Archivio mensile:novembre 2013

Capitolo 47

foto capitolo 47

 

“Siamo fuori! Siamo fuori!”, urla Teo.

“Non siamo fuori, siamo ancora dentro!”.

“Siamo dentro ma siamo fuori!”.

“Perché mai dovrebbe essere un miglioramento?!?”.

“Non lo so!”.

Ma che cazzo! Ci manca solo che Teo scleri, lui che finora è stato quello più a posto. Giuro che se usciamo vivi da questo casino strangolo qualcuno a mani nude. E ho già deciso con chi prendermela. Afferro il cucciolo per un braccio.

“Tu ora ci porti fuori da qui o quantèveriddio giuro che” ma veniamo colpiti da qualcosa.

Il disco si inclina di qualche grado e, nonostante l’alieno torni immediatamente ai comandi, la stabilità non migliora. Riusciamo a schivare diversi colpi, poi acceleriamo verso l’interno dell’astronave madre volando inclinati. Beh, almeno le funzioni principali del velivolo sono intatte. Il problema è che io e Teo restiamo spiaccicati contro la parete destra, e difficilmente riusciamo a spostarci da lì anche quando le manovre del nostro disco dovrebbero riequilibrarne l’interno. Nel giro di un minuto siamo inseguiti da centinaia di navi nemiche, alcune della nostra taglia, altre grandi come quelle da trasporto. Non è una bella situazione: ci sparano addosso ma siamo troppo impegnati a filarcela per rispondere al fuoco. In realtà non sappiamo assolutamente dove stiamo andando, almeno, io non ne ho idea: la mossa più intelligente sarebbe stata trovare un’altra uscita, ma quest’affare è talmente grande che, se anche ci fossero aperture che danno verso l’esterno, a colpo d’occhio non le vedremmo.

Comunque l’impressione che ci stiamo dirigendo verso il luogo più interno dell’astronave madre è confermata dal fatto che d’un tratto accediamo a una stanza talmente grande che non si vedono né il principio né la fine delle colonne che ne reggono la struttura. Il centro dell’ambiente è tagliato a metà da quella che sembra una lama di luce verde, ed è proprio a questa che ci stiamo avvicinando. I nostri inseguitori smettono di sparare, ma proseguono la corsa insieme a noi, evidentemente per non perderci di vista.

La lama di luce si fa sempre più vicina e man mano che la distanza si accorcia notiamo che non è affatto una lama, ma una colonna grossa quanto le altre, all’interno della quale sembra scorrere una qualche forma di energia. Ora capisco perché non ci sparano più addosso: se un proiettile andasse a vuoto e la colpisse, sarebbero guai per tutta la struttura. Ma non ho il tempo di concludere il ragionamento: il cucciolo si mette a sparare all’impazzata verso la colonna che, colpita, rilascia dei flash di luce bianca. Dopodiché manovriamo di nuovo ad altissima velocità per allontanarci.

Di colpo scende il buio. La luce verde, che prima illuminava seppur fiocamente l’ambiente si è spenta. Solo dopo qualche secondo sentiamo un boato: tutte le colonne si stanno sgretolando, le crepe sono di colore rosso e un liquido inizia a colare da esse: sembra stiano sanguinando. L’immagine sul nostro schermo torna dritta, ma non è la nostra inclinazione a essere tornata a posto: è quella dell’astronave madre a essere danneggiata!

Mentre cerchiamo disperatamente di raggiungere un’uscita qualunque, tutto intorno a noi sembra sbriciolarsi. L’asse di inclinazione dell’astronave non è più stabile e la struttura inizia a roteare in modo incontrollato. Anche la sua orbita non è più stazionaria: si inclina verso il basso, attirata dalla gravità terrestre. Le opzioni sono due: bruciare nell’atmosfera insieme al resto dell’astronave madre o schiantarsi nel mare sotto di noi.

Non mi ero mai resa conto che l’Oceano Atlantico fosse così blu.

Capitolo 46

foto capitolo 46

 

Ma non spariamo nemmeno un colpo.

