Archivio mensile:dicembre 2013

Ringraziamenti

2013-09-21 16.50.01

Forse l’unico vero pregio di quest’opera (non ce la faccio a chiamarlo “libro”, libro de che) è la sua internazionalità: è infatti stata scritta in gran parte nel mio monolocale in provincia di Milano, in parte nella caffetteria LaMill Coffee di Silver Lake (Los Angeles – sia sempre benedetta) e qualche capitolo è nato durante in miei spostamenti da/per Parigi, Hannover, Francoforte, Londra.

È un testo cupo e stupido, e in quasi tutti i suoi punti non ha alcuna sostenibilità scientifica. Io l’ho scritto e io me ne prendo la responsabilità. Se per caso ve lo state chiedendo, sì, il monolocale di cui si parla è davvero la mia casa, sì, le descrizioni dei quartieri dove vivo e dove vivevo corrispondono alla realtà, sì, ho davvero un fratello che è caduto dal muretto e uno dei suoi migliori amici si chiama Teo. Alberto e Patrizia me li sono inventati, come tutti gli altri personaggi della storia, ovviamente (ebbè, sono alieni!).

Grazie a tutti quelli che hanno avuto la pazienza di leggere questa roba e la voglia di dirmi che si stavano divertendo: sappiate che ho tutte le intenzioni di trasformarla in un film e solo allora avrà una parvenza di serietà (non sarà facile ma il tentativo è dovuto). Grazie soprattutto a chi mi ha aiutato a correggerne alcune parti e a chi l’ha tradotta in inglese aggratisse. Siete nel mio cuore e vi devo molto sushi.

 

P.S. Questo sito esisterà ancora per un paio di mesi, poi lo cancellerò (questioni di copyright). Sapevatevelo.

Epilogo

 

Nessuno ha sentito il mio urlo di disperazione quando mia sorella è stata uccisa.

Nessuno l’ha sentito perché è stato coperto dall’urlo che tutti i nostri cuccioli hanno emesso all’unisono, un rumore terribile che conteneva il dolore di centinaia di persone che vedono uccidere la propria madre.

Nonostante condividessimo lo strazio, loro hanno ripreso a combattere con più furore di prima, mentre io non sono più riuscito a sparare un colpo. Intorno a me c’era il delirio ma a me non importava più di nulla. Continuavo a fissare il punto in cui mia sorella si trovava fino a qualche momento prima, sperando che fosse tutto uno scherzo, che ricomparisse e venisse a dirmi “Mi sono rotta le palle, andiamo a casa che ti faccio una pasta”.

Non so quante volte Teo mi ha scrollato le spalle. Aveva bisogno di me, ma io non c’ero più. Non potevo credere di averla persa per davvero.

Nel frattempo è arrivato Fred. Ne ha fatto, di rumore. È piombato sul nemico con una furia impressionante, col supporto di migliaia di dischi volanti che hanno ingaggiato la battaglia più cruenta della storia. Non hanno avuto pietà per nessuno: c’è stato un momento in cui distruggevano le astronavi nemiche non appena si materializzavano. Teo ha dovuto trascinarmi al riparo o qualcuna di loro mi avrebbe sicuramente travolto. Mentre lui osservava la scena, io fissavo il vuoto. Mi sono risvegliato solo quando mi ha afferrato per la maglia e scuotendomi mi ha urlato “È finita, Anto! È finita! Abbiamo vinto!”. Aveva le lacrime agli occhi ed emetteva ululati di gioia. Nessuno sparava più.

I dischi sono volati via portando i cuccioli superstiti con sé, forse a ingaggiare battaglia da qualche altra parte, e poi è stato solo silenzio. Un silenzio che è andato avanti per giorni e che sapeva di serenità.

Abbiamo sentito di nuovo quel sibilo dopo quasi una settimana: era Fred che veniva a comunicarci che la guerra era finita, l’invasione annullata, il nemico distrutto. Ci avrebbero aiutato nella ricostruzione delle nostre città e poi se ne sarebbero andati, con la promessa di tenerci sempre d’occhio però: volevano evitare che qualcun altro cercasse di mettere le mani su questo piccolo pianeta che è la nostra bellissima casa.

