Archivio mensile:ottobre 2013

Capitolo 43

foto capitolo 43

 

Dopo un paio d’ore succede qualcosa di strano. Sentiamo un leggero bussare alla porta delle cantine, come una carezza. È strano, non dovrebbe esserci nessuno fuori, e non abbiamo sentito arrivare nessun disco volante. Ci guardiamo e non sappiamo cosa fare. Poi mio fratello prende in mano la situazione e apre la porta di qualche centimetro, tenendo pronto il polverizzatore, ché non si sa mai. Dà un’occhiata veloce fuori e vedo la sua espressione cambiare. Mi avvicino a lui e apro un po’ di più la porta per  sbirciare. Effettivamente la scena che ci si para davanti è inaspettata: tutti i nostri cuccioli, che non sono pochi, sono fuori dalla porta.

Vorremmo chiedere che succede, ma non ce ne danno nemmeno il tempo: uno di loro entra un po’ prepotentemente e gli altri, uno alla volta, lo seguono, andando a occupare i corridoi e le stanze, insomma tutto il labirinto che costituisce le cantine. Non riesco a contare quanti ne entrano, ma sono davvero tantissimi. Siamo un po’ spaesati, non capiamo questa mossa, e sui nostri volti si disegna un gigantesco punto interrogativo mentre l’ultimo alieno che riesce a entrare chiude la porta. Ne restano fuori qualche centinaio e me ne dispiaccio, perché sembra proprio che stiano cercando rifugio qui dentro, quindi non posso fare a meno di domandarmi cosa succederà a chi non è riuscito a entrare, ma forse è una domanda retorica.

Beh, la nostra base ora è un po’ affollata. Sono abbastanza sicura che loro sappiano qualcosa che noi non sappiamo. Nessuno di loro ha mai fatto qualcosa senza uno scopo preciso: se sono qui dentro, devono avere un buon motivo.

La spiegazione non tarda ad arrivare: dopo qualche minuto sentiamo un sibilo in lontananza e una fortissima esplosione a cui segue rumore di lamiere che crollano, e improvvisamente mi è tutto chiaro: hanno appena distrutto l’acciaieria, il luogo in cui li tenevamo nascosti. Devono aver ricevuto la soffiata da qualcuno e sono venuti qui a nascondersi, ottima mossa, peccato sia leggermente sputtanante. Si sentono altre esplosioni, per fortuna in lontananza, ma non dura molto: dopo qualche secondo ecco il rumore dei polverizzatori che sparano all’impazzata, e sono vicinissimi! La tensione sta salendo a una velocità impressionante. Vedo Patrizia stringere la propria arma talmente forte che le nocche le diventano bianche. Teo sposta il peso da una gamba all’altra, non riesce a stare fermo. Alberto e mio fratello sembrano conservare una certa calma, ma conosco mio fratello e so che sta solo aspettando di essere abbastanza carico per poi scatenarsi. Beato lui, a me stanno sudando tantissimo le mani, in condizioni normali mi farei schifo da sola. Cerco di asciugarmele sui jeans ma in pochi secondi tornano a essere viscide come polipi. Ora gli spari sono praticamente fuori dalla porta, se non sapessi che fuori ci sono i nostri a fare il loro dovere penserei di essere sotto un bombardamento.

Mio fratello mi guarda intensamente, ed è uno sguardo che non mi piace. Di colpo afferra la maniglia della porta, ma uno dei cuccioli che è accanto a lui gli stringe una spalla per trattenerlo. Gli poggia una mano sul braccio per convincerlo che non è ancora il momento, poi si gira verso il contatore e stacca la luce.

Bene.

Non è esattamente la situazione in cui avrei mai sperato di trovarmi nella vita: al buio, circondata da esseri di un altro pianeta, solo una porta a dividermi da una guerra. Ma bisogna rimanere positivi. Forse c’è di peggio. Mi chiedo cosa possa esserci, di peggio. Potrebbe piovere.

I bombardamenti e gli spari continuano per minuti, poi sento del movimento all’interno delle cantine: sono i nostri alieni che premono per uscire! Senza alcun preavviso, quello che aveva trattenuto mio fratello spalanca la porta e tutti i cuccioli si riversano fuori, come un fiume in piena, e appena all’esterno si mettono a sparare all’impazzata.