L’alieno guida il disco schivando colpi e astronavi, comincio a pensare di aver scelto l’extraterrestre sbagliato: un incapace o, peggio, un nemico. Anche Teo mi guarda con aria interrogativa e non posso che allargare le braccia. Procediamo apparentemente a caso mantenendo una certa distanza dalla battaglia in corso, fino a quando una grossa luce verde compare sullo schermo. È allora che l’alieno accelera di colpo puntando in una direzione ben precisa, dove però non c’è nulla. Non c’è niente da fare, proprio non riesco a capire come ragioni questa gente, nemmeno dopo mesi di frequentazione forzata.

Poi davanti a noi appare dal nulla un’astronave gigante, sul cui fondo si aprono delle feritoie dai cui escono decine di dischi volanti. Ecco a cosa stiamo puntando. Ma, ancora una volta, l’alieno non spara e manovra il nostro velivolo in maniera sfuggente, fino a quando, con nostra grande sorpresa, riesce a infilarsi all’interno dell’astronave attraverso una delle feritoie un attimo prima che questa si chiuda.

Siamo dentro, fantastico. E ora?

Ora sì che inizia il casino. Carichiamo diversi colpi e facciamo fuoco senza dare al nemico il tempo di reagire. L’alieno spara su tutto quello che si muove, senza pietà, come fosse un robot. Preme dei pulsanti sullo schermo e la nostra arma principale diventa una specie di mitragliatrice. Siamo circondati da esplosioni, urla e dischi volanti che vengono abbattuti non appena accennano a decollare. Seppur preda dell’esaltazione, mi rendo conto di due cose: la prima è che l’astronave gigante che stiamo cercando di distruggere dall’interno ha dei finestroni da cui si vede chiaramente che non siamo più sulla Terra, anzi, siamo già nello spazio e ci stiamo dirigendo a gran velocità verso una delle astronavi madre rimaste illese dall’attacco dell’altro cucciolo. La seconda è che, se davvero finiamo lì dentro, non solo saremo circondati, ma saremo anche nella merda. Che diavolo, volevo sferrare un colpo pesante, non tentare il suicidio come se niente fosse. Ma proprio l’alieno kamikaze dovevo andare a scegliere?

“Dobbiamo uscire da qui!”, urlo, ma il cucciolo non sembra ascoltarmi. Anche Teo si rende conto della situazione e lo sento sussurrare “oh, merda”. Continuiamo a sparare all’impazzata col chiaro intento di fare più danni possibile. Quando ormai siamo a pochi chilometri dall’astronave madre e questa apre un portellone per lasciare entrare il velivolo che stiamo disperatamente cercando di abbattere dall’interno, ci accorgiamo che questo non vola più in linea retta ma comincia a traballare come se fosse in stallo. Non butta bene per niente. Afferro il cucciolo per le spalle e, visto che non sono stata chiara la prima volta, lo scuoto violentemente e gli urlo in faccia “PORTACI FUORI DA QUI!”. Teo ci divide e l’alieno torna ai comandi. Finalmente lo vedo puntare a una falla nello scafo, proprio davanti a noi, e fare fuoco su quella per allargarla. Alla buon’ora! Scusate se ho una crisi isterica, eh? Intanto l’astronave madre si avvicina sempre di più, ed è sempre più chiaro che non riusciremo a centrare la porta di ingresso. A furia di colpi la falla finalmente si apre tanto da permetterci di passare, acceleriamo per uscire e ci infiliamo nel portellone dell’astronave madre un attimo prima che il resto della nave da trasporto si schianti incontrollata sulla fiancata, sbarrando la nostra unica via di fuga.

Non so perché, ma ho come l’impressione che la situazione non sia cambiata.

Capitolo 45

foto capitolo 45

 

