Capitolo 43

foto capitolo 43

 

Dopo un paio d’ore succede qualcosa di strano. Sentiamo un leggero bussare alla porta delle cantine, come una carezza. È strano, non dovrebbe esserci nessuno fuori, e non abbiamo sentito arrivare nessun disco volante. Ci guardiamo e non sappiamo cosa fare. Poi mio fratello prende in mano la situazione e apre la porta di qualche centimetro, tenendo pronto il polverizzatore, ché non si sa mai. Dà un’occhiata veloce fuori e vedo la sua espressione cambiare. Mi avvicino a lui e apro un po’ di più la porta per  sbirciare. Effettivamente la scena che ci si para davanti è inaspettata: tutti i nostri cuccioli, che non sono pochi, sono fuori dalla porta.

Vorremmo chiedere che succede, ma non ce ne danno nemmeno il tempo: uno di loro entra un po’ prepotentemente e gli altri, uno alla volta, lo seguono, andando a occupare i corridoi e le stanze, insomma tutto il labirinto che costituisce le cantine. Non riesco a contare quanti ne entrano, ma sono davvero tantissimi. Siamo un po’ spaesati, non capiamo questa mossa, e sui nostri volti si disegna un gigantesco punto interrogativo mentre l’ultimo alieno che riesce a entrare chiude la porta. Ne restano fuori qualche centinaio e me ne dispiaccio, perché sembra proprio che stiano cercando rifugio qui dentro, quindi non posso fare a meno di domandarmi cosa succederà a chi non è riuscito a entrare, ma forse è una domanda retorica.

Beh, la nostra base ora è un po’ affollata. Sono abbastanza sicura che loro sappiano qualcosa che noi non sappiamo. Nessuno di loro ha mai fatto qualcosa senza uno scopo preciso: se sono qui dentro, devono avere un buon motivo.

La spiegazione non tarda ad arrivare: dopo qualche minuto sentiamo un sibilo in lontananza e una fortissima esplosione a cui segue rumore di lamiere che crollano, e improvvisamente mi è tutto chiaro: hanno appena distrutto l’acciaieria, il luogo in cui li tenevamo nascosti. Devono aver ricevuto la soffiata da qualcuno e sono venuti qui a nascondersi, ottima mossa, peccato sia leggermente sputtanante. Si sentono altre esplosioni, per fortuna in lontananza, ma non dura molto: dopo qualche secondo ecco il rumore dei polverizzatori che sparano all’impazzata, e sono vicinissimi! La tensione sta salendo a una velocità impressionante. Vedo Patrizia stringere la propria arma talmente forte che le nocche le diventano bianche. Teo sposta il peso da una gamba all’altra, non riesce a stare fermo. Alberto e mio fratello sembrano conservare una certa calma, ma conosco mio fratello e so che sta solo aspettando di essere abbastanza carico per poi scatenarsi. Beato lui, a me stanno sudando tantissimo le mani, in condizioni normali mi farei schifo da sola. Cerco di asciugarmele sui jeans ma in pochi secondi tornano a essere viscide come polipi. Ora gli spari sono praticamente fuori dalla porta, se non sapessi che fuori ci sono i nostri a fare il loro dovere penserei di essere sotto un bombardamento.

Mio fratello mi guarda intensamente, ed è uno sguardo che non mi piace. Di colpo afferra la maniglia della porta, ma uno dei cuccioli che è accanto a lui gli stringe una spalla per trattenerlo. Gli poggia una mano sul braccio per convincerlo che non è ancora il momento, poi si gira verso il contatore e stacca la luce.

Bene.

Non è esattamente la situazione in cui avrei mai sperato di trovarmi nella vita: al buio, circondata da esseri di un altro pianeta, solo una porta a dividermi da una guerra. Ma bisogna rimanere positivi. Forse c’è di peggio. Mi chiedo cosa possa esserci, di peggio. Potrebbe piovere.

I bombardamenti e gli spari continuano per minuti, poi sento del movimento all’interno delle cantine: sono i nostri alieni che premono per uscire! Senza alcun preavviso, quello che aveva trattenuto mio fratello spalanca la porta e tutti i cuccioli si riversano fuori, come un fiume in piena, e appena all’esterno si mettono a sparare all’impazzata.

Li lasciamo uscire tutti, poi stringiamo le armi in pugno e ci lanciamo fuori.

Così comincia.

Capitolo 42

Woman Looking at the Sky

Non so come, ma riusciamo a passare una nottata tranquilla. Per la prima volta in mesi dormo per diverse ore. Mi sveglio e mi sento un fiore. Ho una fame che inseguirei a piedi uno gnu per mangiarlo vivo e crudo, ma sono un fiore. Anche gli altri sembrano ben riposati. Forse, per un complicato meccanismo psicologico, ci sentiamo più tranquilli e quindi riusciamo a riposare meglio; o forse è la rassegnazione riguardo alla nostra certa e prematura morte. Chissà. Mi stiracchio, inforco gli occhiali e penso che mi piacerebbe tanto bere un tè in questo momento. Magari quello che avevo bevuto in un’adorabile caffetteria di Silver Lake, California. Un tè al gelsomino buonissimo, leggermente balsamico, lo zucchero di canna era la morte sua. Sorseggiarlo al tavolo guardando altri clienti entrare e uscire, genitori che si fermano per prendere un caffè da portar via mentre il bimbo si agita nel passeggino, ragazzi che scrivono chissà cosa sui loro laptop, l’attore in incognito che indossa gli occhiali da sole e il berretto ma si vede lo stesso che è lui e che è più bello del sole.

