Capitolo 36

foto capitolo 36

 

“Ti proibisco categoricamente di farlo!”, sussurra mio fratello. Se potesse urlare, lo farebbe. Forse mi prenderebbe anche a schiaffi. Oh beh.

È che mi sono stufata. Non posso più stare con le mani in mano. Siamo troppo passivi, in tutti i sensi: non diamo il minimo fastidio al nemico, i nostri alleati – la cui lealtà è ancora tutta da confermare – ci chiedono di rinunciare alla nostra unica arma di ricatto lasciandoci con un pugno di mosche ad aspettare che succeda qualcosa che in fin dei conti potrebbe non succedere. Risultato: ce l’abbiamo in quel posto. Mi spiace, non ci sto. Quindi voglio farlo. Voglio prendere un alienino dei nostri e fargli guidare il nostro disco volante, entrare in un’astronave madre e combinare un qualche tipo di casino, possibilmente provocando danni di ingente entità. Ok, a ben guardare non è che questo piano faccia schifo… è che non è neanche un piano (“vado lì e qualcosa farò”). Ma soprattutto ha un aspetto suicida che francamente non intriga neanche me. Però…  però potrebbe trasformarsi in una missione esplorativa. Credo sia necessario rendersi conto di quale sia la situazione attuale e capire in quale guaio rischiamo di ficcarci. Su questo mio fratello non ha quasi nulla da obiettare.

“Perché devi andarci tu?”.

“Vuoi andarci tu?”.

“No”.

“Allora ci vado io”. Lo rassicuro promettendogli che sarò un ninja. Kamikaze, ma ninja.

All’acciaieria scelgo un cucciolo a caso; mentre camminiamo silenziosamente verso l’autorimessa lo guardo: è poco più basso di me e ha l’aria molto mite. Saliamo sul disco e gli spiego cosa voglio fare. La sua unica reazione è toccare lo schermo, mettere in moto il disco e farlo sollevare da terra. Bravo alieno ubbidiente. In breve tempo ci troviamo a diversi chilometri di altezza e voliamo a velocità sostenuta verso gli strati più alti dell’atmosfera. Quando ne usciamo resto di stucco: il numero di astronavi che occupano lo spazio tra la Terra e la Luna è almeno raddoppiato, non solo in termini di numero ma anche di dimensione. Il pianeta è letteralmente circondato da veicoli enormi e non ho nessuna competenza per capire se sono semplicemente dei cargo o se compongono un contingente d’assalto.

Siamo proprio nella merda. E mi sa che ho fatto una cazzata. Il cucciolo però non sembra perdersi d’animo e si accoda a una pattuglia che si sta dirigendo verso una delle astronavi più grandi.

“Vuoi davvero entrare lì?”, gli chiedo. Nessuna reazione da parte sua. “Oook”, sussurro.

Non è il momento di farsi prendere dalla tremarella. Ce la possiamo fare. È solo una missione esplorativa. Andrà tutto bene e torneremo alla base con un sacco di informazioni utilissime senza esserci fatti un graffio.

Seguiamo la pattuglia all’interno dell’astronave: è talmente grande che sembra un pianeta a sé stante. Passiamo accanto a  colonne altissime, frastagliate e cangianti, di cui non si vede né l’inizio né la fine. Ci sono dischi volanti ovunque, molti si dirigono in direzione opposta alla nostra, altri ci passano semplicemente accanto come se fossero navette utilizzate per andare da una zona all’altra dell’astronave stessa. Più ci inoltriamo, più il numero delle colonne aumenta, ma la loro forma cambia: a molte di esse sono attaccate delle piattaforme, come funghi che crescono sui tronchi degli alberi (ecco, non dovevo pensare al cibo. Ora ho fame). Mi aspetterei di atterrare su una di queste, invece viriamo verso una colonna di aspetto più squadrato dotata di alcune aperture laterali a cui accediamo senza dare troppo nell’occhio. Anche qui ci sono dischi volanti ovunque, ma sono parcheggiati: è un hangar. Il cucciolo atterra su una postazione che sembra aver scelto con molta attenzione, e così fanno tutti i dischi che sono con noi. Una volta spenti i motori, si aprono le piattaforme e gli occupanti ne escono.

Anche noi spegniamo i motori. L’alienino apre la piattaforma, poi mi si avvicina e mi spinge in un angolo del disco, come a dire “tu resta qui”, ed esce chiudendosi la piattaforma alle spalle.

Così. Lasciandomi sola. Ottimo.

E adesso?

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