercato. Non è la strada più veloce, ma è quella più sicura: difficilmente possono vederci dall’alto e i rumori sono ridotti davvero al minimo. Ci mettiamo quasi una settimana a spostarli tutti, quasi dimenticandoci le nostre piccole missioni alla ricerca di cibo. In un paio di occasioni il trasferimento dura più del dovuto a causa delle ronde di alcune astronavi, durante le quali ci nascondiamo all’interno di quelli che una volta erano stati bar o negozi di abbigliamento in attesa che il sibilo si allontani. Quando il campo è quasi pieno, contiene circa metà dei nostri cuccioli. Per ora va bene così, non concediamo troppo. Dopo un acceso consulto (per quanto accese possano essere 5 persone che litigano a bassissima voce negli anfratti più remoti delle cantine condominiali) abbiamo deciso che saremo solo io e Teo a gestire lo scambio. Io devo esserci per forza: rivoglio Botolo, e questo è il mio modo di contrattare, ma ho comunque bisogno di qualcuno al mio fianco e Teo non ha voluto sentire ragioni. Gli altri ci aspetteranno all’acciaieria in attesa di istruzioni. Se non torneremo entro ventiquattro ore, beh…

Bene, il momento della verità è arrivato. Sperando di non doverli usare come scudi umani, io e Teo ci posizioniamo dietro alcuni cuccioli. Teo ha con sé un vasetto di vetro che una volta conteneva pesche sciroppate (la fame è brutta, prima di questo casino non le avrei mai mangiate… e infatti non le ho mangiate neanche durante, mi fanno troppo schifo, mi sono limitata a guardare gli altri mentre se le pappavano e ho la nausea solo a pensarci, bleah) e, dopo esserci scambiati un pollice alzato per dare il via alle danze, lo lancia contro un muretto miracolosamente rimasto in piedi dopo gli attacchi. Il rumore del vasetto che va in frantumi e il sibilo del disco volante in avvicinamento sono quasi simultanei. L’astronave cala lentamente davanti a noi, si stabilizza a terra e ne scendono i soliti due alieni, ovviamente armati ma incuriositi dalla situazione insolita. Dopo qualche momento di impasse, spingo un gruppetto di cuccioli nella loro direzione. I piccoli avanzano con decisione verso il veicolo, passano accanto ai grigi che li guardano perplessi e salgono senza indugio sull’astronave. Ne spingo altri quattro verso di loro e la scena si ripete. I due si consultano tra loro, poi mi guardano, annuiscono, salgono sul disco e se ne vanno, lasciandoci lì ad aspettare un’eventuale reazione che non tarda ad arrivare: dopo un paio di minuti un’astronave enorme, ovale e grande quanto un jumbo jet si palesa in lontananza; nonostante la stazza, manovra agilmente verso di noi (l’aspetto veramente impressionante è che fa tutto in silenzio e mi chiedo quante volte sia passata sopra le nostre teste senza che ce ne accorgessimo; che inquietudine) e cala sul campo di calcio restando sospesa a una decina di metri dal terreno (non ha spazio per atterrare, evidentemente). Poi un enorme portellone si apre, una specie di piattaforma viene calata dalla parte frontale e un alieno, più alto e con la pelle più chiara di quelli che ho visto finora, quasi bianca, avanza allargando le braccia in atteggiamento accogliente. Che sia uno dei loro “re”, come li ha chiamati Fred? È difficile da capire, ma è come se tutti i cuccioli rispondano a un richiamo istintivo: ordinatamente prendono a muoversi verso la piattaforma e salgono sul disco, sparendo al suo interno. Nel giro di qualche minuto sono tutti a bordo, quindi la piattaforma viene ritirata, il portellone si chiude e l’astronave decolla e si allontana. Io e Teo restiamo soli in mezzo al campo di calcio, senza sapere bene cosa fare. Abbiamo portato a casa la pellaccia, ma speravo in qualcosa di più. Beh, in realtà non so cosa mi aspettassi. La mia paura ora è che qualcuno ci stia guardando dall’alto, senza farsi notare, e ci segua nel nostro rientro alla base. Ma non ho il tempo di esprimere questa mia preoccupazione a Teo perché sentiamo di nuovo un fastidioso sibilo avvicinarsi e un disco atterra davanti a noi senza darci nemmeno il tempo di decidere se è il caso di scappare. Il portello si apre e un piccolo alieno avanza lentamente lungo la rampa muovendo qualche passo barcollante verso di noi. Nonostante sembrino tutti uguali, mi occorre solo un millesimo di secondo per riconoscerlo.

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