Bei tempi, cazzo. Decido di lasciar perdere la nostalgia e di prendere un po’ d’aria.

Esco e già sulla porta vengo colta da una sensazione strana. Non capisco cosa sia, è una sorta di disagio di cui non riesco a individuare l’origine. Mi guardo attorno ma non mi sembra di vedere alcunché di insolito. C’è il sole e la giornata è fresca. Muovo qualche passo per sgranchirmi le gambe, probabilmente sono solo paranoica. Però no, c’è davvero qualcosa che non va. Eppure nulla si muove nei nostri cieli e non sento nessun sibilo in avvicinamento. Poi capisco: è il silenzio. C’è un silenzio tombale. Non sono solo gli uccellini che hanno smesso di cinguettare, sembra proprio che anche la Terra abbia smesso di girare. I miei passi quasi rimbombano, sembra di essere finiti in un mondo parallelo. È inquietante. E l’inquietudine aumenta esponenzialmente non appena cerco di aumentare la sensibilità delle mie percezioni.

Mi sento osservata.

È la situazione che mi spaventa di più: sapere che qualcuno che vuole farmi del male è vicino a me, tanto da potermi tenere sotto controllo, mentre io non so dove egli si trovi e di conseguenza non so come difendermi. Continuo a scrutare i paraggi sperando di trovare la sorgente di questa sensazione, ma non vedo alcun elemento risolutore. Mi piacerebbe andare dai cuccioli per chiedere loro cosa sta succedendo, ammesso che lo sappiano, ma sinceramente non ho il coraggio di muovermi. Sento che diventerei un facile bersaglio se dessi evidente segno della mia presenza. Un ninja, devo rimanere ninja.

Forse mi sto facendo prendere dalla suggestione ma, tutte le volte in cui sono stata colta da una sensazione strana, c’è sempre stato un motivo valido. Le antenne settate su “pericolo” non hanno sbagliato quasi mai.

Alcune nuvole mi passano sopra la testa. Non proiettano la loro ombra a terra. Deve esserci qualcosa tra loro e il suolo. Qualcosa mi immenso, invisibile e silenzioso. Quella cosa mi sta guardando, lo so. Sta aspettando il momento migliore per attaccare. Non so perché non lo stia facendo ora, poi capisco: stanno prendendo posizione nei punti strategici. L’assalto inizierà solo quando saranno tutti pronti, quindi potrebbe essere in qualunque momento. Fred ha ragione, sarà qualcosa di grosso. Si stanno preparando per la battaglia finale. E noi cinque poveri sfigati con le nostre pistolette di merda.

La porta alle mie spalle si apre, non so chi dei ragazzi stia uscendo, ma porto un braccio all’esterno per bloccarne il passaggio, per non farlo parlare, per non farlo respirare. Infatti si ferma e anche lui si mette in ascolto. Poi mi sento afferrare per la maglietta e trascinare indietro. Allora non sono solo io a provare questa sensazione. Sento la porta delle cantine riaprirsi. Impugno il polverizzatore e moooooolto lentamente arretro per rientrare. Chiudo la porta, poi mi volto e vedo che tutti i miei compagni si stanno armando fino ai denti. Afferro il coltello da carne e, sempre polverizzatore alla mano, mi accovaccio accanto alla porta.

Non importa quanti sono e quanto siano armati e cattivi. In ogni caso non dobbiamo lasciare che sparino per primi.

Capitolo 41

foto capitolo 41

 

Siamo alle gentilezze adesso? Cos’è, entreranno chiedendo permesso, portando fiori e una torta?

Apriamo la porta e ci troviamo davanti due alieni, uno di loro è sicuramente Fred, ormai ho imparato a riconoscere il suo ghigno di gioia quando mi vede. Prego, entrate pure, come va? Che si dice? Questa situazione è assurda.

Fred non perde tempo e mi poggia le dita sulla fronte. Di nuovo quella sensazione di pace.

 

Bravissimi, avete sferrato un colpo micidiale ai Re.

Eh, grazie. Ma mi sa che ora siamo nella merda.

Non capisco ma credo di riuscire ad afferrare il concetto dal contesto. Sì siete nei guai. I Re sono furibondi e vogliono vendicarsi uccidendo voi e tutti gli altri umani che stanno dando loro dei problemi.

Ci sono altri umani che stanno resistendo?

Non puoi sapere quanti. I Re devono condurre un’inaspettata battaglia su più fronti e questo è uno di quelli a cui danno priorità.

E figurati.

Per questo abbiamo portato delle armi per i vostri cuccioli, in modo che possano difendervi attivamente.

Pensavo volessi portarli via.

All’inizio sì, ma forse vi sono più utili qui.

Sapete quando vogliono attaccare?

No. Potrebbe succedere in qualunque momento. Ricordatevi che il nemico cercherà di uccidere voi, ma per istinto non attaccherà i cuccioli se non saranno loro ad attaccare per primi. Questo vi darà un piccolo vantaggio. Cercate di sfruttarlo.

La fai facile.

No. Lo so che è pericoloso. Lo so che questa è la battaglia decisiva. Ma faremo di tutto per proteggere le nostre madri.

 

Torno alla realtà. Usciamo tutti insieme e aiutiamo i due alieni a distribuire i polverizzatori ai cuccioli. Poi Fred sembra comunicare con loro telepaticamente: me ne accorgo perché tutti lo guardano e poi annuiscono. Chissà cosa ha detto loro.

Torniamo alle cantine e prima di risalire sul disco Fred vuole salutarmi:

 

Non temere, quando sarà il momento noi ti saremo accanto per difenderti.

