Archivio mensile:settembre 2013

Capitolo 39

foto capitolo 39

 

Cos’è questa novità adesso? Ora arrivano così, senza annunciarsi? Le astronavi si materializzano in cielo dal nulla? O era lì già da prima, invisibile? Non mi piace. L’invisibilità non mi è mai piaciuta: è un trucco stronzo. Inoltre sono in un momento di transizione e non apprezzo molto i cambiamenti. Mi destabilizzano. Me la fanno fare addosso.

Per di più questo veicolo è enorme e sembra partorire due dischi voltanti, i soliti, che ovviamente puntano subito su di noi: come scaricare merda in pronta consegna. Maledetti.

Ce la diamo a gambe, in due direzioni diverse, attirando ognuno uno dei dischi (ora, lo so che non è il momento giusto, ma a me scapperebbe la pipì. Oh, sono stata chiusa in un disco volante per ore, ok, non che beva così tanta acqua o mangi così tanta frutta da avere la minzione che va a manetta, però, quando scappa, scappa). Cerco di correre più velocemente possibile, per quanto le forze me lo consentano, verso il posto più lontano dalle cantine nel tentativo di allontanare la battaglia da lì, anche se credo che il nostro abbia smesso di essere un segreto tempo fa. Sento quel rumore di jet in fase di decollo e scarto a destra all’ultimo momento, evitando di finire nella voragine generata dal colpo ma finendo nella scarpata che correva attorno all’acciaieria e che in qualche modo segnava i confini col nostro condominio. Rotolo giù per qualche metro, poi mi rialzo e riprendo a correre ma il disco volante mi è di nuovo addosso. Allora inchiodo di colpo e corro nella direzione esattamente opposta. Gli alieni alla guida del veicolo non si aspettano questa mossa, perdono qualche secondo per invertire la rotta e io ne approfitto per risalire la scarpata in tre falcate e nascondermi dietro un muretto che cela una scala che scende nell’autorimessa (quando eravamo bambini conoscevamo tutti gli accessi più remoti che portavano nei posti in cui i nostri genitori ci proibivano di giocare e l’autorimessa era uno dei più pericolosi, di conseguenza uno dei più gettonati dove passare i nostri pomeriggi estivi); il fatto che il nemico mi abbia perso di vista mi dà modo di controllare la situazione di mio fratello, che per fortuna è più felice della mia: a differenza di me lui è armato di polverizzatore (è sempre stato quello più intelligente tra noi due) e spara come se non ci fosse un domani da dietro un muretto che una volta doveva essere stato parte del condominio accanto al nostro. Ha anche una buona mira, e con un paio di colpi ben piazzati riesce a danneggiare il disco volante così tanto che esso comincia a girare vorticosamente su sé stesso, completamente fuori controllo, per poi schiantarsi al suolo.

Io invece non sono messa così bene: mi ci vuole poco per scoprire che quell’accesso all’autorimessa è parzialmente crollato, quindi inaccessibile. Posso nascondermi lì solo per qualche altro secondo, poi dovrò spostarmi ma non so davvero dove andare. Sento il sibilo sempre più vicino, chiudo gli occhi perché non voglio vedere la morte arrivare, preferisco sentirne solo il rumore, come quando guardi i film dell’orrore: se chiudi gli occhi e separi l’immagine dal suono hai molta meno paura. Respiro profondamente, sperando che la tensione non mi faccia ribaltare lo stomaco. Ecco, li sento, ora so che sono quasi davanti a me, non possono non vedermi. Caricano il colpo. Ok, è fatta. È stato bello, per lo più. L’ultima parte è stata una merda, ma pazienza, è andata così. Chissà se percepirò qualcosa. Magari non farà neanche male.

Il colpo parte e sento rumore di distruzione e detriti, lo spostamento d’aria è fortissimo e mi scaraventa contro il muretto portante della scala, sento una vampata di calore investirmi ma non è così forte da ustionarmi, per fortuna. Riapro gli occhi e vedo il disco crollare al suolo in mille pezzi, dietro di lui un altro disco emerge dal fumo dell’esplosione e si dirige con decisione verso l’astronave da trasporto emersa dal nulla. Comincia a sparare tutti i colpi a disposizione, ma il cargo scompare così come era apparso. Allora il disco compie una velocissima virata, in salita, verso destra, in accelerazione, come se si stesse lanciando al suo inseguimento.

Forse possiamo davvero fidarci di Fred e compagnia. Per lo meno ora abbiamo qualche minuto di tregua. Finalmente posso prendermi qualche secondo per fare pipì.

