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Ringraziamenti

2013-09-21 16.50.01

Forse l’unico vero pregio di quest’opera (non ce la faccio a chiamarlo “libro”, libro de che) è la sua internazionalità: è infatti stata scritta in gran parte nel mio monolocale in provincia di Milano, in parte nella caffetteria LaMill Coffee di Silver Lake (Los Angeles – sia sempre benedetta) e qualche capitolo è nato durante in miei spostamenti da/per Parigi, Hannover, Francoforte, Londra.

È un testo cupo e stupido, e in quasi tutti i suoi punti non ha alcuna sostenibilità scientifica. Io l’ho scritto e io me ne prendo la responsabilità. Se per caso ve lo state chiedendo, sì, il monolocale di cui si parla è davvero la mia casa, sì, le descrizioni dei quartieri dove vivo e dove vivevo corrispondono alla realtà, sì, ho davvero un fratello che è caduto dal muretto e uno dei suoi migliori amici si chiama Teo. Alberto e Patrizia me li sono inventati, come tutti gli altri personaggi della storia, ovviamente (ebbè, sono alieni!).

Grazie a tutti quelli che hanno avuto la pazienza di leggere questa roba e la voglia di dirmi che si stavano divertendo: sappiate che ho tutte le intenzioni di trasformarla in un film e solo allora avrà una parvenza di serietà (non sarà facile ma il tentativo è dovuto). Grazie soprattutto a chi mi ha aiutato a correggerne alcune parti e a chi l’ha tradotta in inglese aggratisse. Siete nel mio cuore e vi devo molto sushi.

 

P.S. Questo sito esisterà ancora per un paio di mesi, poi lo cancellerò (questioni di copyright). Sapevatevelo.

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Epilogo

 

Nessuno ha sentito il mio urlo di disperazione quando mia sorella è stata uccisa.

Nessuno l’ha sentito perché è stato coperto dall’urlo che tutti i nostri cuccioli hanno emesso all’unisono, un rumore terribile che conteneva il dolore di centinaia di persone che vedono uccidere la propria madre.

Nonostante condividessimo lo strazio, loro hanno ripreso a combattere con più furore di prima, mentre io non sono più riuscito a sparare un colpo. Intorno a me c’era il delirio ma a me non importava più di nulla. Continuavo a fissare il punto in cui mia sorella si trovava fino a qualche momento prima, sperando che fosse tutto uno scherzo, che ricomparisse e venisse a dirmi “Mi sono rotta le palle, andiamo a casa che ti faccio una pasta”.

Non so quante volte Teo mi ha scrollato le spalle. Aveva bisogno di me, ma io non c’ero più. Non potevo credere di averla persa per davvero.

Nel frattempo è arrivato Fred. Ne ha fatto, di rumore. È piombato sul nemico con una furia impressionante, col supporto di migliaia di dischi volanti che hanno ingaggiato la battaglia più cruenta della storia. Non hanno avuto pietà per nessuno: c’è stato un momento in cui distruggevano le astronavi nemiche non appena si materializzavano. Teo ha dovuto trascinarmi al riparo o qualcuna di loro mi avrebbe sicuramente travolto. Mentre lui osservava la scena, io fissavo il vuoto. Mi sono risvegliato solo quando mi ha afferrato per la maglia e scuotendomi mi ha urlato “È finita, Anto! È finita! Abbiamo vinto!”. Aveva le lacrime agli occhi ed emetteva ululati di gioia. Nessuno sparava più.

I dischi sono volati via portando i cuccioli superstiti con sé, forse a ingaggiare battaglia da qualche altra parte, e poi è stato solo silenzio. Un silenzio che è andato avanti per giorni e che sapeva di serenità.

Abbiamo sentito di nuovo quel sibilo dopo quasi una settimana: era Fred che veniva a comunicarci che la guerra era finita, l’invasione annullata, il nemico distrutto. Ci avrebbero aiutato nella ricostruzione delle nostre città e poi se ne sarebbero andati, con la promessa di tenerci sempre d’occhio però: volevano evitare che qualcun altro cercasse di mettere le mani su questo piccolo pianeta che è la nostra bellissima casa.

Per questo siamo qui oggi, a distanza di due anni da quella mitica battaglia finale: per celebrare la nuova alleanza umano-aliena e per salutarci, speriamo definitivamente.

Ci incontriamo lì dove una volta si trovava un condominio in cui c’era un piccolo monolocale, e dove ora abbiamo creato una piazza, Piazza dell’Alleanza, al centro della quale sta per essere inaugurato un monumento. Fred arriva con una rappresentanza aliena piuttosto numerosa, si avvicina a me e con un gesto della mano mi invita ad andare con lui verso il centro della piazza, insieme togliamo il telo che ricopre la statua ed eccola lì: mia sorella ha finalmente il viso sereno dietro i suoi occhiali da miope e sorride teneramente al piccolo alieno che sta tenendo per mano, che abbiamo cercato di rendere il più possibile somigliante a Botolo (non è stato facile, ‘sti alieni sembrano tutti uguali).