Non c’è tempo di farsi prendere dallo sconforto: spariamo tutti all’impazzata, come se non ci fosse un domani, ora che sappiamo bene come fare a distinguere il nemico. Nel giro di qualche secondo è il delirio. Ci sono alieni ovunque, i dischi volanti sono talmente tanti da oscurare il cielo, molti esplodono colpi ad alzo zero, molti altri vengono abbattuti e si schiantano al suolo, quindi oltre a cercare di non farci brasare le chiappe dobbiamo anche fare attenzione a cosa piove dal cielo. Uno di questi si sfracella su un gruppo di alieni che erano stati appena scaricati a terra da un altro disco, che pure viene danneggiato e non riesce più a decollare. I suoi occupanti decidono di scendere a terra ma vengono polverizzati subito da Alberto che è più veloce di loro. Intanto un paio di alieni si avvicinano troppo all’ingresso delle cantine ma non hanno nemmeno il tempo di poggiare le zampacce sulla maniglia della porta: Patrizia di fionda su di loro armata di una mazza che non so come le sia finita tra le mani e li ricopre di bastonate in preda a una furia che non le ho mai visto esprimere. Quella ragazza mi fa paura, meglio tenersela buona. La vedo piazzarsi davanti alla porta delle cantine, estrarre il polverizzatore dalla tasca dei jeans e agitare la mazza in modo minaccioso. Non lascerà passare nessuno, lo so, a costo di vendere cara la pelle. Comunque alcuni cuccioli si avvicinano subito a lei per darle man forte nel proteggere la nostra base che ormai, per quanto ci riguarda, è l’ultimo luogo sicuro che ci è rimasto su tutto il pianeta.

In mezzo alla confusione ci vuol poco a non capire più chi sta colpendo cosa, e infatti a turno smettiamo di sparare per aspettare che qualcuno dei nostri venga polverizzato e la loro controparte malvagia si metta a ululare. Durante una di queste pause Teo mi afferra per un braccio e mi ricorda che anche noi abbiamo un disco volante a disposizione: potremmo utilizzarlo per sorprendere il nemico e fare danni più consistenti. Buona idea. Cerco tra la folla il piccolo alieno che con una sola mossa era riuscito a danneggiare mezza flotta nemica, ma non lo vedo. Potrebbe essere già morto. O forse sono solo io che non sono in grado di distinguere una faccia dall’altra (e questa non solo è l’opzione più probabile ma è anche quella in cui spero di più). Nel dubbio afferro il braccio di uno dei cuccioli che si trova lì vicino e gli intimo di seguirci. Mi metto a correre verso il luogo dove avevamo parcheggiato il veicolo facendo strada polverizzando chiunque mi si pari davanti con un’aria troppo minacciosa, mentre Teo ci copre le spalle.

Non ricordavo che fosse così distante, ci mettiamo un’eternità ad arrivarci procedendo a colpi di polverizzatore, calci e pugni, poi ci nascondiamo al riparo di un muretto aspettando che la confusione intorno a noi si plachi leggermente, dopodiché avanziamo strisciando lungo le mura del condominio cercando di dissimulare la nostra presenza finché riusciamo a correre dall’altra parte della strada e a buttarci dietro una siepe. Sembra che nessuno ci abbia visto, che nessuno ci stia seguendo. Speriamo. Ci dirigiamo verso l’edificio accanto all’acciaieria dove siamo atterrati l’ultima volta ma, una volta lì, scopriamo che esso è parzialmente crollato. Il disco comunque si trova ancora là sotto, non sappiamo quanto sia danneggiato ma il cucciolo si fa strada tra le macerie e sale a bordo senza esitazione, quindi lo seguiamo. Lo schermo luminoso si accende non appena il nostro alieno entra in plancia, lui preme un paio di punti e il disco si mette in moto. Il problema è che non ci muoviamo. Che il freno a mano sia tirato? Poi capisco che sono le stesse macerie dell’edificio a bloccarci: qualche trave deve essere crollata e probabilmente è finita sopra la nostra astronave impedendole di sollevarsi. Il cucciolo non si perde d’animo e aumenta la potenza dei motori: tutto vibra, dopo qualche secondo ci alziamo da terra e ci spostiamo lateralmente cercando di liberarci dai calcinacci e dai resti dell’edificio, ma senza troppi risultati. Stiamo perdendo troppo tempo, là fuori sta infuriando una guerra e noi siamo qui impegnati a gestire le briciole. L’alieno deve leggermi nella mente, o forse si stufa e basta, fatto sta che carica un colpo che distrugge quello che resta del capannone e finalmente il nostro disco decolla a velocità elevata verso il campo di battaglia, pronto a ingaggiare i primi nemici.

Capitolo 44

foto capitolo 44

La prima cosa che noto uscendo dalle cantine è il rumore.