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Capitolo 38

foto capitolo 38

 

Non siamo inseguiti, per ora. L’alieno rallenta la fuga e inizia la discesa verso terra, fino a fermarsi nei pressi di un raggruppamento di grattacieli miracolosamente rimasti ancora in piedi. È una zona che non conosco, potremmo essere ovunque nel mondo. Poi guardo meglio e mi accorgo che uno dei palazzi è lo Shard di Londra… siamo a Londra? Questa è LONDRA? Mi guardo intorno e vedo un tappeto di macerie. Solo una parte della City è rimasta in piedi: il Gherkin non c’è più, al posto del mercato di Leadenhall c’è una voragine; non vi è nessuna traccia del parlamento e solo sgranando bene gli occhi posso notare in lontananza della ferraglia bianca, che una volta doveva essere il London Eye, emergere dal Tamigi. Che desolazione. Non posso credere che Londra non ci sia più. Camden Lock era uno dei miei posti preferiti al mondo. Quello e CyberDog, il negozio pieno di stronzate cibernetiche.

Il cucciolo porta i motori al minimo, virando lentamente intorno ai palazzi cercando di non farsi notare. Non capisco cosa voglia fare, a parte mimetizzarsi. Poi sullo schermo vedo due oggetti in avvicinamento: sono due dischi volanti che evidentemente stanno effettuando la loro ronda settimanale. Ci accodiamo a loro con nonchalance e voliamo sopra quello che una volta era il centro della città fino a quando non si accende un pallino rosso sullo schermo. Il cucciolo preme proprio in quel punto, come se stesse ingaggiando un bersaglio, e vira insieme agli altri dirigendosi velocemente verso un luogo preciso dietro a quello che potrebbe essere stato Hyde Park. Solo quando ci avviciniamo alla strada vedo delle persone che stanno scappando: devono aver sentito arrivare il sibilo! I due dischi caricano il colpo e noi facciamo lo stesso: “Non vorrai mica sparare a quei poveracci!” gli urlo, ma, quando il nostro colpo parte, abbatte i due dischi senza dare loro il tempo di fare fuoco.

Resto a bocca aperta. Ma sono tutti così? Tutti i nostri cuccioli sono delle macchine da guerra? Non so se sentirmi una madre degenere o essere molto fiera. Riprendiamo il nostro volo, stavolta dirigendoci verso la base. Durante il tragitto l’alieno si avvicina a me e mi tocca il viso con le dita.

 

Perdonami se prima ti ho lasciato sola. Spero tu non abbia avuto paura.

Stavo per farmela addosso, se vuoi proprio saperlo.

Mi dispiace.

Ma cosa è successo? Cosa hai combinato lassù?

Ho cercato uno dei Re e l’ho seguito fino a quando non è rimasto solo. Poi l’ho colpito alle spalle e mentre lui era privo di sensi gli ho letto la mente: è così che ho trovato il codice per attivare l’autodistruzione della flotta di attacco. Ma per quello mi ci è voluto più tempo perché ho dovuto trovare un accesso al computer di bordo che fosse vicino al nostro hangar, e per arrivarci ho dovuto passare molto tempo nascosto.

Beh, bella idea, ha funzionato!

È vero. Ma non sono contento. Una parte dei nostri alleati era a bordo di quelle navi. Inoltre sono sicuro che i nemici faranno di tutto per vendicarsi appena possibile, e nel modo peggiore. Dobbiamo farci trovare pronti.

 

Non atterriamo nell’autorimessa, per il timore di essere inseguiti, ma in uno degli edifici che facevano parte dell’acciaieria, calandoci dal tetto sfondato. Una volta fuori ci guardiamo intorno e, poiché non sembra esserci nessuno in vista, non si sentono sibili e gli uccellini cantano, il cucciolo torna in mezzo ai suoi compagni, mentre io corro verso le cantine; seduto lì fuori trovo mio fratello che evidentemente mi stava aspettando: appena mi vede mi corre incontro e mi abbraccia. Sento che ha il fiatone, doveva essere preoccupatissimo. Mi crogiolo in quelle coccole così rare mentre mi sussurra all’orecchio “Ma cosa avete combinato? Sembrava fossero esplosi i fuochi d’artificio nello spazio!”. Sorrido e lo spingo verso la porta delle cantine, non vedo l’ora di raccontargli cosa ha combinato il mite alienino, ma ci blocchiamo a metà strada: nella porzione di cielo davanti a noi, nel silenzio più totale, un’astronave compare letteralmente dal nulla.