I compagni di Fred mi sorprendono emettendo un mugolio triste e nostalgico, poi chinano il capo e si coprono il viso con le mani. Deve essere una qualche espressione di dolore e ricordo che non conosco. Poi Fred mi guarda e il suo viso si modifica in quel ghigno che ormai ho imparato a identificare come un sorriso. Mi poggia le mani sulle spalle e mi abbraccia. È gesto molto umano, ma anche un po’ imbarazzante. Glielo spiegherò la prossima volta, forse.

Li guardo risalire sull’astronave e decollare verso un posto sconosciuto in chissà quale parte dell’universo. Il loro disco volante è seguito da molti altri, li vedo in lontananza uscire tutti insieme dalla nostra atmosfera. Teo mi raggiunge e mi dà un’amichevole manata sulla spalla. Anche se è difficile, dobbiamo riuscire a godere di questo momento. Dopo tanta sofferenza e dolore, dopo aver visto morire le persone a noi più care, dopo aver perso ogni speranza, ora è il momento di riprendere nelle nostre mani quello che con violenza ci era stato strappato.

Ora possiamo ricominciare a vivere. 

 

 

 

p.s. al 31 per ringraziamenti e crediti!

Capitolo 51

foto capitolo 51

 

I nostri cuccioli si stanno davvero comportando con onore e sacrificio. Hanno una mira eccezionale – tutti i colpi sparati vanno a segno – e fanno l’impensabile per proteggerci, spesso anche fisicamente: più di uno di loro si para davanti a noi tutte le volte che un polverizzatore viene puntato nella nostra direzione, e ogni volta che uno di loro viene polverizzato gli alieni nemici smettono di sparare per emettere quell’urlo straziante di sofferenza infinita. Noi ne approfittiamo per non lasciare loro nemmeno il tempo di finirlo, quell’urlo, e ne colpiamo il numero più alto possibile. Nonostante questo, i maledetti continuano a essere tantissimi perché le astronavi si divertono a scaricarne altri a ritmo costante. Mio fratello e Teo, oltre al polverizzatore, usano qualsiasi cosa somigli a un’arma: se uno dei nemici resta disarmato, non esitano ad affrontarlo a mazzate o a sassate o nel corpo a corpo. Sono delle autentiche furie.

Quanto a me, ho appena recuperato un polverizzatore extra da un alieno che è stato colpito alle spalle dalla spranga di Teo, quindi ora ne sto usando due contemporaneamente e mi sento Lara Croft, anche se non figa uguale.

Siamo vicini allo sfinimento, comunque. Sta calando la sera, stiamo combattendo da ore e sarebbe davvero il caso di avere un po’ di aiuto. Non capisco perché Fred ci stia mettendo tutto questo tempo ad arrivare. Deve essere impegnato su qualche altro fronte. Solo, non so per quanto ancora riusciremo a resistere qui. Il sintomo più evidente della nostra stanchezza è che nell’infuriare della battaglia mio fratello, Teo e io ci allontaniamo l’uno dagli altri senza nemmeno accorgercene. Ormai sparo a tutto quello che non mi piace, a prescindere, astronavi o alieni che siano, finché improvvisamente uno dei polverizzatori mi vola via dalla mano destra. Non ho nemmeno il tempo di capire come sia successo e se sono ferita o no che anche l’altro viene colpito e mi scappa dalla sinistra. Ma che cazzo. Mi guardo intorno e l’unica cosa che vedo sono alieni. Vengono verso di me e tutti mi puntano un polverizzatore contro. L’unica possibile via di fuga sarebbe il cielo ma non ho modo di scappare da lì, quindi non so come fare. L’unica mia speranza sarebbe che uno dei nostri a bordo di un disco si accorga della situazione e spazzi via questi figli di puttana ma non so se sarebbe possibile farlo senza prendere dentro anche me, anche perché ormai sono circondata. Alle mie spalle sento Teo urlare qualcosa e, anche se non capisco cosa sta dicendo, so che sta trattenendo mio fratello dal fare qualche cazzata.

Butta malissimo.

E va bene, stronzi. Sapevo che sarebbe andata a finire così, l’avevo messo in conto fin dall’inizio. Ma se sperate che me ne freghi qualcosa, beh, vi state sbagliando. Anzi, è durata fin troppo, inaspettatamente. Ho iniziato una rivolta mondiale praticamente da sola, dall’interno di un minuscolo appartamento, e, a quanto vedo, vi stiamo dando parecchio filo da torcere. Niente male per una che non sa distinguere un cacciavite a stella da uno normale. Non è facile per noi ma non sarà facile nemmeno per voi, bastardi. Guardo in alto e vedo delle luci in lontananza. So che è Fred, lo sento. Sta arrivando, l’ha promesso e io mi fido di lui.

Mio fratello e Teo sono ragazzi più che in gamba: se la caveranno benissimo.

Così, mi limito a guardare questi poveracci negli occhi, uno per uno. Sono sicura che si stiano chiedendo perché diavolo ho questo sorriso sulla faccia: è qualcosa di umano che loro non possono capire. Invece, afferrano benissimo il mio gesto di sfida: allargo le braccia invitandoli a sparare.

E mentre questi sfigati, inconsapevoli della fine che faranno, puntano le loro armi contro di me, chiudo gli occhi e penso:

 

Ho vinto.