Li lasciamo uscire tutti, poi stringiamo le armi in pugno e ci lanciamo fuori.

Così comincia.

Capitolo 42

Woman Looking at the Sky

Non so come, ma riusciamo a passare una nottata tranquilla. Per la prima volta in mesi dormo per diverse ore. Mi sveglio e mi sento un fiore. Ho una fame che inseguirei a piedi uno gnu per mangiarlo vivo e crudo, ma sono un fiore. Anche gli altri sembrano ben riposati. Forse, per un complicato meccanismo psicologico, ci sentiamo più tranquilli e quindi riusciamo a riposare meglio; o forse è la rassegnazione riguardo alla nostra certa e prematura morte. Chissà. Mi stiracchio, inforco gli occhiali e penso che mi piacerebbe tanto bere un tè in questo momento. Magari quello che avevo bevuto in un’adorabile caffetteria di Silver Lake, California. Un tè al gelsomino buonissimo, leggermente balsamico, lo zucchero di canna era la morte sua. Sorseggiarlo al tavolo guardando altri clienti entrare e uscire, genitori che si fermano per prendere un caffè da portar via mentre il bimbo si agita nel passeggino, ragazzi che scrivono chissà cosa sui loro laptop, l’attore in incognito che indossa gli occhiali da sole e il berretto ma si vede lo stesso che è lui e che è più bello del sole.

Bei tempi, cazzo. Decido di lasciar perdere la nostalgia e di prendere un po’ d’aria.

Esco e già sulla porta vengo colta da una sensazione strana. Non capisco cosa sia, è una sorta di disagio di cui non riesco a individuare l’origine. Mi guardo attorno ma non mi sembra di vedere alcunché di insolito. C’è il sole e la giornata è fresca. Muovo qualche passo per sgranchirmi le gambe, probabilmente sono solo paranoica. Però no, c’è davvero qualcosa che non va. Eppure nulla si muove nei nostri cieli e non sento nessun sibilo in avvicinamento. Poi capisco: è il silenzio. C’è un silenzio tombale. Non sono solo gli uccellini che hanno smesso di cinguettare, sembra proprio che anche la Terra abbia smesso di girare. I miei passi quasi rimbombano, sembra di essere finiti in un mondo parallelo. È inquietante. E l’inquietudine aumenta esponenzialmente non appena cerco di aumentare la sensibilità delle mie percezioni.

Mi sento osservata.

È la situazione che mi spaventa di più: sapere che qualcuno che vuole farmi del male è vicino a me, tanto da potermi tenere sotto controllo, mentre io non so dove egli si trovi e di conseguenza non so come difendermi. Continuo a scrutare i paraggi sperando di trovare la sorgente di questa sensazione, ma non vedo alcun elemento risolutore. Mi piacerebbe andare dai cuccioli per chiedere loro cosa sta succedendo, ammesso che lo sappiano, ma sinceramente non ho il coraggio di muovermi. Sento che diventerei un facile bersaglio se dessi evidente segno della mia presenza. Un ninja, devo rimanere ninja.

Forse mi sto facendo prendere dalla suggestione ma, tutte le volte in cui sono stata colta da una sensazione strana, c’è sempre stato un motivo valido. Le antenne settate su “pericolo” non hanno sbagliato quasi mai.

Alcune nuvole mi passano sopra la testa. Non proiettano la loro ombra a terra. Deve esserci qualcosa tra loro e il suolo. Qualcosa mi immenso, invisibile e silenzioso. Quella cosa mi sta guardando, lo so. Sta aspettando il momento migliore per attaccare. Non so perché non lo stia facendo ora, poi capisco: stanno prendendo posizione nei punti strategici. L’assalto inizierà solo quando saranno tutti pronti, quindi potrebbe essere in qualunque momento. Fred ha ragione, sarà qualcosa di grosso. Si stanno preparando per la battaglia finale. E noi cinque poveri sfigati con le nostre pistolette di merda.

La porta alle mie spalle si apre, non so chi dei ragazzi stia uscendo, ma porto un braccio all’esterno per bloccarne il passaggio, per non farlo parlare, per non farlo respirare. Infatti si ferma e anche lui si mette in ascolto. Poi mi sento afferrare per la maglietta e trascinare indietro. Allora non sono solo io a provare questa sensazione. Sento la porta delle cantine riaprirsi. Impugno il polverizzatore e moooooolto lentamente arretro per rientrare. Chiudo la porta, poi mi volto e vedo che tutti i miei compagni si stanno armando fino ai denti. Afferro il coltello da carne e, sempre polverizzatore alla mano, mi accovaccio accanto alla porta.