Per questo siamo qui oggi, a distanza di due anni da quella mitica battaglia finale: per celebrare la nuova alleanza umano-aliena e per salutarci, speriamo definitivamente.

Ci incontriamo lì dove una volta si trovava un condominio in cui c’era un piccolo monolocale, e dove ora abbiamo creato una piazza, Piazza dell’Alleanza, al centro della quale sta per essere inaugurato un monumento. Fred arriva con una rappresentanza aliena piuttosto numerosa, si avvicina a me e con un gesto della mano mi invita ad andare con lui verso il centro della piazza, insieme togliamo il telo che ricopre la statua ed eccola lì: mia sorella ha finalmente il viso sereno dietro i suoi occhiali da miope e sorride teneramente al piccolo alieno che sta tenendo per mano, che abbiamo cercato di rendere il più possibile somigliante a Botolo (non è stato facile, ‘sti alieni sembrano tutti uguali).

I compagni di Fred mi sorprendono emettendo un mugolio triste e nostalgico, poi chinano il capo e si coprono il viso con le mani. Deve essere una qualche espressione di dolore e ricordo che non conosco. Poi Fred mi guarda e il suo viso si modifica in quel ghigno che ormai ho imparato a identificare come un sorriso. Mi poggia le mani sulle spalle e mi abbraccia. È gesto molto umano, ma anche un po’ imbarazzante. Glielo spiegherò la prossima volta, forse.

Li guardo risalire sull’astronave e decollare verso un posto sconosciuto in chissà quale parte dell’universo. Il loro disco volante è seguito da molti altri, li vedo in lontananza uscire tutti insieme dalla nostra atmosfera. Teo mi raggiunge e mi dà un’amichevole manata sulla spalla. Anche se è difficile, dobbiamo riuscire a godere di questo momento. Dopo tanta sofferenza e dolore, dopo aver visto morire le persone a noi più care, dopo aver perso ogni speranza, ora è il momento di riprendere nelle nostre mani quello che con violenza ci era stato strappato.

Ora possiamo ricominciare a vivere. 

 

 

 

p.s. al 31 per ringraziamenti e crediti!

Capitolo 51

foto capitolo 51

 

I nostri cuccioli si stanno davvero comportando con onore e sacrificio. Hanno una mira eccezionale – tutti i colpi sparati vanno a segno – e fanno l’impensabile per proteggerci, spesso anche fisicamente: più di uno di loro si para davanti a noi tutte le volte che un polverizzatore viene puntato nella nostra direzione, e ogni volta che uno di loro viene polverizzato gli alieni nemici smettono di sparare per emettere quell’urlo straziante di sofferenza infinita. Noi ne approfittiamo per non lasciare loro nemmeno il tempo di finirlo, quell’urlo, e ne colpiamo il numero più alto possibile. Nonostante questo, i maledetti continuano a essere tantissimi perché le astronavi si divertono a scaricarne altri a ritmo costante. Mio fratello e Teo, oltre al polverizzatore, usano qualsiasi cosa somigli a un’arma: se uno dei nemici resta disarmato, non esitano ad affrontarlo a mazzate o a sassate o nel corpo a corpo. Sono delle autentiche furie.

Quanto a me, ho appena recuperato un polverizzatore extra da un alieno che è stato colpito alle spalle dalla spranga di Teo, quindi ora ne sto usando due contemporaneamente e mi sento Lara Croft, anche se non figa uguale.