Capitolo 50

foto capitolo 50

 

Spero che, chiunque sia entrato, stia venendo ad aiutarmi, perché io qui sarei un attimo nella merda.

Non vedo niente, sono disarmata e il bastardo sta per attaccare, ed è un bastardo che a quanto pare se ne frega della forza di gravità. Maledetta evoluzione che ha dato all’uomo il pollice opponibile ma lo ha privato di strumenti di difesa. Degli artigli alla Wolverine e un pungiglione alla Re Scorpione ora mi farebbero molto comodo. Non so nemmeno dove siano le palle di un alieno, altrimenti lo riempirei di calci proprio lì.

Ricapitolando: la porta è alle mie spalle. L’alieno è davanti a me. E poi c’è qualcun altro qui, di cui non conosco né le intenzioni né l’aspetto. Sembra che la mia situazione non sia migliorata.

Chiudo gli occhi e cerco di concentrarmi sui rumori: il mio sistema uditivo esclude quelli che vengono dall’esterno e si focalizza su quello che c’è intorno a me. Sento il mostro respirare. Non sento l’altro intruso avvicinarsi. Ok, un problema alla volta. Al minimo rumore l’alieno davanti a me mi salterà addosso. Se nemmeno lui ci vede, posso cercare di fregarlo. Sollevo lentamente un piede e mi slaccio la scarpa; poi con un movimento velocissimo la scaglio verso di lui e corro nella direzione opposta. Non solo sento la scarpa colpirlo e il tonfo del suo corpo sul pavimento ma anche il suo ringhio di frustrazione. Prende a rincorrermi, quando di colpo le luci si accendono: mi copro gli occhi con un braccio e mi lancio a terra prima che chiunque possa afferrarmi, ma sento lo sparo di un polverizzatore e penso che sia la fine, invece no: sollevo la testa e non appena i miei occhi si adattano alla luce vedo un alieno armato davanti a me e… nient’altro. Il mostro è andato, pace all’anima sua. Il mio alleato mi fa un cenno con la testa, poi con una mano mi invita a seguirlo all’esterno. Recupero velocemente la scarpa, la infilo e lo seguo.

 

All’esterno la situazione è peggiore di quanto pensassi: non ricordo tutte queste macerie. Ho la leggera sensazione che il nostro rifugio sia definitivamente compromesso. In cielo c’è il delirio: dischi volanti che si attaccano tra di loro; astronavi madri che appaiono ogni 10 secondi per scaricare altri dischi e poi sparire in un battito di ciglia; relitti che cercano di rimanere in aria ma poi si schiantano a terra. Cerco con gli occhi i miei amici, sono gli unici che posso riconoscere, visto che al momento la confusione regna sovrana e avendo perso i punti di riferimento mi è impossibile distinguere l’alieno buono da quello cattivo. Mi accorgo che Teo sta sparando all’impazzata da dietro un muretto che una volta delimitava il confine tra il giardino condominiale e l’acciaieria. Non vedo Alberto e Patrizia. E nemmeno mio fratello.

L’alieno che è uscito con me mi cede il suo polverizzatore e si allontana. Mi abbasso e, costeggiando il muro, mi dirigo verso Teo, sparando a tutti gli alieni ululanti che incontro. Prendo la rincorsa, scavalco il muretto e per poco non finisco addosso a mio fratello, che è nascosto lì dietro e sta tenendo Alberto tra le braccia. Il poveretto non se la sta cavando bene: come dire… gli manca un braccio e da quel lato del corpo la ferita è talmente estesa che gli si intravedono le costole. Ansimando sussurra qualcosa che non riesco a capire. Mio fratello mi guarda con occhi vitrei e scuote la testa. Non so cosa fare e mi sento in colpa per essere rimasta intrappolata nelle cantine quando qui fuori c’era bisogno di me.

Teo urla il mio nome, ho come un risveglio e mi affianco a lui sparando a tutti gli alieni che emettono quel fastidioso lamento o che si avvicinano a noi puntando un’arma. In un breve momento di pausa chiedo a Teo dov’è Patrizia e la risposta è “polverizzata”. Mi guardo intorno, sconvolta. Se Fred non arriva in fretta siamo fregati. Mio fratello si affianca a noi e anche lui si mette a sparare. Alberto è sdraiato alle nostre spalle, non respira più. Dio, che rabbia. Mi si riempiono gli occhi di lacrime. Anche mio fratello ha lo sguardo furente, deve averne le palle piene quanto me. Ci guardiamo negli occhi e in un attimo la decisione è presa. Scavalchiamo il muretto e ci buttiamo in mezzo alla mischia sparando all’impazzata. Teo ci urla di non farlo, ma poi lo sento esclamare “Oh, macheccazzo!” e dopo un paio di secondi lo vedo accanto a me, polverizzatore nella destra, spranga nella sinistra, mentre cerca di fare fuori più nemici possibile.

Questo pianeta è troppo piccolo per due razze diverse. Stavolta, noi o loro.

Capitolo 49

foto capitolo 49

 

Bene. Molto bene. È tutto nero. Avere gli occhi aperti o chiusi è esattamente la stessa cosa. Fuori le esplosioni continuano. Spero che Teo sia al riparo, o insieme agli altri.

