Capitolo 40

foto capitolo 40

 

La tregua sembra durare più del previsto. Abbiamo tutto il tempo di rientrare nelle cantine. Ormai è chiaro che il nostro nascondiglio è compromesso, ma continua a essere il posto in cui ci sentiamo più al sicuro, nonostante tutto. Siamo ormai consapevoli che, se ci attaccheranno ancora – e succederà – beh, saremo fatti. Forse potrebbe essere una buona idea spostarsi, ma io sono sfinita e comunque non possiamo allontanarci più di tanto dai cuccioli che ci sono rimasti: in caso di necessità dobbiamo essere in grado di usarli, anche se non sappiamo ancora come. Sono disarmati e in numero insufficiente per una battaglia corpo a corpo. Ma sono convinta che, se avessero tutti un’astronave a disposizione, potrebbero fare il culo a cubetti a chiunque. Dobbiamo trovare il modo di comunicare con Fred, ci vorrebbe tipo un Bat-segnale per fargli sapere che vogliamo parlargli. Perché diavolo non abbiamo concordato nulla? Mi sento così stupida.

Cerco riposo in un angolino, tiro fuori dallo zaino l’asciugamano e me lo avvolgo intorno al corpo. Non che abbia freddo, ma ho bisogno di sentirmi protetta da qualcosa, in qualche modo. Mio fratello si siede accanto a me, mi mette un braccio intorno alle spalle e mi stringe a sé, lasciando che appoggi la testa alla sua spalla e dimostrando di conoscermi molto più di quanto possa apparire a un occhio esterno. Poi, il bastardo, mi sussurra all’orecchio: “Ti ricordi quando mi hai buttato giù dal muretto?”. Gli do un buffetto sulla spalla, lui sorride. Chissà per quanto tempo ancora rivangherà quella storia.

Eravamo piccolissimi, io avevo già compiuto nove anni e lui doveva ancora compierne due. Era una mattina d’estate e mamma ci aveva mandato al discount a comprare qualcosa, non ricordo cosa. Mamma mi riteneva molto giudiziosa e responsabile, lo ero davvero, e per mio fratello ero come una madre di riserva. Quando uscivamo, eravamo bellissimi da guardare: due bimbi che andavano a fare una commissione tenendosi per mano.

Spesso giocavamo, ognuno con i rispettivi amichetti, nel cortile davanti all’ingresso del nostro condominio, a cui si accedeva scendendo una scalinata bianca circondata da piccoli giardini disposti su diversi livelli, delimitati da muretti di cemento il cui bordo era largo abbastanza da poterci camminare sopra. Ovviamente uno dei nostri giochi preferiti era camminare su quei muretti cercando di inventare percorsi sempre nuovi o trovare il punto più alto da cui saltare, ma questo valeva solo per noi bimbi più grandi, ai piccoli era proibito salire lì sopra perché troppo pericoloso, il che generava ovviamente tutta la loro invidia.

Così, quando quel giorno tornammo dalla nostra commissione e lui mi chiese se poteva salire sul muretto, sebbene sapessi che era troppo pericoloso, non me la sentii di dirgli di no. Concordammo che sarebbe salito sul punto più basso, io lo avrei accompagnato tenendolo per mano verso il punto più alto, salvo poi farlo tornare indietro e farlo scendere di nuovo da punto più basso.

Non capirò mai come fece a mettere un piede in fallo. So solo che, mentre lui cadeva di faccia da due metri di altezza, io chiusi gli occhi e mi sentii subito in colpa per essere troppo piccola e non avere la forza di afferrarlo al volo. Per farla breve, mezza giornata al pronto soccorso, due punti sul suo labbro superiore e due fiumi di lacrime: le sue per il dolore fisico, le mie per la disperazione. Mia madre non mi incolpò mai dell’incidente, anzi si sentì responsabile per averci mandato in giro da soli quando evidentemente eravamo ancora troppo piccoli per prenderci cura una dell’altro. Invece mio fratello si divertiva periodicamente a risvegliare il mio senso di colpa, in genere nelle situazioni più stronze, tipo nei periodi della mia vita in cui mi sentivo più vulnerabile, aggiungendo il carico da undici ma dandomi poi modo di realizzare di aver avuto giorni peggiori nella mia vita (tipo appunto quello in cui l’ho mandato all’ospedale).

Vale anche in questo momento, ovviamente, so che vuole solo sdrammatizzare. Per questo dopo avergli dato il buffetto lo abbraccio forte. Lui restituisce l’abbraccio ma questo momento di serenità è interrotto da un sibilo alieno. Immediatamente scatta l’allerta e nel giro di due secondi siamo tutti armati. Il sibilo si attutisce fino a scomparire: sono atterrati davanti alle cantine.

Poi qualcuno bussa alla porta.

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