Capitolo 37

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Passano ore, durante le quali mi sono chiesta se fosse il caso di scendere dal veicolo e danneggiare in qualche modo i dischi volanti parcheggiati intorno a me. Poi mi sono resa conto che a) non sono poi così sicura che fuori da qui ci sia sufficiente ossigeno per respirare e comunque b) non potrei aprire il portellone perché il touch screen dell’astronave non risponde ai comandi umani. Quindi mi sono limitata a osservare, senza dare nell’occhio, gli alieni che in più di un’occasione si sono palesati per salire sui loro veicoli e lasciare l’hangar. Rassegnata, mi sono seduta in un angolo cercando di dormire ed eccomi qui, con un gran mal di schiena perché la posizione è piuttosto scomoda e la mente affollata da pensieri. Perché il cucciolo mi ha lasciato qui? Cosa starà combinando? Starà cercando Fred? E se invece volesse vendermi ai Re? O se stesse contrattando per farmi prigioniero politico? Quanto potrei valere? Non molto, credo. Mi tortureranno? Mi faranno secca? Possiamo davvero fidarci di questa gente? Questa domanda sta diventando un tormentone.

Chissà i ragazzi cosa staranno pensando. Saranno preoccupati? Beh, io lo sarei. Spero che non si inventino qualche cazzata per venire a recuperarmi. O forse spero di sì. Oddio, la testa mi scoppia di menate.

Mentre arrivo alla conclusione che potrei non aver fatto una scelta razionale e che col senno di poi vorrei tanto essere da un’altra parte, mi accorgo di un certo movimento dell’hangar: un alieno è entrato correndo e si dirige verso il mio disco! Cosa succede? Cosa faccio? Sono anche disarmata, cazzo, altro che “missione esplorativa”! Dov’è il mio coltello da carne quando ne ho bisogno?

Il portellone si apre e l’alieno entra, e solo allora mi accorgo che è il mio cucciolo, sono talmente in preda al panico che non l’ho nemmeno riconosciuto! Non mi considera neanche mi striscio, riattiva il veicolo e ci allontaniamo con una certa fretta dall’hangar. Mi guardo intorno per capire se siamo inseguiti, sembra di no ma non si può mai dire. Il nostro disco accelera sempre di più mentre ci dirigiamo verso l’uscita. Vorrei chiedere all’alienino che diavolo sta succedendo ma tanto non potrebbe rispondermi, o forse sì, comunque il punto è che in questo momento mi sembra troppo impegnato per discutere: anche lui si guarda in giro nervosamente, poi dà un comando sullo schermo e l’astronave diventa di colpo un siluro lanciato alla massima velocità tanto che, siccome non ho modo di reggermi a nulla, vengo spinta contro la parete in fondo. Il cucciolo invece non si schioda di un millimetro e comincio a chiedermi se abbia delle ventose sotto le piante dei piedi. La nostra uscita di scena diventa una fuga precipitosa e una volta fuori dall’astronave madre l’accelerazione continua costantemente. Mi riavvicino faticosamente al mio compagno di viaggio. Vorrei fargli un milione di domande:  da cosa stiamo scappando? E perché non ci insegue nessuno?

Non appena ci avviciniamo all’atmosfera terrestre sento dei rumori fortissimi attorno al disco e urlo “CI COLPISCONO! CI COLPISCONO!”. Poi però mi sento scema perché intorno a noi c’è il nulla e solo allora capisco che il rumore è dovuto al fatto che abbiamo superato di diversi Mach la velocità del suono. Manovriamo per ruotare attorno al pianeta e improvvisamente una luce accecante si illumina alle nostre spalle, come quella di un’esplosione atomica. Appena tutto torna visibile mi volto e vedo che l’astronave madre da cui siamo usciti è esplosa in milioni di pezzi. Poi un’altra luce proviene da un’astronave altrettanto grande a qualche chilometro di distanza. Poi un’altra. Poi un’altra ancora. Con mia grande sorpresa, mentre ci allontaniamo gran parte dell’armata che si stava preparando all’invasione salta per aria.

Mi volto lentamente verso il cucciolo. Lui mi restituisce un ghigno quasi divertito. Brutto piccolo figlio di buona aliena. Macomecaz hai fatto? Voglio dire, DA SOLO hai tirato giù metà dell’esercito invasore. Mi fai paura. E sono anche preoccupata: possibile che questa masnada di mostri del cazzo sia così imbecille da avere un punto debole tale da mandare all’aria mezza flotta? Non posso crederci. Che figura. Spero che si vergognino.

Capitolo 36

foto capitolo 36

 

“Ti proibisco categoricamente di farlo!”, sussurra mio fratello. Se potesse urlare, lo farebbe. Forse mi prenderebbe anche a schiaffi. Oh beh.