Sono contento di averti rivisto. Mi sei mancata molto.

 

Certo, come no. Anche tu mi sei mancato, soprattutto quando stavano per polverizzarmi il culo.

Oh, vabbè, non ce la faccio a essere crudele. Il mio problema è che non mi sento mai veramente al sicuro, ma devo dire che finora i nostri compagni si sono comportati sempre bene. In leggero ritardo, ma sono sempre arrivati a difenderci.

Li guardiamo volare via e rientriamo nella nostra base. Mi chiedo quando e se rivedrò ancora Fred. Sento un senso di speranza crescermi dentro, insieme alla paura: siamo alla battaglia finale e stavolta dovremo davvero fare l’impossibile per portare a casa il risultato. Non sarà facile. Non siamo soldati addestrati per la guerra. Siamo solo cinque ragazzi che si sono ritrovati, diciamo così, in circostanze avverse e, da bravi italiani, stanno cercando di arrangiarsi come possono. Ma siamo armati e disposti a vendere cara la pelle.

Non possiamo farli vincere.

Non dobbiamo farli vincere.

Capitolo 40

foto capitolo 40

 

La tregua sembra durare più del previsto. Abbiamo tutto il tempo di rientrare nelle cantine. Ormai è chiaro che il nostro nascondiglio è compromesso, ma continua a essere il posto in cui ci sentiamo più al sicuro, nonostante tutto. Siamo ormai consapevoli che, se ci attaccheranno ancora – e succederà – beh, saremo fatti. Forse potrebbe essere una buona idea spostarsi, ma io sono sfinita e comunque non possiamo allontanarci più di tanto dai cuccioli che ci sono rimasti: in caso di necessità dobbiamo essere in grado di usarli, anche se non sappiamo ancora come. Sono disarmati e in numero insufficiente per una battaglia corpo a corpo. Ma sono convinta che, se avessero tutti un’astronave a disposizione, potrebbero fare il culo a cubetti a chiunque. Dobbiamo trovare il modo di comunicare con Fred, ci vorrebbe tipo un Bat-segnale per fargli sapere che vogliamo parlargli. Perché diavolo non abbiamo concordato nulla? Mi sento così stupida.

Cerco riposo in un angolino, tiro fuori dallo zaino l’asciugamano e me lo avvolgo intorno al corpo. Non che abbia freddo, ma ho bisogno di sentirmi protetta da qualcosa, in qualche modo. Mio fratello si siede accanto a me, mi mette un braccio intorno alle spalle e mi stringe a sé, lasciando che appoggi la testa alla sua spalla e dimostrando di conoscermi molto più di quanto possa apparire a un occhio esterno. Poi, il bastardo, mi sussurra all’orecchio: “Ti ricordi quando mi hai buttato giù dal muretto?”. Gli do un buffetto sulla spalla, lui sorride. Chissà per quanto tempo ancora rivangherà quella storia.

Eravamo piccolissimi, io avevo già compiuto nove anni e lui doveva ancora compierne due. Era una mattina d’estate e mamma ci aveva mandato al discount a comprare qualcosa, non ricordo cosa. Mamma mi riteneva molto giudiziosa e responsabile, lo ero davvero, e per mio fratello ero come una madre di riserva. Quando uscivamo, eravamo bellissimi da guardare: due bimbi che andavano a fare una commissione tenendosi per mano.

Spesso giocavamo, ognuno con i rispettivi amichetti, nel cortile davanti all’ingresso del nostro condominio, a cui si accedeva scendendo una scalinata bianca circondata da piccoli giardini disposti su diversi livelli, delimitati da muretti di cemento il cui bordo era largo abbastanza da poterci camminare sopra. Ovviamente uno dei nostri giochi preferiti era camminare su quei muretti cercando di inventare percorsi sempre nuovi o trovare il punto più alto da cui saltare, ma questo valeva solo per noi bimbi più grandi, ai piccoli era proibito salire lì sopra perché troppo pericoloso, il che generava ovviamente tutta la loro invidia.

Così, quando quel giorno tornammo dalla nostra commissione e lui mi chiese se poteva salire sul muretto, sebbene sapessi che era troppo pericoloso, non me la sentii di dirgli di no. Concordammo che sarebbe salito sul punto più basso, io lo avrei accompagnato tenendolo per mano verso il punto più alto, salvo poi farlo tornare indietro e farlo scendere di nuovo da punto più basso.

Non capirò mai come fece a mettere un piede in fallo. So solo che, mentre lui cadeva di faccia da due metri di altezza, io chiusi gli occhi e mi sentii subito in colpa per essere troppo piccola e non avere la forza di afferrarlo al volo. Per farla breve, mezza giornata al pronto soccorso, due punti sul suo labbro superiore e due fiumi di lacrime: le sue per il dolore fisico, le mie per la disperazione. Mia madre non mi incolpò mai dell’incidente, anzi si sentì responsabile per averci mandato in giro da soli quando evidentemente eravamo ancora troppo piccoli per prenderci cura una dell’altro. Invece mio fratello si divertiva periodicamente a risvegliare il mio senso di colpa, in genere nelle situazioni più stronze, tipo nei periodi della mia vita in cui mi sentivo più vulnerabile, aggiungendo il carico da undici ma dandomi poi modo di realizzare di aver avuto giorni peggiori nella mia vita (tipo appunto quello in cui l’ho mandato all’ospedale).

Vale anche in questo momento, ovviamente, so che vuole solo sdrammatizzare. Per questo dopo avergli dato il buffetto lo abbraccio forte. Lui restituisce l’abbraccio ma questo momento di serenità è interrotto da un sibilo alieno. Immediatamente scatta l’allerta e nel giro di due secondi siamo tutti armati. Il sibilo si attutisce fino a scomparire: sono atterrati davanti alle cantine.