Qualcuno, o qualcosa, emette un leggero grugnito, è lontano ma il suono rimbomba nelle cantine. Non riesco a valutare quanto sia distante. Non so quale direzione prendere, che cosa fare, se stare ferma come un ninja… porto le mani alle tasche, ma non ho polverizzatori con me. Benissimo. Sono ufficialmente nelle canne. Mi accosto al muro. Potrei cercare di raggiungere comunque l’uscita, se faccio abbastanza silenzio la cosa che è entrata potrebbe passarmi accanto e non percepire la mia presenza. Ma è difficilissimo, mi bastano due passi per capire che il minimo fruscio qui dentro rimbomba. Meglio restare immobile per non dare nessun indizio della mia presenza. Dio, spero che qualcuno si accorga che manco all’appello là fuori e venga a cercarmi qui. Ora, però, non dopo essere stata accoppata. Moooooolto lentamente tasto il muro  per capire cosa c’è intorno a me, finché percepisco una rientranza, forse una colonna portante. Mi ci accovaccio accanto. Se la creatura non usa un visore a infrarossi avrà meno probabilità di trovarmi se procede a tentoni tenendo i suoi tentacoli all’altezza della mia testa.

Non faccio in tempo a finire di formulare questo pensiero che sento un leggero soffio d’aria incontrare il mio viso. È vicinissimo. Smetto di respirare. Cavoli, quanto è silenzioso… se non mi fossi spostata ci saremmo letteralmente scontrati. È molto più ninja di me, chapeau. Peccato non avere un’arma a portata di mano, questo sarebbe un ottimo momento per polverizzarlo o massacrarlo di mazzate.

Non so dire se sia passato oltre o se si sia fermato davanti a me perché percepisce la mia presenza. La tensione sta per uccidermi. Sento emettere un altro piccolo grugnito e l’essere che lo ha emesso si sposta. Conto fino a dieci, poi il più silenziosamente possibile mi alzo in piedi e muovo due passi verso l’ingresso della cantina. Ma al secondo passo calpesto qualcosa di metallico, non so cosa, fatto sta che faccio rumore e la bestiaccia reagisce subito cercando di afferrarmi, mi divincolo e comincio a correre nell’oscurità, senza sapere dove sto andando. Sento che l’alieno mi insegue, i suoi passi sono pesanti; deve essere disarmato, altrimenti ora sarei già polvere. Tendo le mani davanti a me appena in tempo per incontrare un muro, decido di dirigermi a destra sperando che sia la scelta corretta, ma percorro solo qualche metro e poi vengo investita dal mostro che mi è letteralmente saltato addosso, urlo in preda al terrore, giro su me stessa, non riesco a scrollarmelo di dosso, non so più dove sto andando, sento che mi alita sul viso, che cerca di mordermi il collo, gli afferro la testa con le mani per cercare di tenerlo lontano dalla mia faccia e accelero prendendo una direzione a caso fino a quando la sua capoccia non è la prima cosa che sbatte contro il muro. La botta è fortissima, la bestiaccia lascia subito la presa e crolla a terra. Anche io devo riprendermi e fare mente locale, ma è inutile: non so più da che parte è l’ingresso di questo labirinto, sono sola con il Minotauro, qui; un Teseo con le tette e sprovvisto di filo. Maledizione.

Beh, intanto decido di allontanarmi dall’alieno che nel frattempo ansima e si agita, c’è tempo per il secondo round. Vorrei tanto non farmi inseguire, ma è difficile non farsi sentire se hai il fiatone. Dire che i miei battiti sono accelerati è poco: ho in circolo tanta di quella adrenalina che potrei raggiungere la luna con un salto. Devo assolutamente cercare di calmarmi, recuperare il mio atteggiamento ninja, procedere a passo leggerissimo, smettere di respirare, altrimenti mi troverà nel giro di qualche secondo. Infatti lo sento muovere qualche passo incerto alle mie spalle, allora mi fermo e mi volto. Stavolta voglio essere pronta, non deve cogliermi di sorpresa.

Poi qualcuno apre la porta delle cantine, illuminando brevemente l’ambiente e portando al loro interno le urla e il rumore delle esplosioni del combattimento. La porta si richiude subito, ma mi dà sufficiente tempo per vedere l’alieno davanti a me, pronto ad attaccarmi, aggrappato al soffitto a testa in giù.

Capitolo 48

foto capitolo 48

 

Non riesco più a fare nulla. Non riesco a parlare. Non riesco a pensare. Ho la mente talmente vuota che non riesco nemmeno ad andare nel panico,  cosa che a questo punto sarei legittimata a fare.

Mi limito a osservare quello che accade intorno a me. Teo dietro di me, aggrappato alla parete destra, gli occhi vitrei e l’espressione rassegnata. Il cucciolo che continua instancabilmente a premere punti ben precisi sullo schermo per evitare… per evitare cosa? Non spara più nessuno. Fuori sembra che tutto si stia sbriciolando. Ormai nessuno fa più caso a noi. L’ambiente che ci circonda vortica sempre più velocemente, e sempre più velocemente precipitiamo verso l’oceano. Insieme ai detriti dovuti al collasso della struttura, compaiono fiamme sulla superficie esterna: stiamo entrando negli strati più densi dell’atmosfera e stiamo prendendo fuoco.