Siamo vicini allo sfinimento, comunque. Sta calando la sera, stiamo combattendo da ore e sarebbe davvero il caso di avere un po’ di aiuto. Non capisco perché Fred ci stia mettendo tutto questo tempo ad arrivare. Deve essere impegnato su qualche altro fronte. Solo, non so per quanto ancora riusciremo a resistere qui. Il sintomo più evidente della nostra stanchezza è che nell’infuriare della battaglia mio fratello, Teo e io ci allontaniamo l’uno dagli altri senza nemmeno accorgercene. Ormai sparo a tutto quello che non mi piace, a prescindere, astronavi o alieni che siano, finché improvvisamente uno dei polverizzatori mi vola via dalla mano destra. Non ho nemmeno il tempo di capire come sia successo e se sono ferita o no che anche l’altro viene colpito e mi scappa dalla sinistra. Ma che cazzo. Mi guardo intorno e l’unica cosa che vedo sono alieni. Vengono verso di me e tutti mi puntano un polverizzatore contro. L’unica possibile via di fuga sarebbe il cielo ma non ho modo di scappare da lì, quindi non so come fare. L’unica mia speranza sarebbe che uno dei nostri a bordo di un disco si accorga della situazione e spazzi via questi figli di puttana ma non so se sarebbe possibile farlo senza prendere dentro anche me, anche perché ormai sono circondata. Alle mie spalle sento Teo urlare qualcosa e, anche se non capisco cosa sta dicendo, so che sta trattenendo mio fratello dal fare qualche cazzata.

Butta malissimo.

E va bene, stronzi. Sapevo che sarebbe andata a finire così, l’avevo messo in conto fin dall’inizio. Ma se sperate che me ne freghi qualcosa, beh, vi state sbagliando. Anzi, è durata fin troppo, inaspettatamente. Ho iniziato una rivolta mondiale praticamente da sola, dall’interno di un minuscolo appartamento, e, a quanto vedo, vi stiamo dando parecchio filo da torcere. Niente male per una che non sa distinguere un cacciavite a stella da uno normale. Non è facile per noi ma non sarà facile nemmeno per voi, bastardi. Guardo in alto e vedo delle luci in lontananza. So che è Fred, lo sento. Sta arrivando, l’ha promesso e io mi fido di lui.

Mio fratello e Teo sono ragazzi più che in gamba: se la caveranno benissimo.

Così, mi limito a guardare questi poveracci negli occhi, uno per uno. Sono sicura che si stiano chiedendo perché diavolo ho questo sorriso sulla faccia: è qualcosa di umano che loro non possono capire. Invece, afferrano benissimo il mio gesto di sfida: allargo le braccia invitandoli a sparare.

E mentre questi sfigati, inconsapevoli della fine che faranno, puntano le loro armi contro di me, chiudo gli occhi e penso:

 

Ho vinto.

Capitolo 50

foto capitolo 50

 

Spero che, chiunque sia entrato, stia venendo ad aiutarmi, perché io qui sarei un attimo nella merda.

Non vedo niente, sono disarmata e il bastardo sta per attaccare, ed è un bastardo che a quanto pare se ne frega della forza di gravità. Maledetta evoluzione che ha dato all’uomo il pollice opponibile ma lo ha privato di strumenti di difesa. Degli artigli alla Wolverine e un pungiglione alla Re Scorpione ora mi farebbero molto comodo. Non so nemmeno dove siano le palle di un alieno, altrimenti lo riempirei di calci proprio lì.

Ricapitolando: la porta è alle mie spalle. L’alieno è davanti a me. E poi c’è qualcun altro qui, di cui non conosco né le intenzioni né l’aspetto. Sembra che la mia situazione non sia migliorata.

Chiudo gli occhi e cerco di concentrarmi sui rumori: il mio sistema uditivo esclude quelli che vengono dall’esterno e si focalizza su quello che c’è intorno a me. Sento il mostro respirare. Non sento l’altro intruso avvicinarsi. Ok, un problema alla volta. Al minimo rumore l’alieno davanti a me mi salterà addosso. Se nemmeno lui ci vede, posso cercare di fregarlo. Sollevo lentamente un piede e mi slaccio la scarpa; poi con un movimento velocissimo la scaglio verso di lui e corro nella direzione opposta. Non solo sento la scarpa colpirlo e il tonfo del suo corpo sul pavimento ma anche il suo ringhio di frustrazione. Prende a rincorrermi, quando di colpo le luci si accendono: mi copro gli occhi con un braccio e mi lancio a terra prima che chiunque possa afferrarmi, ma sento lo sparo di un polverizzatore e penso che sia la fine, invece no: sollevo la testa e non appena i miei occhi si adattano alla luce vedo un alieno armato davanti a me e… nient’altro. Il mostro è andato, pace all’anima sua. Il mio alleato mi fa un cenno con la testa, poi con una mano mi invita a seguirlo all’esterno. Recupero velocemente la scarpa, la infilo e lo seguo.