Poi qualcuno bussa alla porta.

Capitolo 39

foto capitolo 39

 

Cos’è questa novità adesso? Ora arrivano così, senza annunciarsi? Le astronavi si materializzano in cielo dal nulla? O era lì già da prima, invisibile? Non mi piace. L’invisibilità non mi è mai piaciuta: è un trucco stronzo. Inoltre sono in un momento di transizione e non apprezzo molto i cambiamenti. Mi destabilizzano. Me la fanno fare addosso.

Per di più questo veicolo è enorme e sembra partorire due dischi voltanti, i soliti, che ovviamente puntano subito su di noi: come scaricare merda in pronta consegna. Maledetti.

Ce la diamo a gambe, in due direzioni diverse, attirando ognuno uno dei dischi (ora, lo so che non è il momento giusto, ma a me scapperebbe la pipì. Oh, sono stata chiusa in un disco volante per ore, ok, non che beva così tanta acqua o mangi così tanta frutta da avere la minzione che va a manetta, però, quando scappa, scappa). Cerco di correre più velocemente possibile, per quanto le forze me lo consentano, verso il posto più lontano dalle cantine nel tentativo di allontanare la battaglia da lì, anche se credo che il nostro abbia smesso di essere un segreto tempo fa. Sento quel rumore di jet in fase di decollo e scarto a destra all’ultimo momento, evitando di finire nella voragine generata dal colpo ma finendo nella scarpata che correva attorno all’acciaieria e che in qualche modo segnava i confini col nostro condominio. Rotolo giù per qualche metro, poi mi rialzo e riprendo a correre ma il disco volante mi è di nuovo addosso. Allora inchiodo di colpo e corro nella direzione esattamente opposta. Gli alieni alla guida del veicolo non si aspettano questa mossa, perdono qualche secondo per invertire la rotta e io ne approfitto per risalire la scarpata in tre falcate e nascondermi dietro un muretto che cela una scala che scende nell’autorimessa (quando eravamo bambini conoscevamo tutti gli accessi più remoti che portavano nei posti in cui i nostri genitori ci proibivano di giocare e l’autorimessa era uno dei più pericolosi, di conseguenza uno dei più gettonati dove passare i nostri pomeriggi estivi); il fatto che il nemico mi abbia perso di vista mi dà modo di controllare la situazione di mio fratello, che per fortuna è più felice della mia: a differenza di me lui è armato di polverizzatore (è sempre stato quello più intelligente tra noi due) e spara come se non ci fosse un domani da dietro un muretto che una volta doveva essere stato parte del condominio accanto al nostro. Ha anche una buona mira, e con un paio di colpi ben piazzati riesce a danneggiare il disco volante così tanto che esso comincia a girare vorticosamente su sé stesso, completamente fuori controllo, per poi schiantarsi al suolo.

Io invece non sono messa così bene: mi ci vuole poco per scoprire che quell’accesso all’autorimessa è parzialmente crollato, quindi inaccessibile. Posso nascondermi lì solo per qualche altro secondo, poi dovrò spostarmi ma non so davvero dove andare. Sento il sibilo sempre più vicino, chiudo gli occhi perché non voglio vedere la morte arrivare, preferisco sentirne solo il rumore, come quando guardi i film dell’orrore: se chiudi gli occhi e separi l’immagine dal suono hai molta meno paura. Respiro profondamente, sperando che la tensione non mi faccia ribaltare lo stomaco. Ecco, li sento, ora so che sono quasi davanti a me, non possono non vedermi. Caricano il colpo. Ok, è fatta. È stato bello, per lo più. L’ultima parte è stata una merda, ma pazienza, è andata così. Chissà se percepirò qualcosa. Magari non farà neanche male.

Il colpo parte e sento rumore di distruzione e detriti, lo spostamento d’aria è fortissimo e mi scaraventa contro il muretto portante della scala, sento una vampata di calore investirmi ma non è così forte da ustionarmi, per fortuna. Riapro gli occhi e vedo il disco crollare al suolo in mille pezzi, dietro di lui un altro disco emerge dal fumo dell’esplosione e si dirige con decisione verso l’astronave da trasporto emersa dal nulla. Comincia a sparare tutti i colpi a disposizione, ma il cargo scompare così come era apparso. Allora il disco compie una velocissima virata, in salita, verso destra, in accelerazione, come se si stesse lanciando al suo inseguimento.

Forse possiamo davvero fidarci di Fred e compagnia. Per lo meno ora abbiamo qualche minuto di tregua. Finalmente posso prendermi qualche secondo per fare pipì.

Capitolo 38

foto capitolo 38

 

Non siamo inseguiti, per ora. L’alieno rallenta la fuga e inizia la discesa verso terra, fino a fermarsi nei pressi di un raggruppamento di grattacieli miracolosamente rimasti ancora in piedi. È una zona che non conosco, potremmo essere ovunque nel mondo. Poi guardo meglio e mi accorgo che uno dei palazzi è lo Shard di Londra… siamo a Londra? Questa è LONDRA? Mi guardo intorno e vedo un tappeto di macerie. Solo una parte della City è rimasta in piedi: il Gherkin non c’è più, al posto del mercato di Leadenhall c’è una voragine; non vi è nessuna traccia del parlamento e solo sgranando bene gli occhi posso notare in lontananza della ferraglia bianca, che una volta doveva essere il London Eye, emergere dal Tamigi. Che desolazione. Non posso credere che Londra non ci sia più. Camden Lock era uno dei miei posti preferiti al mondo. Quello e CyberDog, il negozio pieno di stronzate cibernetiche.