Il cucciolo sembra non aspettare altro: spara tutto quello che ha verso uno dei punti dello scafo che dà segni di cedimento e una grossa falla si spalanca davanti a noi. Immediatamente usciamo dall’astronave madre, ma le fiamme che la circondano non ci abbandonano: siamo una palla di fuoco che schizza nell’atmosfera. L’alieno cerca freneticamente di correggere la situazione. L’inclinazione dell’assetto migliora e rallentiamo percettibilmente, finché le fiamme scompaiono. Poi cambiamo rotta e ci dirigiamo di nuovo su Milano, abbandonando l’astronave madre al suo destino e sperando che il suo tuffo nell’Atlantico non generi uno tsunami devastante.

Neanche il tempo di tirare un sospiro di sollievo che sentiamo un botto provenire dal nostro disco. Per un attimo pensiamo che ci stiano seguendo e sparando addosso ma dopo breve verifica no, non siamo inseguiti. È solo che il velivolo non regge più. Oh beh. Non per vantarmi ma mi sono trovata in situazioni peggiori. Guardo fuori e vedo la costa della Spagna sotto di noi.

“Ce la facciamo fino a Milano?”, chiedo al cucciolo. Annuisce. Se è tranquillo lui, buona camicia a tutti.

Ma prendo la situazione sotto gamba: per atterrare effettuiamo una serie di circonvoluzioni tese a farci raggiungere la velocità più bassa possibile. Inizialmente non capisco il perché di tutte queste manovre, poi faccio mente locale: deve essersi sfasciato il sistema di atterraggio! Grandioso. Tutto questo casino per morire schiantata al suolo perché i freni non vanno. E la situazione si complica ulteriormente quando arriviamo nei pressi della battaglia che avevamo abbandonato qualche ora prima.

A giudicare da quello che vediamo dall’alto sembra che Fred non sia affatto giunto con la cavalleria. Il combattimento però sta infuriando, segno che non ci siamo ancora arresi. Alcuni dischi volanti atterrano e scaricano alieni armati fino ai denti. Ed è proprio a loro che il cucciolo punta con il nostro disco: manovra fino a sfiorare il terreno, poi lascia che il velivolo strisci a terra e in derapata investa tutti gli alieni che sono appena sbarcati. Per noi all’interno la botta è fortissima, anche perché dopo i primi cinquanta metri il relitto comincia a rotolare su sé stesso e noi con lui. Ci fermiamo solo perché andiamo a sbattere contro un muretto. Il cucciolo è il primo a rialzarsi, si porta ai comandi, apre il portellone ed esce. Io ho bisogno di qualche secondo per rendermi conto di essere miracolosamente illesa, poi mi rialzo e lo rincorro perché, cazzo, non può mica cavarsela così. Non appena esco dal disco lo afferro per le spalle, lo volto verso di me e gli urlo in faccia “Tu sei pazzo, hai capito? TU-SEI-PAZZO!” e poi il poveretto mi evapora tra le mani. E non vengo polverizzata anche io solo perché qualcuno mi afferra per le spalle e mi trascina via: è Teo che, per fortuna, sembra essere tornato in sé, peccato che zoppichi un po’. Si è anche ricordato di prendere uno dei nostri polverizzatori dall’interno del disco, quindi copre la mia fuga random sparando a tutto quello che si muove.

Ho bisogno di un’arma. Corro tra cuccioli, esplosioni, nemici e istintivamente mi dirigo verso l’unico posto dove posso trovarla e mi ci infilo dentro alla disperata. Sento la porta di ingresso delle cantine chiudersi violentemente alle mie spalle. Mi volto pensando che Teo sia con me, ma non c’è. Qualcuno mi ha chiusa qui dentro. Improvvisamente la luce va via.

Capitolo 47

foto capitolo 47

 

“Siamo fuori! Siamo fuori!”, urla Teo.

“Non siamo fuori, siamo ancora dentro!”.

“Siamo dentro ma siamo fuori!”.

“Perché mai dovrebbe essere un miglioramento?!?”.

“Non lo so!”.

Ma che cazzo! Ci manca solo che Teo scleri, lui che finora è stato quello più a posto. Giuro che se usciamo vivi da questo casino strangolo qualcuno a mani nude. E ho già deciso con chi prendermela. Afferro il cucciolo per un braccio.

“Tu ora ci porti fuori da qui o quantèveriddio giuro che” ma veniamo colpiti da qualcosa.

Il disco si inclina di qualche grado e, nonostante l’alieno torni immediatamente ai comandi, la stabilità non migliora. Riusciamo a schivare diversi colpi, poi acceleriamo verso l’interno dell’astronave madre volando inclinati. Beh, almeno le funzioni principali del velivolo sono intatte. Il problema è che io e Teo restiamo spiaccicati contro la parete destra, e difficilmente riusciamo a spostarci da lì anche quando le manovre del nostro disco dovrebbero riequilibrarne l’interno. Nel giro di un minuto siamo inseguiti da centinaia di navi nemiche, alcune della nostra taglia, altre grandi come quelle da trasporto. Non è una bella situazione: ci sparano addosso ma siamo troppo impegnati a filarcela per rispondere al fuoco. In realtà non sappiamo assolutamente dove stiamo andando, almeno, io non ne ho idea: la mossa più intelligente sarebbe stata trovare un’altra uscita, ma quest’affare è talmente grande che, se anche ci fossero aperture che danno verso l’esterno, a colpo d’occhio non le vedremmo.