Non ci sono solo esplosioni e sibili di astronavi, ma persiste anche un mugolio che inizialmente non riesco a identificare, anche se mi sembra familiare. Punto il polverizzatore davanti a me, ma vado subito in crisi: ci sono alieni ovunque che si ammazzano l’un l’altro e non riesco a distinguere il buono dal cattivo, quindi non so a chi sparare. E se uccidessi uno dei cuccioli? No, non potrei perdonarmelo, ognuno di loro è troppo importante e questo è un errore che non devo fare, non oggi. Cerco mio fratello e vedo che è in preda ai miei stessi dubbi: ha il polverizzatore puntato ma non fa fuoco, almeno non fino a quando un alieno non gli punta la propria arma contro. Ok, in questo caso l’indizio era piuttosto evidente, ma il dubbio permane.

Decido allora di spostare la mia concentrazione verso il cielo: i dischi volanti sono numerosi e puntano le loro armi verso terra: senza alcuna esitazione inizio a sparare verso di loro e subito riesco ad abbatterne due (colpi fortunati, devo dire; in genere la mia mira non è così buona. L’adrenalina fa miracoli) col risultato di attirare l’attenzione degli altri su di me e questo non va bene. Me la do a gambe verso l’acciaieria, sperando di portarli lontano dall’azione, e mi butto dietro le macerie dell’edificio in cui avevamo nascosto i cuccioli. Sorprendentemente, vi trovo un paio di alieni che hanno avuto la mia stessa idea. Esplodiamo alcuni colpi verso le astronavi riuscendo a fare parecchi danni, poi punto il polverizzatore verso l’ennesimo veicolo ma l’alieno accanto a me mi blocca: non ho il tempo di chiedermi cosa stia succedendo perché il disco a cui miravo si mette a sparare all’impazzata sugli altri dischi e li abbatte tutti nel giro di pochi minuti. Wow. La buona notizia è che abbiamo anche noi l’artiglieria pesante. La brutta notizia è che non riusciremo a distinguere nemmeno l’astronave buona da quella cattiva. A questo punto non ha senso che io stia qui: gli alieni che sono con me sono in grado di fare questa distinzione, quindi è meglio che se ne occupino loro.

Lascio la postazione anche perché sembra che la situazione si sia calmata: mi guardo intorno e vedo che i cuccioli stanno abbassando le armi e tutti i miei amici sono ancora interi. Mi chiedo quanti colpi abbiano sparato. Ma non c’è tempo per rilassarsi: dal nulla appare una gigantesca astronave – così come usa ora, niente più sibili di avvicinamento – che partorisce astronavi più piccole, alcune delle quali prendono a spararci addosso, altre invece atterrano e scaricano alieni che puntano su qualunque cosa si muova. I cuccioli reingaggiano battaglia, poi uno di loro viene colpito e polverizzato ed ecco di nuovo quel rumore che prima non riuscivo a identificare: tutti i nemici interrompono quello che stanno facendo ed emettono un lunghissimo e acutissimo ululato.

Improvvisamente mi vengono in mente due cose: la prima è che avevo sentito lo stesso suono quando hanno ucciso Botolo; la seconda è che Fred mi aveva raccontato che per la loro razza uccidere un loro simile era un atto di estrema sofferenza. Questa deve essere l’espressione di quel dolore, e la emettono tutti insieme, interrompendo ogni attività. Ciò non riguarda invece i cuccioli che non solo non emettono un bel niente ma ne approfittano per sparare a tutti gli alieni ululanti.

Questa è un’informazione importantissima perché ci dà modo di capire chi è dalla nostra parte e chi no. Non solo, anche alcuni dei dischi volanti partoriti dall’astronave gigante sembrano rivoltarsi contro di lei e contro i propri simili, il che significa che chi li sta pilotando era sotto copertura e ora sta mostrando la sua vera natura. Non so gli altri, ma io mi sento meno sola. Torno accanto ai miei amici, cercando di non espormi troppo e lasciando che i cuccioli facciano quello che sanno fare meglio, aspettando il prossimo ululato per poter far fuori quanti più nemici possibile, anche se questo significa aver perso uno dei nostri.

Ma nel giro di pochi minuti mi assale la sensazione che ce la stiamo cavando fin troppo bene. E infatti il ritmo con cui nuovi nemici vengono scaricati dalle astronavi giganti comincia ad aumentare.

Beh, cosa potevo aspettarmi? Nessuno ha mai detto che sarebbe stato facile.