Il cucciolo porta i motori al minimo, virando lentamente intorno ai palazzi cercando di non farsi notare. Non capisco cosa voglia fare, a parte mimetizzarsi. Poi sullo schermo vedo due oggetti in avvicinamento: sono due dischi volanti che evidentemente stanno effettuando la loro ronda settimanale. Ci accodiamo a loro con nonchalance e voliamo sopra quello che una volta era il centro della città fino a quando non si accende un pallino rosso sullo schermo. Il cucciolo preme proprio in quel punto, come se stesse ingaggiando un bersaglio, e vira insieme agli altri dirigendosi velocemente verso un luogo preciso dietro a quello che potrebbe essere stato Hyde Park. Solo quando ci avviciniamo alla strada vedo delle persone che stanno scappando: devono aver sentito arrivare il sibilo! I due dischi caricano il colpo e noi facciamo lo stesso: “Non vorrai mica sparare a quei poveracci!” gli urlo, ma, quando il nostro colpo parte, abbatte i due dischi senza dare loro il tempo di fare fuoco.

Resto a bocca aperta. Ma sono tutti così? Tutti i nostri cuccioli sono delle macchine da guerra? Non so se sentirmi una madre degenere o essere molto fiera. Riprendiamo il nostro volo, stavolta dirigendoci verso la base. Durante il tragitto l’alieno si avvicina a me e mi tocca il viso con le dita.

 

Perdonami se prima ti ho lasciato sola. Spero tu non abbia avuto paura.

Stavo per farmela addosso, se vuoi proprio saperlo.

Mi dispiace.

Ma cosa è successo? Cosa hai combinato lassù?

Ho cercato uno dei Re e l’ho seguito fino a quando non è rimasto solo. Poi l’ho colpito alle spalle e mentre lui era privo di sensi gli ho letto la mente: è così che ho trovato il codice per attivare l’autodistruzione della flotta di attacco. Ma per quello mi ci è voluto più tempo perché ho dovuto trovare un accesso al computer di bordo che fosse vicino al nostro hangar, e per arrivarci ho dovuto passare molto tempo nascosto.

Beh, bella idea, ha funzionato!

È vero. Ma non sono contento. Una parte dei nostri alleati era a bordo di quelle navi. Inoltre sono sicuro che i nemici faranno di tutto per vendicarsi appena possibile, e nel modo peggiore. Dobbiamo farci trovare pronti.

 

Non atterriamo nell’autorimessa, per il timore di essere inseguiti, ma in uno degli edifici che facevano parte dell’acciaieria, calandoci dal tetto sfondato. Una volta fuori ci guardiamo intorno e, poiché non sembra esserci nessuno in vista, non si sentono sibili e gli uccellini cantano, il cucciolo torna in mezzo ai suoi compagni, mentre io corro verso le cantine; seduto lì fuori trovo mio fratello che evidentemente mi stava aspettando: appena mi vede mi corre incontro e mi abbraccia. Sento che ha il fiatone, doveva essere preoccupatissimo. Mi crogiolo in quelle coccole così rare mentre mi sussurra all’orecchio “Ma cosa avete combinato? Sembrava fossero esplosi i fuochi d’artificio nello spazio!”. Sorrido e lo spingo verso la porta delle cantine, non vedo l’ora di raccontargli cosa ha combinato il mite alienino, ma ci blocchiamo a metà strada: nella porzione di cielo davanti a noi, nel silenzio più totale, un’astronave compare letteralmente dal nulla.

Capitolo 37

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Passano ore, durante le quali mi sono chiesta se fosse il caso di scendere dal veicolo e danneggiare in qualche modo i dischi volanti parcheggiati intorno a me. Poi mi sono resa conto che a) non sono poi così sicura che fuori da qui ci sia sufficiente ossigeno per respirare e comunque b) non potrei aprire il portellone perché il touch screen dell’astronave non risponde ai comandi umani. Quindi mi sono limitata a osservare, senza dare nell’occhio, gli alieni che in più di un’occasione si sono palesati per salire sui loro veicoli e lasciare l’hangar. Rassegnata, mi sono seduta in un angolo cercando di dormire ed eccomi qui, con un gran mal di schiena perché la posizione è piuttosto scomoda e la mente affollata da pensieri. Perché il cucciolo mi ha lasciato qui? Cosa starà combinando? Starà cercando Fred? E se invece volesse vendermi ai Re? O se stesse contrattando per farmi prigioniero politico? Quanto potrei valere? Non molto, credo. Mi tortureranno? Mi faranno secca? Possiamo davvero fidarci di questa gente? Questa domanda sta diventando un tormentone.

Chissà i ragazzi cosa staranno pensando. Saranno preoccupati? Beh, io lo sarei. Spero che non si inventino qualche cazzata per venire a recuperarmi. O forse spero di sì. Oddio, la testa mi scoppia di menate.

Mentre arrivo alla conclusione che potrei non aver fatto una scelta razionale e che col senno di poi vorrei tanto essere da un’altra parte, mi accorgo di un certo movimento dell’hangar: un alieno è entrato correndo e si dirige verso il mio disco! Cosa succede? Cosa faccio? Sono anche disarmata, cazzo, altro che “missione esplorativa”! Dov’è il mio coltello da carne quando ne ho bisogno?