 

All’esterno la situazione è peggiore di quanto pensassi: non ricordo tutte queste macerie. Ho la leggera sensazione che il nostro rifugio sia definitivamente compromesso. In cielo c’è il delirio: dischi volanti che si attaccano tra di loro; astronavi madri che appaiono ogni 10 secondi per scaricare altri dischi e poi sparire in un battito di ciglia; relitti che cercano di rimanere in aria ma poi si schiantano a terra. Cerco con gli occhi i miei amici, sono gli unici che posso riconoscere, visto che al momento la confusione regna sovrana e avendo perso i punti di riferimento mi è impossibile distinguere l’alieno buono da quello cattivo. Mi accorgo che Teo sta sparando all’impazzata da dietro un muretto che una volta delimitava il confine tra il giardino condominiale e l’acciaieria. Non vedo Alberto e Patrizia. E nemmeno mio fratello.

L’alieno che è uscito con me mi cede il suo polverizzatore e si allontana. Mi abbasso e, costeggiando il muro, mi dirigo verso Teo, sparando a tutti gli alieni ululanti che incontro. Prendo la rincorsa, scavalco il muretto e per poco non finisco addosso a mio fratello, che è nascosto lì dietro e sta tenendo Alberto tra le braccia. Il poveretto non se la sta cavando bene: come dire… gli manca un braccio e da quel lato del corpo la ferita è talmente estesa che gli si intravedono le costole. Ansimando sussurra qualcosa che non riesco a capire. Mio fratello mi guarda con occhi vitrei e scuote la testa. Non so cosa fare e mi sento in colpa per essere rimasta intrappolata nelle cantine quando qui fuori c’era bisogno di me.

Teo urla il mio nome, ho come un risveglio e mi affianco a lui sparando a tutti gli alieni che emettono quel fastidioso lamento o che si avvicinano a noi puntando un’arma. In un breve momento di pausa chiedo a Teo dov’è Patrizia e la risposta è “polverizzata”. Mi guardo intorno, sconvolta. Se Fred non arriva in fretta siamo fregati. Mio fratello si affianca a noi e anche lui si mette a sparare. Alberto è sdraiato alle nostre spalle, non respira più. Dio, che rabbia. Mi si riempiono gli occhi di lacrime. Anche mio fratello ha lo sguardo furente, deve averne le palle piene quanto me. Ci guardiamo negli occhi e in un attimo la decisione è presa. Scavalchiamo il muretto e ci buttiamo in mezzo alla mischia sparando all’impazzata. Teo ci urla di non farlo, ma poi lo sento esclamare “Oh, macheccazzo!” e dopo un paio di secondi lo vedo accanto a me, polverizzatore nella destra, spranga nella sinistra, mentre cerca di fare fuori più nemici possibile.

Questo pianeta è troppo piccolo per due razze diverse. Stavolta, noi o loro.

Capitolo 49

foto capitolo 49

 

Bene. Molto bene. È tutto nero. Avere gli occhi aperti o chiusi è esattamente la stessa cosa. Fuori le esplosioni continuano. Spero che Teo sia al riparo, o insieme agli altri.

Qualcuno, o qualcosa, emette un leggero grugnito, è lontano ma il suono rimbomba nelle cantine. Non riesco a valutare quanto sia distante. Non so quale direzione prendere, che cosa fare, se stare ferma come un ninja… porto le mani alle tasche, ma non ho polverizzatori con me. Benissimo. Sono ufficialmente nelle canne. Mi accosto al muro. Potrei cercare di raggiungere comunque l’uscita, se faccio abbastanza silenzio la cosa che è entrata potrebbe passarmi accanto e non percepire la mia presenza. Ma è difficilissimo, mi bastano due passi per capire che il minimo fruscio qui dentro rimbomba. Meglio restare immobile per non dare nessun indizio della mia presenza. Dio, spero che qualcuno si accorga che manco all’appello là fuori e venga a cercarmi qui. Ora, però, non dopo essere stata accoppata. Moooooolto lentamente tasto il muro  per capire cosa c’è intorno a me, finché percepisco una rientranza, forse una colonna portante. Mi ci accovaccio accanto. Se la creatura non usa un visore a infrarossi avrà meno probabilità di trovarmi se procede a tentoni tenendo i suoi tentacoli all’altezza della mia testa.