Non importa quanti sono e quanto siano armati e cattivi. In ogni caso non dobbiamo lasciare che sparino per primi.

Capitolo 41

foto capitolo 41

 

Siamo alle gentilezze adesso? Cos’è, entreranno chiedendo permesso, portando fiori e una torta?

Apriamo la porta e ci troviamo davanti due alieni, uno di loro è sicuramente Fred, ormai ho imparato a riconoscere il suo ghigno di gioia quando mi vede. Prego, entrate pure, come va? Che si dice? Questa situazione è assurda.

Fred non perde tempo e mi poggia le dita sulla fronte. Di nuovo quella sensazione di pace.

 

Bravissimi, avete sferrato un colpo micidiale ai Re.

Eh, grazie. Ma mi sa che ora siamo nella merda.

Non capisco ma credo di riuscire ad afferrare il concetto dal contesto. Sì siete nei guai. I Re sono furibondi e vogliono vendicarsi uccidendo voi e tutti gli altri umani che stanno dando loro dei problemi.

Ci sono altri umani che stanno resistendo?

Non puoi sapere quanti. I Re devono condurre un’inaspettata battaglia su più fronti e questo è uno di quelli a cui danno priorità.

E figurati.

Per questo abbiamo portato delle armi per i vostri cuccioli, in modo che possano difendervi attivamente.

Pensavo volessi portarli via.

All’inizio sì, ma forse vi sono più utili qui.

Sapete quando vogliono attaccare?

No. Potrebbe succedere in qualunque momento. Ricordatevi che il nemico cercherà di uccidere voi, ma per istinto non attaccherà i cuccioli se non saranno loro ad attaccare per primi. Questo vi darà un piccolo vantaggio. Cercate di sfruttarlo.

La fai facile.

No. Lo so che è pericoloso. Lo so che questa è la battaglia decisiva. Ma faremo di tutto per proteggere le nostre madri.

 

Torno alla realtà. Usciamo tutti insieme e aiutiamo i due alieni a distribuire i polverizzatori ai cuccioli. Poi Fred sembra comunicare con loro telepaticamente: me ne accorgo perché tutti lo guardano e poi annuiscono. Chissà cosa ha detto loro.

Torniamo alle cantine e prima di risalire sul disco Fred vuole salutarmi:

 

Non temere, quando sarà il momento noi ti saremo accanto per difenderti.

Sono contento di averti rivisto. Mi sei mancata molto.

 

Certo, come no. Anche tu mi sei mancato, soprattutto quando stavano per polverizzarmi il culo.

Oh, vabbè, non ce la faccio a essere crudele. Il mio problema è che non mi sento mai veramente al sicuro, ma devo dire che finora i nostri compagni si sono comportati sempre bene. In leggero ritardo, ma sono sempre arrivati a difenderci.

Li guardiamo volare via e rientriamo nella nostra base. Mi chiedo quando e se rivedrò ancora Fred. Sento un senso di speranza crescermi dentro, insieme alla paura: siamo alla battaglia finale e stavolta dovremo davvero fare l’impossibile per portare a casa il risultato. Non sarà facile. Non siamo soldati addestrati per la guerra. Siamo solo cinque ragazzi che si sono ritrovati, diciamo così, in circostanze avverse e, da bravi italiani, stanno cercando di arrangiarsi come possono. Ma siamo armati e disposti a vendere cara la pelle.

Non possiamo farli vincere.

Non dobbiamo farli vincere.