Il portellone si apre e l’alieno entra, e solo allora mi accorgo che è il mio cucciolo, sono talmente in preda al panico che non l’ho nemmeno riconosciuto! Non mi considera neanche mi striscio, riattiva il veicolo e ci allontaniamo con una certa fretta dall’hangar. Mi guardo intorno per capire se siamo inseguiti, sembra di no ma non si può mai dire. Il nostro disco accelera sempre di più mentre ci dirigiamo verso l’uscita. Vorrei chiedere all’alienino che diavolo sta succedendo ma tanto non potrebbe rispondermi, o forse sì, comunque il punto è che in questo momento mi sembra troppo impegnato per discutere: anche lui si guarda in giro nervosamente, poi dà un comando sullo schermo e l’astronave diventa di colpo un siluro lanciato alla massima velocità tanto che, siccome non ho modo di reggermi a nulla, vengo spinta contro la parete in fondo. Il cucciolo invece non si schioda di un millimetro e comincio a chiedermi se abbia delle ventose sotto le piante dei piedi. La nostra uscita di scena diventa una fuga precipitosa e una volta fuori dall’astronave madre l’accelerazione continua costantemente. Mi riavvicino faticosamente al mio compagno di viaggio. Vorrei fargli un milione di domande:  da cosa stiamo scappando? E perché non ci insegue nessuno?

Non appena ci avviciniamo all’atmosfera terrestre sento dei rumori fortissimi attorno al disco e urlo “CI COLPISCONO! CI COLPISCONO!”. Poi però mi sento scema perché intorno a noi c’è il nulla e solo allora capisco che il rumore è dovuto al fatto che abbiamo superato di diversi Mach la velocità del suono. Manovriamo per ruotare attorno al pianeta e improvvisamente una luce accecante si illumina alle nostre spalle, come quella di un’esplosione atomica. Appena tutto torna visibile mi volto e vedo che l’astronave madre da cui siamo usciti è esplosa in milioni di pezzi. Poi un’altra luce proviene da un’astronave altrettanto grande a qualche chilometro di distanza. Poi un’altra. Poi un’altra ancora. Con mia grande sorpresa, mentre ci allontaniamo gran parte dell’armata che si stava preparando all’invasione salta per aria.

Mi volto lentamente verso il cucciolo. Lui mi restituisce un ghigno quasi divertito. Brutto piccolo figlio di buona aliena. Macomecaz hai fatto? Voglio dire, DA SOLO hai tirato giù metà dell’esercito invasore. Mi fai paura. E sono anche preoccupata: possibile che questa masnada di mostri del cazzo sia così imbecille da avere un punto debole tale da mandare all’aria mezza flotta? Non posso crederci. Che figura. Spero che si vergognino.

Capitolo 36

foto capitolo 36

 

“Ti proibisco categoricamente di farlo!”, sussurra mio fratello. Se potesse urlare, lo farebbe. Forse mi prenderebbe anche a schiaffi. Oh beh.

È che mi sono stufata. Non posso più stare con le mani in mano. Siamo troppo passivi, in tutti i sensi: non diamo il minimo fastidio al nemico, i nostri alleati – la cui lealtà è ancora tutta da confermare – ci chiedono di rinunciare alla nostra unica arma di ricatto lasciandoci con un pugno di mosche ad aspettare che succeda qualcosa che in fin dei conti potrebbe non succedere. Risultato: ce l’abbiamo in quel posto. Mi spiace, non ci sto. Quindi voglio farlo. Voglio prendere un alienino dei nostri e fargli guidare il nostro disco volante, entrare in un’astronave madre e combinare un qualche tipo di casino, possibilmente provocando danni di ingente entità. Ok, a ben guardare non è che questo piano faccia schifo… è che non è neanche un piano (“vado lì e qualcosa farò”). Ma soprattutto ha un aspetto suicida che francamente non intriga neanche me. Però…  però potrebbe trasformarsi in una missione esplorativa. Credo sia necessario rendersi conto di quale sia la situazione attuale e capire in quale guaio rischiamo di ficcarci. Su questo mio fratello non ha quasi nulla da obiettare.

“Perché devi andarci tu?”.

“Vuoi andarci tu?”.

“No”.

“Allora ci vado io”. Lo rassicuro promettendogli che sarò un ninja. Kamikaze, ma ninja.

All’acciaieria scelgo un cucciolo a caso; mentre camminiamo silenziosamente verso l’autorimessa lo guardo: è poco più basso di me e ha l’aria molto mite. Saliamo sul disco e gli spiego cosa voglio fare. La sua unica reazione è toccare lo schermo, mettere in moto il disco e farlo sollevare da terra. Bravo alieno ubbidiente. In breve tempo ci troviamo a diversi chilometri di altezza e voliamo a velocità sostenuta verso gli strati più alti dell’atmosfera. Quando ne usciamo resto di stucco: il numero di astronavi che occupano lo spazio tra la Terra e la Luna è almeno raddoppiato, non solo in termini di numero ma anche di dimensione. Il pianeta è letteralmente circondato da veicoli enormi e non ho nessuna competenza per capire se sono semplicemente dei cargo o se compongono un contingente d’assalto.

Siamo proprio nella merda. E mi sa che ho fatto una cazzata. Il cucciolo però non sembra perdersi d’animo e si accoda a una pattuglia che si sta dirigendo verso una delle astronavi più grandi.

“Vuoi davvero entrare lì?”, gli chiedo. Nessuna reazione da parte sua. “Oook”, sussurro.

Non è il momento di farsi prendere dalla tremarella. Ce la possiamo fare. È solo una missione esplorativa. Andrà tutto bene e torneremo alla base con un sacco di informazioni utilissime senza esserci fatti un graffio.