Non faccio in tempo a finire di formulare questo pensiero che sento un leggero soffio d’aria incontrare il mio viso. È vicinissimo. Smetto di respirare. Cavoli, quanto è silenzioso… se non mi fossi spostata ci saremmo letteralmente scontrati. È molto più ninja di me, chapeau. Peccato non avere un’arma a portata di mano, questo sarebbe un ottimo momento per polverizzarlo o massacrarlo di mazzate.

Non so dire se sia passato oltre o se si sia fermato davanti a me perché percepisce la mia presenza. La tensione sta per uccidermi. Sento emettere un altro piccolo grugnito e l’essere che lo ha emesso si sposta. Conto fino a dieci, poi il più silenziosamente possibile mi alzo in piedi e muovo due passi verso l’ingresso della cantina. Ma al secondo passo calpesto qualcosa di metallico, non so cosa, fatto sta che faccio rumore e la bestiaccia reagisce subito cercando di afferrarmi, mi divincolo e comincio a correre nell’oscurità, senza sapere dove sto andando. Sento che l’alieno mi insegue, i suoi passi sono pesanti; deve essere disarmato, altrimenti ora sarei già polvere. Tendo le mani davanti a me appena in tempo per incontrare un muro, decido di dirigermi a destra sperando che sia la scelta corretta, ma percorro solo qualche metro e poi vengo investita dal mostro che mi è letteralmente saltato addosso, urlo in preda al terrore, giro su me stessa, non riesco a scrollarmelo di dosso, non so più dove sto andando, sento che mi alita sul viso, che cerca di mordermi il collo, gli afferro la testa con le mani per cercare di tenerlo lontano dalla mia faccia e accelero prendendo una direzione a caso fino a quando la sua capoccia non è la prima cosa che sbatte contro il muro. La botta è fortissima, la bestiaccia lascia subito la presa e crolla a terra. Anche io devo riprendermi e fare mente locale, ma è inutile: non so più da che parte è l’ingresso di questo labirinto, sono sola con il Minotauro, qui; un Teseo con le tette e sprovvisto di filo. Maledizione.

Beh, intanto decido di allontanarmi dall’alieno che nel frattempo ansima e si agita, c’è tempo per il secondo round. Vorrei tanto non farmi inseguire, ma è difficile non farsi sentire se hai il fiatone. Dire che i miei battiti sono accelerati è poco: ho in circolo tanta di quella adrenalina che potrei raggiungere la luna con un salto. Devo assolutamente cercare di calmarmi, recuperare il mio atteggiamento ninja, procedere a passo leggerissimo, smettere di respirare, altrimenti mi troverà nel giro di qualche secondo. Infatti lo sento muovere qualche passo incerto alle mie spalle, allora mi fermo e mi volto. Stavolta voglio essere pronta, non deve cogliermi di sorpresa.

Poi qualcuno apre la porta delle cantine, illuminando brevemente l’ambiente e portando al loro interno le urla e il rumore delle esplosioni del combattimento. La porta si richiude subito, ma mi dà sufficiente tempo per vedere l’alieno davanti a me, pronto ad attaccarmi, aggrappato al soffitto a testa in giù.

Capitolo 48

foto capitolo 48

 

Non riesco più a fare nulla. Non riesco a parlare. Non riesco a pensare. Ho la mente talmente vuota che non riesco nemmeno ad andare nel panico,  cosa che a questo punto sarei legittimata a fare.