È che mi sono stufata. Non posso più stare con le mani in mano. Siamo troppo passivi, in tutti i sensi: non diamo il minimo fastidio al nemico, i nostri alleati – la cui lealtà è ancora tutta da confermare – ci chiedono di rinunciare alla nostra unica arma di ricatto lasciandoci con un pugno di mosche ad aspettare che succeda qualcosa che in fin dei conti potrebbe non succedere. Risultato: ce l’abbiamo in quel posto. Mi spiace, non ci sto. Quindi voglio farlo. Voglio prendere un alienino dei nostri e fargli guidare il nostro disco volante, entrare in un’astronave madre e combinare un qualche tipo di casino, possibilmente provocando danni di ingente entità. Ok, a ben guardare non è che questo piano faccia schifo… è che non è neanche un piano (“vado lì e qualcosa farò”). Ma soprattutto ha un aspetto suicida che francamente non intriga neanche me. Però…  però potrebbe trasformarsi in una missione esplorativa. Credo sia necessario rendersi conto di quale sia la situazione attuale e capire in quale guaio rischiamo di ficcarci. Su questo mio fratello non ha quasi nulla da obiettare.

“Perché devi andarci tu?”.

“Vuoi andarci tu?”.

“No”.

“Allora ci vado io”. Lo rassicuro promettendogli che sarò un ninja. Kamikaze, ma ninja.

All’acciaieria scelgo un cucciolo a caso; mentre camminiamo silenziosamente verso l’autorimessa lo guardo: è poco più basso di me e ha l’aria molto mite. Saliamo sul disco e gli spiego cosa voglio fare. La sua unica reazione è toccare lo schermo, mettere in moto il disco e farlo sollevare da terra. Bravo alieno ubbidiente. In breve tempo ci troviamo a diversi chilometri di altezza e voliamo a velocità sostenuta verso gli strati più alti dell’atmosfera. Quando ne usciamo resto di stucco: il numero di astronavi che occupano lo spazio tra la Terra e la Luna è almeno raddoppiato, non solo in termini di numero ma anche di dimensione. Il pianeta è letteralmente circondato da veicoli enormi e non ho nessuna competenza per capire se sono semplicemente dei cargo o se compongono un contingente d’assalto.

Siamo proprio nella merda. E mi sa che ho fatto una cazzata. Il cucciolo però non sembra perdersi d’animo e si accoda a una pattuglia che si sta dirigendo verso una delle astronavi più grandi.

“Vuoi davvero entrare lì?”, gli chiedo. Nessuna reazione da parte sua. “Oook”, sussurro.

Non è il momento di farsi prendere dalla tremarella. Ce la possiamo fare. È solo una missione esplorativa. Andrà tutto bene e torneremo alla base con un sacco di informazioni utilissime senza esserci fatti un graffio.

Seguiamo la pattuglia all’interno dell’astronave: è talmente grande che sembra un pianeta a sé stante. Passiamo accanto a  colonne altissime, frastagliate e cangianti, di cui non si vede né l’inizio né la fine. Ci sono dischi volanti ovunque, molti si dirigono in direzione opposta alla nostra, altri ci passano semplicemente accanto come se fossero navette utilizzate per andare da una zona all’altra dell’astronave stessa. Più ci inoltriamo, più il numero delle colonne aumenta, ma la loro forma cambia: a molte di esse sono attaccate delle piattaforme, come funghi che crescono sui tronchi degli alberi (ecco, non dovevo pensare al cibo. Ora ho fame). Mi aspetterei di atterrare su una di queste, invece viriamo verso una colonna di aspetto più squadrato dotata di alcune aperture laterali a cui accediamo senza dare troppo nell’occhio. Anche qui ci sono dischi volanti ovunque, ma sono parcheggiati: è un hangar. Il cucciolo atterra su una postazione che sembra aver scelto con molta attenzione, e così fanno tutti i dischi che sono con noi. Una volta spenti i motori, si aprono le piattaforme e gli occupanti ne escono.

Anche noi spegniamo i motori. L’alienino apre la piattaforma, poi mi si avvicina e mi spinge in un angolo del disco, come a dire “tu resta qui”, ed esce chiudendosi la piattaforma alle spalle.

Così. Lasciandomi sola. Ottimo.

E adesso?