Seguiamo la pattuglia all’interno dell’astronave: è talmente grande che sembra un pianeta a sé stante. Passiamo accanto a  colonne altissime, frastagliate e cangianti, di cui non si vede né l’inizio né la fine. Ci sono dischi volanti ovunque, molti si dirigono in direzione opposta alla nostra, altri ci passano semplicemente accanto come se fossero navette utilizzate per andare da una zona all’altra dell’astronave stessa. Più ci inoltriamo, più il numero delle colonne aumenta, ma la loro forma cambia: a molte di esse sono attaccate delle piattaforme, come funghi che crescono sui tronchi degli alberi (ecco, non dovevo pensare al cibo. Ora ho fame). Mi aspetterei di atterrare su una di queste, invece viriamo verso una colonna di aspetto più squadrato dotata di alcune aperture laterali a cui accediamo senza dare troppo nell’occhio. Anche qui ci sono dischi volanti ovunque, ma sono parcheggiati: è un hangar. Il cucciolo atterra su una postazione che sembra aver scelto con molta attenzione, e così fanno tutti i dischi che sono con noi. Una volta spenti i motori, si aprono le piattaforme e gli occupanti ne escono.

Anche noi spegniamo i motori. L’alienino apre la piattaforma, poi mi si avvicina e mi spinge in un angolo del disco, come a dire “tu resta qui”, ed esce chiudendosi la piattaforma alle spalle.

Così. Lasciandomi sola. Ottimo.

E adesso?

Capitolo 35

foto capitolo 35

 

Non sappiamo cosa fare. Scappare? Dividerci? Rimanere dove siamo? Potrebbe essere Fred. Non abbiamo fatto rumore, non capisco come abbiano potuto individuarci. Spero proprio che sia Fred. Deve essere Fred. Ma non è lui: non appena il disco volante appare davanti ai nostri occhi, sento quel rumore da jet in fase di decollo. Porcaputt. Ce la diamo a gambe, in tre direzioni diverse: il colpo va a vuoto ma crea una grossa voragine al centro della strada. Sarà difficile tornare in quelle case senza passare sui detriti. Non vedo più Alberto e mio fratello, mi sembra di essere rimasta l’unica idiota in mezzo alla strada. Infatti il disco manovra e punta su di me caricando il proiettile in canna e stavolta non so proprio come fare, dove andare. Un attimo prima che parta lo sparo vengo travolta da mio fratello che mi scaraventa a lato della strada e mi salva la pellaccia. Ci alziamo in piedi giusto in tempo per sentire caricare un altro colpo che fa più rumore dei precedenti. Non abbiamo il tempo di spostarci. Ci abbracciamo e chiudiamo gli occhi nell’esatto momento in cui esplode un fortissimo boato.

Ma non succede nulla. Apriamo gli occhi e vediamo una seconda astronave, che però non punta su di noi: si limita ad assistere nella caduta la prima, che è stata colpita duramente e ora è fuori controllo. Dopo un paio di volute, si schianta fragorosamente sulle case che abbiamo appena perlustrato. Grazie mille. Il disco che è venuto in nostro soccorso atterra e ne scendono due alieni armati di polverizzatore che si avvicinano al relitto per assicurarsi che non ne emerga nessun sopravvissuto. Dopodiché uno dei due risale sulla sua astronave, l’altro si dirige verso di noi, si avvicina a mio fratello e lo guarda con curiosità, poi gli poggia le dita sul viso come aveva fatto Fred con me. Intanto Alberto si palesa, chissà dove si era nascosto. Beh, è stato più furbo di noi, questo è sicuro. L’alieno stacca le dita dal viso di mio fratello, l’altro scende dal disco e viene a consegnarci tre polverizzatori: ottimo, ora ne abbiamo uno per ogni componente del gruppo. Dopo un breve cenno di saluto, i due risalgono sul loro veicolo e se ne vanno.

Riprendiamo la nostra silenziosa corsa verso la base e nel giro di un’ora arriviamo alle cantine dove troviamo Teo e Patrizia, preoccupatissimi perché hanno potuto sentire le esplosioni dell’attacco persino da lì. Se avessimo tardato ulteriormente, ci avrebbero dato per spacciati. Grande stupore davanti alla quantità di provviste che abbiamo recuperato. Decidiamo di festeggiare e di esagerare con le quantità: ognuno si avventa su un’intera scatoletta (il tonno al naturale non è mai stato così buono).

Mentre mangiamo chiedo a mio fratello quali impressioni si è scambiato con l’alieno che è entrato in contatto con lui. “Beh, innanzitutto mi ha salutato con un «Ciao Madre»”, mi dice ridendo.

Da quando ci avete consegnato, siamo stati assegnati quasi tutti alle navi operative. L’ordine dei nostri Re è perlustrare ogni giorno il pianeta alla ricerca di rifugi umani per scovare sacche di resistenza da distruggere: la loro vendetta è farvi uccidere da coloro che voi avete allevato. In realtà ci limitiamo a tracciare quali sono i luoghi occupati dagli umani in modo da poterli proteggere.

Obbediamo sempre ai Re, tranne quando ci chiedono di attaccarvi. Non potremmo mai farvi del male. Come loro non possono farne a noi, a meno di un grosso disagio fisico ed emotivo. Ogni volta che qualcuno di loro uccide uno di noi, la connessione neuronica che ci lega muore. Questo è molto doloroso, in tutti i sensi. È una sofferenza che sentiamo anche noi ogni volta che un umano viene ucciso. La manifestazione esteriore di questa sofferenza potrebbe farci scoprire, quindi dobbiamo stare molto attenti.