Mi limito a osservare quello che accade intorno a me. Teo dietro di me, aggrappato alla parete destra, gli occhi vitrei e l’espressione rassegnata. Il cucciolo che continua instancabilmente a premere punti ben precisi sullo schermo per evitare… per evitare cosa? Non spara più nessuno. Fuori sembra che tutto si stia sbriciolando. Ormai nessuno fa più caso a noi. L’ambiente che ci circonda vortica sempre più velocemente, e sempre più velocemente precipitiamo verso l’oceano. Insieme ai detriti dovuti al collasso della struttura, compaiono fiamme sulla superficie esterna: stiamo entrando negli strati più densi dell’atmosfera e stiamo prendendo fuoco.

Il cucciolo sembra non aspettare altro: spara tutto quello che ha verso uno dei punti dello scafo che dà segni di cedimento e una grossa falla si spalanca davanti a noi. Immediatamente usciamo dall’astronave madre, ma le fiamme che la circondano non ci abbandonano: siamo una palla di fuoco che schizza nell’atmosfera. L’alieno cerca freneticamente di correggere la situazione. L’inclinazione dell’assetto migliora e rallentiamo percettibilmente, finché le fiamme scompaiono. Poi cambiamo rotta e ci dirigiamo di nuovo su Milano, abbandonando l’astronave madre al suo destino e sperando che il suo tuffo nell’Atlantico non generi uno tsunami devastante.

Neanche il tempo di tirare un sospiro di sollievo che sentiamo un botto provenire dal nostro disco. Per un attimo pensiamo che ci stiano seguendo e sparando addosso ma dopo breve verifica no, non siamo inseguiti. È solo che il velivolo non regge più. Oh beh. Non per vantarmi ma mi sono trovata in situazioni peggiori. Guardo fuori e vedo la costa della Spagna sotto di noi.

“Ce la facciamo fino a Milano?”, chiedo al cucciolo. Annuisce. Se è tranquillo lui, buona camicia a tutti.

Ma prendo la situazione sotto gamba: per atterrare effettuiamo una serie di circonvoluzioni tese a farci raggiungere la velocità più bassa possibile. Inizialmente non capisco il perché di tutte queste manovre, poi faccio mente locale: deve essersi sfasciato il sistema di atterraggio! Grandioso. Tutto questo casino per morire schiantata al suolo perché i freni non vanno. E la situazione si complica ulteriormente quando arriviamo nei pressi della battaglia che avevamo abbandonato qualche ora prima.

A giudicare da quello che vediamo dall’alto sembra che Fred non sia affatto giunto con la cavalleria. Il combattimento però sta infuriando, segno che non ci siamo ancora arresi. Alcuni dischi volanti atterrano e scaricano alieni armati fino ai denti. Ed è proprio a loro che il cucciolo punta con il nostro disco: manovra fino a sfiorare il terreno, poi lascia che il velivolo strisci a terra e in derapata investa tutti gli alieni che sono appena sbarcati. Per noi all’interno la botta è fortissima, anche perché dopo i primi cinquanta metri il relitto comincia a rotolare su sé stesso e noi con lui. Ci fermiamo solo perché andiamo a sbattere contro un muretto. Il cucciolo è il primo a rialzarsi, si porta ai comandi, apre il portellone ed esce. Io ho bisogno di qualche secondo per rendermi conto di essere miracolosamente illesa, poi mi rialzo e lo rincorro perché, cazzo, non può mica cavarsela così. Non appena esco dal disco lo afferro per le spalle, lo volto verso di me e gli urlo in faccia “Tu sei pazzo, hai capito? TU-SEI-PAZZO!” e poi il poveretto mi evapora tra le mani. E non vengo polverizzata anche io solo perché qualcuno mi afferra per le spalle e mi trascina via: è Teo che, per fortuna, sembra essere tornato in sé, peccato che zoppichi un po’. Si è anche ricordato di prendere uno dei nostri polverizzatori dall’interno del disco, quindi copre la mia fuga random sparando a tutto quello che si muove.

Ho bisogno di un’arma. Corro tra cuccioli, esplosioni, nemici e istintivamente mi dirigo verso l’unico posto dove posso trovarla e mi ci infilo dentro alla disperata. Sento la porta di ingresso delle cantine chiudersi violentemente alle mie spalle. Mi volto pensando che Teo sia con me, ma non c’è. Qualcuno mi ha chiusa qui dentro. Improvvisamente la luce va via.