Capitolo 35

foto capitolo 35

 

Non sappiamo cosa fare. Scappare? Dividerci? Rimanere dove siamo? Potrebbe essere Fred. Non abbiamo fatto rumore, non capisco come abbiano potuto individuarci. Spero proprio che sia Fred. Deve essere Fred. Ma non è lui: non appena il disco volante appare davanti ai nostri occhi, sento quel rumore da jet in fase di decollo. Porcaputt. Ce la diamo a gambe, in tre direzioni diverse: il colpo va a vuoto ma crea una grossa voragine al centro della strada. Sarà difficile tornare in quelle case senza passare sui detriti. Non vedo più Alberto e mio fratello, mi sembra di essere rimasta l’unica idiota in mezzo alla strada. Infatti il disco manovra e punta su di me caricando il proiettile in canna e stavolta non so proprio come fare, dove andare. Un attimo prima che parta lo sparo vengo travolta da mio fratello che mi scaraventa a lato della strada e mi salva la pellaccia. Ci alziamo in piedi giusto in tempo per sentire caricare un altro colpo che fa più rumore dei precedenti. Non abbiamo il tempo di spostarci. Ci abbracciamo e chiudiamo gli occhi nell’esatto momento in cui esplode un fortissimo boato.

Ma non succede nulla. Apriamo gli occhi e vediamo una seconda astronave, che però non punta su di noi: si limita ad assistere nella caduta la prima, che è stata colpita duramente e ora è fuori controllo. Dopo un paio di volute, si schianta fragorosamente sulle case che abbiamo appena perlustrato. Grazie mille. Il disco che è venuto in nostro soccorso atterra e ne scendono due alieni armati di polverizzatore che si avvicinano al relitto per assicurarsi che non ne emerga nessun sopravvissuto. Dopodiché uno dei due risale sulla sua astronave, l’altro si dirige verso di noi, si avvicina a mio fratello e lo guarda con curiosità, poi gli poggia le dita sul viso come aveva fatto Fred con me. Intanto Alberto si palesa, chissà dove si era nascosto. Beh, è stato più furbo di noi, questo è sicuro. L’alieno stacca le dita dal viso di mio fratello, l’altro scende dal disco e viene a consegnarci tre polverizzatori: ottimo, ora ne abbiamo uno per ogni componente del gruppo. Dopo un breve cenno di saluto, i due risalgono sul loro veicolo e se ne vanno.

Riprendiamo la nostra silenziosa corsa verso la base e nel giro di un’ora arriviamo alle cantine dove troviamo Teo e Patrizia, preoccupatissimi perché hanno potuto sentire le esplosioni dell’attacco persino da lì. Se avessimo tardato ulteriormente, ci avrebbero dato per spacciati. Grande stupore davanti alla quantità di provviste che abbiamo recuperato. Decidiamo di festeggiare e di esagerare con le quantità: ognuno si avventa su un’intera scatoletta (il tonno al naturale non è mai stato così buono).

Mentre mangiamo chiedo a mio fratello quali impressioni si è scambiato con l’alieno che è entrato in contatto con lui. “Beh, innanzitutto mi ha salutato con un «Ciao Madre»”, mi dice ridendo.

Da quando ci avete consegnato, siamo stati assegnati quasi tutti alle navi operative. L’ordine dei nostri Re è perlustrare ogni giorno il pianeta alla ricerca di rifugi umani per scovare sacche di resistenza da distruggere: la loro vendetta è farvi uccidere da coloro che voi avete allevato. In realtà ci limitiamo a tracciare quali sono i luoghi occupati dagli umani in modo da poterli proteggere.

Obbediamo sempre ai Re, tranne quando ci chiedono di attaccarvi. Non potremmo mai farvi del male. Come loro non possono farne a noi, a meno di un grosso disagio fisico ed emotivo. Ogni volta che qualcuno di loro uccide uno di noi, la connessione neuronica che ci lega muore. Questo è molto doloroso, in tutti i sensi. È una sofferenza che sentiamo anche noi ogni volta che un umano viene ucciso. La manifestazione esteriore di questa sofferenza potrebbe farci scoprire, quindi dobbiamo stare molto attenti.

Siamo tutti in collegamento con il nostro leader, colui che per primo ha preso contatto con voi. Come vedi siamo in grado di difendervi, possiamo intervenire in qualunque momento. Insieme possiamo costringere gli invasori ad andarsene.

Ma siamo pochi. Dovete consegnare gli altri nostri fratelli, tutti quelli che avete preso voi e tutti quelli che sono stati presi da altri umani. Abbiamo bisogno di occupare molte posizioni strategiche, in modo da aiutarci l’un l’altro in questa missione. Solo così potremo avere successo.

Potete fidarvi di noi. Mi sei mancata. Sono felice di averti ritrovato.

A quanto pare i nostri cuccioli non sono in grado di distinguere il genere sessuale degli umani. Come biasimarli? Anche a noi loro sembrano tutti uguali.