Capitolo 40

foto capitolo 40

 

La tregua sembra durare più del previsto. Abbiamo tutto il tempo di rientrare nelle cantine. Ormai è chiaro che il nostro nascondiglio è compromesso, ma continua a essere il posto in cui ci sentiamo più al sicuro, nonostante tutto. Siamo ormai consapevoli che, se ci attaccheranno ancora – e succederà – beh, saremo fatti. Forse potrebbe essere una buona idea spostarsi, ma io sono sfinita e comunque non possiamo allontanarci più di tanto dai cuccioli che ci sono rimasti: in caso di necessità dobbiamo essere in grado di usarli, anche se non sappiamo ancora come. Sono disarmati e in numero insufficiente per una battaglia corpo a corpo. Ma sono convinta che, se avessero tutti un’astronave a disposizione, potrebbero fare il culo a cubetti a chiunque. Dobbiamo trovare il modo di comunicare con Fred, ci vorrebbe tipo un Bat-segnale per fargli sapere che vogliamo parlargli. Perché diavolo non abbiamo concordato nulla? Mi sento così stupida.

Cerco riposo in un angolino, tiro fuori dallo zaino l’asciugamano e me lo avvolgo intorno al corpo. Non che abbia freddo, ma ho bisogno di sentirmi protetta da qualcosa, in qualche modo. Mio fratello si siede accanto a me, mi mette un braccio intorno alle spalle e mi stringe a sé, lasciando che appoggi la testa alla sua spalla e dimostrando di conoscermi molto più di quanto possa apparire a un occhio esterno. Poi, il bastardo, mi sussurra all’orecchio: “Ti ricordi quando mi hai buttato giù dal muretto?”. Gli do un buffetto sulla spalla, lui sorride. Chissà per quanto tempo ancora rivangherà quella storia.

Eravamo piccolissimi, io avevo già compiuto nove anni e lui doveva ancora compierne due. Era una mattina d’estate e mamma ci aveva mandato al discount a comprare qualcosa, non ricordo cosa. Mamma mi riteneva molto giudiziosa e responsabile, lo ero davvero, e per mio fratello ero come una madre di riserva. Quando uscivamo, eravamo bellissimi da guardare: due bimbi che andavano a fare una commissione tenendosi per mano.

Spesso giocavamo, ognuno con i rispettivi amichetti, nel cortile davanti all’ingresso del nostro condominio, a cui si accedeva scendendo una scalinata bianca circondata da piccoli giardini disposti su diversi livelli, delimitati da muretti di cemento il cui bordo era largo abbastanza da poterci camminare sopra. Ovviamente uno dei nostri giochi preferiti era camminare su quei muretti cercando di inventare percorsi sempre nuovi o trovare il punto più alto da cui saltare, ma questo valeva solo per noi bimbi più grandi, ai piccoli era proibito salire lì sopra perché troppo pericoloso, il che generava ovviamente tutta la loro invidia.

Così, quando quel giorno tornammo dalla nostra commissione e lui mi chiese se poteva salire sul muretto, sebbene sapessi che era troppo pericoloso, non me la sentii di dirgli di no. Concordammo che sarebbe salito sul punto più basso, io lo avrei accompagnato tenendolo per mano verso il punto più alto, salvo poi farlo tornare indietro e farlo scendere di nuovo da punto più basso.

Non capirò mai come fece a mettere un piede in fallo. So solo che, mentre lui cadeva di faccia da due metri di altezza, io chiusi gli occhi e mi sentii subito in colpa per essere troppo piccola e non avere la forza di afferrarlo al volo. Per farla breve, mezza giornata al pronto soccorso, due punti sul suo labbro superiore e due fiumi di lacrime: le sue per il dolore fisico, le mie per la disperazione. Mia madre non mi incolpò mai dell’incidente, anzi si sentì responsabile per averci mandato in giro da soli quando evidentemente eravamo ancora troppo piccoli per prenderci cura una dell’altro. Invece mio fratello si divertiva periodicamente a risvegliare il mio senso di colpa, in genere nelle situazioni più stronze, tipo nei periodi della mia vita in cui mi sentivo più vulnerabile, aggiungendo il carico da undici ma dandomi poi modo di realizzare di aver avuto giorni peggiori nella mia vita (tipo appunto quello in cui l’ho mandato all’ospedale).

Vale anche in questo momento, ovviamente, so che vuole solo sdrammatizzare. Per questo dopo avergli dato il buffetto lo abbraccio forte. Lui restituisce l’abbraccio ma questo momento di serenità è interrotto da un sibilo alieno. Immediatamente scatta l’allerta e nel giro di due secondi siamo tutti armati. Il sibilo si attutisce fino a scomparire: sono atterrati davanti alle cantine.

Poi qualcuno bussa alla porta.