Siamo tutti in collegamento con il nostro leader, colui che per primo ha preso contatto con voi. Come vedi siamo in grado di difendervi, possiamo intervenire in qualunque momento. Insieme possiamo costringere gli invasori ad andarsene.

Ma siamo pochi. Dovete consegnare gli altri nostri fratelli, tutti quelli che avete preso voi e tutti quelli che sono stati presi da altri umani. Abbiamo bisogno di occupare molte posizioni strategiche, in modo da aiutarci l’un l’altro in questa missione. Solo così potremo avere successo.

Potete fidarvi di noi. Mi sei mancata. Sono felice di averti ritrovato.

A quanto pare i nostri cuccioli non sono in grado di distinguere il genere sessuale degli umani. Come biasimarli? Anche a noi loro sembrano tutti uguali.

Capitolo 34

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Non ho nemmeno più la forza di farmi venire una crisi isterica. Sono preda della totale frustrazione. O forse sono solo stanca. O più probabilmente ho le palle girate. Fatto sta che non ho voglia di partecipare alla diatriba con i ragazzi su cosa fare per procurarci altro cibo. Per me dobbiamo rassegnarci e spingerci sempre più lontano, fine della discussione. Qualcuno ripropone l’idea di cambiare base operativa. Decidano quello che vogliono, non mi interessa più. Sono sfinita, mentalmente e fisicamente. Voglio tornare a casa mia. Bere un tè. Collegarmi a internet e leggere del gossip. Dormire su un letto vero. Mangiare una bistecca alla fiorentina. Maledizione.

Sono passati giorni da quando abbiamo consegnato parte dei cuccioli. Fred non si è più fatto vivo. Non sappiamo quale sia la situazione all’esterno, ormai usciamo pochissimo. Non possiamo continuare così, comunque. Siamo senza cibo da giorni e l’unica acqua che beviamo è quella che esce dai rubinetti degli appartamenti del condominio in cui erano state posizionate le uova. Non può finire così, non possono prenderci per sfinimento.

Mio fratello viene a chiedermi se voglio uscire con lui e Alberto, hanno deciso di cambiare tattica per la ricerca di cibo: vogliono provare a spingersi fino alle case che si trovano dietro il campo di calcio, non quelle mezze distrutte, quelle ancora oltre. È lontano, è vero, ma gran parte del percorso è al coperto e lo conosciamo già. Se troviamo il modo di non camminare sui calcinacci, potrebbe essere una buona idea. E se dovessimo trovare un nuovo rifugio lungo la strada, ci trasferiremo lì, visto che intorno alle cantine non è rimasto più nulla da mangiare. Per me sta bene, a patto che nella nuova base operativa ci sia acqua corrente: non ha senso trasferirsi in un luogo peggiore delle cantine.

Con estrema cautela usciamo all’esterno. A giudicare dalla posizione del sole è pomeriggio. L’aria sembra pulita, gli uccellini cantano. Mio fratello e Alberto sono armati degli unici polverizzatori in nostro possesso. Io ho ancora il mio coltello da carne da piantare nel cranio di qualche alieno del cazzo. Ognuno di noi porta con sé uno zaino vuoto. Non ci aspettiamo di riempirli, ma potremmo anche essere fortunati. Sia chiaro, non sono io quella fiduciosa nel gruppo. È Patrizia. Non ho nemmeno la forza di contraddirla o di mandarla a quel paese.

Seguiamo il percorso sotto i portici che conosciamo bene, ma stavolta ci prendiamo il tempo di rovistare all’interno dei negozi per cercare qualche genere di prima necessità. Alberto ha un colpo di fortuna: in un ripiano sotto la cassa della tabaccheria trova un caricabatterie universale per cellulari. Meglio di niente. Tutto sta nel trovare una presa a cui collegarlo. Continuiamo a dirigerci verso il nostro obiettivo: passiamo velocemente accanto al campo di calcio e ci nascondiamo sotto la pensilina dell’autobus dietro l’angolo. Poi ci rendiamo conto di aver fatto una cazzata, la pensilina è di plexiglass e non nasconde proprio niente. Sembriamo tre deficienti che aspettano il bus durante l’apocalisse. Ci viene quasi da ridere. Ho detto quasi, non esageriamo. Attraversiamo la strada e aggiriamo il condominio distrutto: per fortuna riusciamo a individuare un percorso che non ci faccia passare sulle macerie. Finalmente raggiungiamo le case che vogliamo esplorare. Troviamo diverse porte aperte, gli occupanti devono essere scappati senza curarsi degli sciacalli, quindi ci dividiamo. Nell’appartamento visitato da me trovo un paio di pacchi di pasta: li prenderei, ma come li cucino poi? Sulla porta compare Alberto che mi fa cenno di seguirlo. Entro con lui nell’appartamento visitato da mio fratello, che invece ha trovato diverse scatolette. Che culo! Riempiamo uno zaino avvolgendole in un lenzuolo in modo che non facciano rumore cozzando tra loro. Apro il rubinetto del lavandino della cucina ma non ne esce nulla. Decidiamo di non rischiare oltre, per oggi è andata bene, meglio rientrare. Torniamo all’esterno, la situazione sembra ancora stabile; ci dirigiamo verso il campo correndo, non vediamo l’ora di rientrare nelle cantine e mangiare. Quando siamo a metà strada succede qualcosa di strano. Non so cosa. Però non sento più gli uccellini. Mi fermo e mi guardo in giro. Anche mio fratello si ferma, mi guarda e allarga le braccia: non capisce. E nemmeno io capisco. Ma sento quell’orrendo sibilo avvicinarsi.