Capitolo 34

foto capitolo 34

 

 

Non ho nemmeno più la forza di farmi venire una crisi isterica. Sono preda della totale frustrazione. O forse sono solo stanca. O più probabilmente ho le palle girate. Fatto sta che non ho voglia di partecipare alla diatriba con i ragazzi su cosa fare per procurarci altro cibo. Per me dobbiamo rassegnarci e spingerci sempre più lontano, fine della discussione. Qualcuno ripropone l’idea di cambiare base operativa. Decidano quello che vogliono, non mi interessa più. Sono sfinita, mentalmente e fisicamente. Voglio tornare a casa mia. Bere un tè. Collegarmi a internet e leggere del gossip. Dormire su un letto vero. Mangiare una bistecca alla fiorentina. Maledizione.

Sono passati giorni da quando abbiamo consegnato parte dei cuccioli. Fred non si è più fatto vivo. Non sappiamo quale sia la situazione all’esterno, ormai usciamo pochissimo. Non possiamo continuare così, comunque. Siamo senza cibo da giorni e l’unica acqua che beviamo è quella che esce dai rubinetti degli appartamenti del condominio in cui erano state posizionate le uova. Non può finire così, non possono prenderci per sfinimento.

Mio fratello viene a chiedermi se voglio uscire con lui e Alberto, hanno deciso di cambiare tattica per la ricerca di cibo: vogliono provare a spingersi fino alle case che si trovano dietro il campo di calcio, non quelle mezze distrutte, quelle ancora oltre. È lontano, è vero, ma gran parte del percorso è al coperto e lo conosciamo già. Se troviamo il modo di non camminare sui calcinacci, potrebbe essere una buona idea. E se dovessimo trovare un nuovo rifugio lungo la strada, ci trasferiremo lì, visto che intorno alle cantine non è rimasto più nulla da mangiare. Per me sta bene, a patto che nella nuova base operativa ci sia acqua corrente: non ha senso trasferirsi in un luogo peggiore delle cantine.

Con estrema cautela usciamo all’esterno. A giudicare dalla posizione del sole è pomeriggio. L’aria sembra pulita, gli uccellini cantano. Mio fratello e Alberto sono armati degli unici polverizzatori in nostro possesso. Io ho ancora il mio coltello da carne da piantare nel cranio di qualche alieno del cazzo. Ognuno di noi porta con sé uno zaino vuoto. Non ci aspettiamo di riempirli, ma potremmo anche essere fortunati. Sia chiaro, non sono io quella fiduciosa nel gruppo. È Patrizia. Non ho nemmeno la forza di contraddirla o di mandarla a quel paese.

Seguiamo il percorso sotto i portici che conosciamo bene, ma stavolta ci prendiamo il tempo di rovistare all’interno dei negozi per cercare qualche genere di prima necessità. Alberto ha un colpo di fortuna: in un ripiano sotto la cassa della tabaccheria trova un caricabatterie universale per cellulari. Meglio di niente. Tutto sta nel trovare una presa a cui collegarlo. Continuiamo a dirigerci verso il nostro obiettivo: passiamo velocemente accanto al campo di calcio e ci nascondiamo sotto la pensilina dell’autobus dietro l’angolo. Poi ci rendiamo conto di aver fatto una cazzata, la pensilina è di plexiglass e non nasconde proprio niente. Sembriamo tre deficienti che aspettano il bus durante l’apocalisse. Ci viene quasi da ridere. Ho detto quasi, non esageriamo. Attraversiamo la strada e aggiriamo il condominio distrutto: per fortuna riusciamo a individuare un percorso che non ci faccia passare sulle macerie. Finalmente raggiungiamo le case che vogliamo esplorare. Troviamo diverse porte aperte, gli occupanti devono essere scappati senza curarsi degli sciacalli, quindi ci dividiamo. Nell’appartamento visitato da me trovo un paio di pacchi di pasta: li prenderei, ma come li cucino poi? Sulla porta compare Alberto che mi fa cenno di seguirlo. Entro con lui nell’appartamento visitato da mio fratello, che invece ha trovato diverse scatolette. Che culo! Riempiamo uno zaino avvolgendole in un lenzuolo in modo che non facciano rumore cozzando tra loro. Apro il rubinetto del lavandino della cucina ma non ne esce nulla. Decidiamo di non rischiare oltre, per oggi è andata bene, meglio rientrare. Torniamo all’esterno, la situazione sembra ancora stabile; ci dirigiamo verso il campo correndo, non vediamo l’ora di rientrare nelle cantine e mangiare. Quando siamo a metà strada succede qualcosa di strano. Non so cosa. Però non sento più gli uccellini. Mi fermo e mi guardo in giro. Anche mio fratello si ferma, mi guarda e allarga le braccia: non capisce. E nemmeno io capisco. Ma sento quell’orrendo sibilo avvicinarsi.

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