Comunque l’impressione che ci stiamo dirigendo verso il luogo più interno dell’astronave madre è confermata dal fatto che d’un tratto accediamo a una stanza talmente grande che non si vedono né il principio né la fine delle colonne che ne reggono la struttura. Il centro dell’ambiente è tagliato a metà da quella che sembra una lama di luce verde, ed è proprio a questa che ci stiamo avvicinando. I nostri inseguitori smettono di sparare, ma proseguono la corsa insieme a noi, evidentemente per non perderci di vista.

La lama di luce si fa sempre più vicina e man mano che la distanza si accorcia notiamo che non è affatto una lama, ma una colonna grossa quanto le altre, all’interno della quale sembra scorrere una qualche forma di energia. Ora capisco perché non ci sparano più addosso: se un proiettile andasse a vuoto e la colpisse, sarebbero guai per tutta la struttura. Ma non ho il tempo di concludere il ragionamento: il cucciolo si mette a sparare all’impazzata verso la colonna che, colpita, rilascia dei flash di luce bianca. Dopodiché manovriamo di nuovo ad altissima velocità per allontanarci.

Di colpo scende il buio. La luce verde, che prima illuminava seppur fiocamente l’ambiente si è spenta. Solo dopo qualche secondo sentiamo un boato: tutte le colonne si stanno sgretolando, le crepe sono di colore rosso e un liquido inizia a colare da esse: sembra stiano sanguinando. L’immagine sul nostro schermo torna dritta, ma non è la nostra inclinazione a essere tornata a posto: è quella dell’astronave madre a essere danneggiata!

Mentre cerchiamo disperatamente di raggiungere un’uscita qualunque, tutto intorno a noi sembra sbriciolarsi. L’asse di inclinazione dell’astronave non è più stabile e la struttura inizia a roteare in modo incontrollato. Anche la sua orbita non è più stazionaria: si inclina verso il basso, attirata dalla gravità terrestre. Le opzioni sono due: bruciare nell’atmosfera insieme al resto dell’astronave madre o schiantarsi nel mare sotto di noi.

Non mi ero mai resa conto che l’Oceano Atlantico fosse così blu.

Capitolo 46

foto capitolo 46

 

Ma non spariamo nemmeno un colpo.

L’alieno guida il disco schivando colpi e astronavi, comincio a pensare di aver scelto l’extraterrestre sbagliato: un incapace o, peggio, un nemico. Anche Teo mi guarda con aria interrogativa e non posso che allargare le braccia. Procediamo apparentemente a caso mantenendo una certa distanza dalla battaglia in corso, fino a quando una grossa luce verde compare sullo schermo. È allora che l’alieno accelera di colpo puntando in una direzione ben precisa, dove però non c’è nulla. Non c’è niente da fare, proprio non riesco a capire come ragioni questa gente, nemmeno dopo mesi di frequentazione forzata.

Poi davanti a noi appare dal nulla un’astronave gigante, sul cui fondo si aprono delle feritoie dai cui escono decine di dischi volanti. Ecco a cosa stiamo puntando. Ma, ancora una volta, l’alieno non spara e manovra il nostro velivolo in maniera sfuggente, fino a quando, con nostra grande sorpresa, riesce a infilarsi all’interno dell’astronave attraverso una delle feritoie un attimo prima che questa si chiuda.

Siamo dentro, fantastico. E ora?

Ora sì che inizia il casino. Carichiamo diversi colpi e facciamo fuoco senza dare al nemico il tempo di reagire. L’alieno spara su tutto quello che si muove, senza pietà, come fosse un robot. Preme dei pulsanti sullo schermo e la nostra arma principale diventa una specie di mitragliatrice. Siamo circondati da esplosioni, urla e dischi volanti che vengono abbattuti non appena accennano a decollare. Seppur preda dell’esaltazione, mi rendo conto di due cose: la prima è che l’astronave gigante che stiamo cercando di distruggere dall’interno ha dei finestroni da cui si vede chiaramente che non siamo più sulla Terra, anzi, siamo già nello spazio e ci stiamo dirigendo a gran velocità verso una delle astronavi madre rimaste illese dall’attacco dell’altro cucciolo. La seconda è che, se davvero finiamo lì dentro, non solo saremo circondati, ma saremo anche nella merda. Che diavolo, volevo sferrare un colpo pesante, non tentare il suicidio come se niente fosse. Ma proprio l’alieno kamikaze dovevo andare a scegliere?

“Dobbiamo uscire da qui!”, urlo, ma il cucciolo non sembra ascoltarmi. Anche Teo si rende conto della situazione e lo sento sussurrare “oh, merda”. Continuiamo a sparare all’impazzata col chiaro intento di fare più danni possibile. Quando ormai siamo a pochi chilometri dall’astronave madre e questa apre un portellone per lasciare entrare il velivolo che stiamo disperatamente cercando di abbattere dall’interno, ci accorgiamo che questo non vola più in linea retta ma comincia a traballare come se fosse in stallo. Non butta bene per niente. Afferro il cucciolo per le spalle e, visto che non sono stata chiara la prima volta, lo scuoto violentemente e gli urlo in faccia “PORTACI FUORI DA QUI!”. Teo ci divide e l’alieno torna ai comandi. Finalmente lo vedo puntare a una falla nello scafo, proprio davanti a noi, e fare fuoco su quella per allargarla. Alla buon’ora! Scusate se ho una crisi isterica, eh? Intanto l’astronave madre si avvicina sempre di più, ed è sempre più chiaro che non riusciremo a centrare la porta di ingresso. A furia di colpi la falla finalmente si apre tanto da permetterci di passare, acceleriamo per uscire e ci infiliamo nel portellone dell’astronave madre un attimo prima che il resto della nave da trasporto si schianti incontrollata sulla fiancata, sbarrando la nostra unica via di fuga.

Non so perché, ma ho come l’impressione che la situazione non sia cambiata.

Capitolo 45

foto capitolo 45

 

Non c’è tempo di farsi prendere dallo sconforto: spariamo tutti all’impazzata, come se non ci fosse un domani, ora che sappiamo bene come fare a distinguere il nemico. Nel giro di qualche secondo è il delirio. Ci sono alieni ovunque, i dischi volanti sono talmente tanti da oscurare il cielo, molti esplodono colpi ad alzo zero, molti altri vengono abbattuti e si schiantano al suolo, quindi oltre a cercare di non farci brasare le chiappe dobbiamo anche fare attenzione a cosa piove dal cielo. Uno di questi si sfracella su un gruppo di alieni che erano stati appena scaricati a terra da un altro disco, che pure viene danneggiato e non riesce più a decollare. I suoi occupanti decidono di scendere a terra ma vengono polverizzati subito da Alberto che è più veloce di loro. Intanto un paio di alieni si avvicinano troppo all’ingresso delle cantine ma non hanno nemmeno il tempo di poggiare le zampacce sulla maniglia della porta: Patrizia di fionda su di loro armata di una mazza che non so come le sia finita tra le mani e li ricopre di bastonate in preda a una furia che non le ho mai visto esprimere. Quella ragazza mi fa paura, meglio tenersela buona. La vedo piazzarsi davanti alla porta delle cantine, estrarre il polverizzatore dalla tasca dei jeans e agitare la mazza in modo minaccioso. Non lascerà passare nessuno, lo so, a costo di vendere cara la pelle. Comunque alcuni cuccioli si avvicinano subito a lei per darle man forte nel proteggere la nostra base che ormai, per quanto ci riguarda, è l’ultimo luogo sicuro che ci è rimasto su tutto il pianeta.

In mezzo alla confusione ci vuol poco a non capire più chi sta colpendo cosa, e infatti a turno smettiamo di sparare per aspettare che qualcuno dei nostri venga polverizzato e la loro controparte malvagia si metta a ululare. Durante una di queste pause Teo mi afferra per un braccio e mi ricorda che anche noi abbiamo un disco volante a disposizione: potremmo utilizzarlo per sorprendere il nemico e fare danni più consistenti. Buona idea. Cerco tra la folla il piccolo alieno che con una sola mossa era riuscito a danneggiare mezza flotta nemica, ma non lo vedo. Potrebbe essere già morto. O forse sono solo io che non sono in grado di distinguere una faccia dall’altra (e questa non solo è l’opzione più probabile ma è anche quella in cui spero di più). Nel dubbio afferro il braccio di uno dei cuccioli che si trova lì vicino e gli intimo di seguirci. Mi metto a correre verso il luogo dove avevamo parcheggiato il veicolo facendo strada polverizzando chiunque mi si pari davanti con un’aria troppo minacciosa, mentre Teo ci copre le spalle.

Non ricordavo che fosse così distante, ci mettiamo un’eternità ad arrivarci procedendo a colpi di polverizzatore, calci e pugni, poi ci nascondiamo al riparo di un muretto aspettando che la confusione intorno a noi si plachi leggermente, dopodiché avanziamo strisciando lungo le mura del condominio cercando di dissimulare la nostra presenza finché riusciamo a correre dall’altra parte della strada e a buttarci dietro una siepe. Sembra che nessuno ci abbia visto, che nessuno ci stia seguendo. Speriamo. Ci dirigiamo verso l’edificio accanto all’acciaieria dove siamo atterrati l’ultima volta ma, una volta lì, scopriamo che esso è parzialmente crollato. Il disco comunque si trova ancora là sotto, non sappiamo quanto sia danneggiato ma il cucciolo si fa strada tra le macerie e sale a bordo senza esitazione, quindi lo seguiamo. Lo schermo luminoso si accende non appena il nostro alieno entra in plancia, lui preme un paio di punti e il disco si mette in moto. Il problema è che non ci muoviamo. Che il freno a mano sia tirato? Poi capisco che sono le stesse macerie dell’edificio a bloccarci: qualche trave deve essere crollata e probabilmente è finita sopra la nostra astronave impedendole di sollevarsi. Il cucciolo non si perde d’animo e aumenta la potenza dei motori: tutto vibra, dopo qualche secondo ci alziamo da terra e ci spostiamo lateralmente cercando di liberarci dai calcinacci e dai resti dell’edificio, ma senza troppi risultati. Stiamo perdendo troppo tempo, là fuori sta infuriando una guerra e noi siamo qui impegnati a gestire le briciole. L’alieno deve leggermi nella mente, o forse si stufa e basta, fatto sta che carica un colpo che distrugge quello che resta del capannone e finalmente il nostro disco decolla a velocità elevata verso il campo di battaglia, pronto a ingaggiare i primi nemici.

Capitolo 44

foto capitolo 44

La prima cosa che noto uscendo dalle cantine è il rumore.

Non ci sono solo esplosioni e sibili di astronavi, ma persiste anche un mugolio che inizialmente non riesco a identificare, anche se mi sembra familiare. Punto il polverizzatore davanti a me, ma vado subito in crisi: ci sono alieni ovunque che si ammazzano l’un l’altro e non riesco a distinguere il buono dal cattivo, quindi non so a chi sparare. E se uccidessi uno dei cuccioli? No, non potrei perdonarmelo, ognuno di loro è troppo importante e questo è un errore che non devo fare, non oggi. Cerco mio fratello e vedo che è in preda ai miei stessi dubbi: ha il polverizzatore puntato ma non fa fuoco, almeno non fino a quando un alieno non gli punta la propria arma contro. Ok, in questo caso l’indizio era piuttosto evidente, ma il dubbio permane.

Decido allora di spostare la mia concentrazione verso il cielo: i dischi volanti sono numerosi e puntano le loro armi verso terra: senza alcuna esitazione inizio a sparare verso di loro e subito riesco ad abbatterne due (colpi fortunati, devo dire; in genere la mia mira non è così buona. L’adrenalina fa miracoli) col risultato di attirare l’attenzione degli altri su di me e questo non va bene. Me la do a gambe verso l’acciaieria, sperando di portarli lontano dall’azione, e mi butto dietro le macerie dell’edificio in cui avevamo nascosto i cuccioli. Sorprendentemente, vi trovo un paio di alieni che hanno avuto la mia stessa idea. Esplodiamo alcuni colpi verso le astronavi riuscendo a fare parecchi danni, poi punto il polverizzatore verso l’ennesimo veicolo ma l’alieno accanto a me mi blocca: non ho il tempo di chiedermi cosa stia succedendo perché il disco a cui miravo si mette a sparare all’impazzata sugli altri dischi e li abbatte tutti nel giro di pochi minuti. Wow. La buona notizia è che abbiamo anche noi l’artiglieria pesante. La brutta notizia è che non riusciremo a distinguere nemmeno l’astronave buona da quella cattiva. A questo punto non ha senso che io stia qui: gli alieni che sono con me sono in grado di fare questa distinzione, quindi è meglio che se ne occupino loro.

Lascio la postazione anche perché sembra che la situazione si sia calmata: mi guardo intorno e vedo che i cuccioli stanno abbassando le armi e tutti i miei amici sono ancora interi. Mi chiedo quanti colpi abbiano sparato. Ma non c’è tempo per rilassarsi: dal nulla appare una gigantesca astronave – così come usa ora, niente più sibili di avvicinamento – che partorisce astronavi più piccole, alcune delle quali prendono a spararci addosso, altre invece atterrano e scaricano alieni che puntano su qualunque cosa si muova. I cuccioli reingaggiano battaglia, poi uno di loro viene colpito e polverizzato ed ecco di nuovo quel rumore che prima non riuscivo a identificare: tutti i nemici interrompono quello che stanno facendo ed emettono un lunghissimo e acutissimo ululato.

Improvvisamente mi vengono in mente due cose: la prima è che avevo sentito lo stesso suono quando hanno ucciso Botolo; la seconda è che Fred mi aveva raccontato che per la loro razza uccidere un loro simile era un atto di estrema sofferenza. Questa deve essere l’espressione di quel dolore, e la emettono tutti insieme, interrompendo ogni attività. Ciò non riguarda invece i cuccioli che non solo non emettono un bel niente ma ne approfittano per sparare a tutti gli alieni ululanti.

Questa è un’informazione importantissima perché ci dà modo di capire chi è dalla nostra parte e chi no. Non solo, anche alcuni dei dischi volanti partoriti dall’astronave gigante sembrano rivoltarsi contro di lei e contro i propri simili, il che significa che chi li sta pilotando era sotto copertura e ora sta mostrando la sua vera natura. Non so gli altri, ma io mi sento meno sola. Torno accanto ai miei amici, cercando di non espormi troppo e lasciando che i cuccioli facciano quello che sanno fare meglio, aspettando il prossimo ululato per poter far fuori quanti più nemici possibile, anche se questo significa aver perso uno dei nostri.

Ma nel giro di pochi minuti mi assale la sensazione che ce la stiamo cavando fin troppo bene. E infatti il ritmo con cui nuovi nemici vengono scaricati dalle astronavi giganti comincia ad aumentare.

Beh, cosa potevo aspettarmi? Nessuno ha mai detto che sarebbe stato facile.